Intervista a Francesco Maisto

In occasione del prossimo meeting internazionale del Tamburello, organizzato dalla Società Italiana Tamburi a Cornice, che si svolgerà a Roma dal 10 al 12 maggio, abbiamo intervistato Francesco Maisto, percussionista e costruttore artigianale di daholla e soumbati, il quale ci ha illustrato nel dettaglio la sua formazione musicale, le sue tecniche costruttive e l’utilizzo degli strumenti da lui prodotti. 

Com'è nata la tua passione per le percussioni? 
La passione è nata con lo Zarb persiano nel 1992, che ho incominciato a studiare a Roma con Mohsen Kassiroshafar. Contemporanemente allo Zarb ho approcciato anche lo studio dei tamburi a cornice come il Daf, il Tar, il Bendir, il Riq, nonchè la Darbuka e le Tabla indiane. Avendo molti amici percussionisti di ambito Afro, Latino e Brasiliano, ho appreso da loro la tecnica e i ritmi. Suonando anche in concerto con loro, ho maturato una buona esperienza a livello musicale, così ho provato a dedicarmi alla costruzione delle Daholle da circa un anno, perché era l’unico strumento impossibile da trovare in commercio in Italia. Visto che se il tamburo non ce l'hai non suoni, ho provato a farli da solo mettendoci le mie misure e proporzioni e sono molto soddisfatto del risultato. Si tratta di strumenti molto armonici e dinamici, che secondo il grado di tiraggio della pelle e della tecnica usata offrono una gamma di suoni e sfumature timbriche molto interessanti.

Da chi hai appreso le modalità di costruzione della Daholla?
Suonando ho sempre cambiato le pelli o modificato i tamburi da solo. All' inizio sbagliavo delle cose, ma nel tempo ho avuto modo di conoscere anche altri percussionisti e costruttori dai quali ho avuto modo di imparare molto, e con cui ho condiviso diverse informazioni. Per alcuni anni ho suonato il djembè, perché suonavo per una danzatrice e coreografa, ed ero sempre lì a cambiare le pelli in continuazione. Trovare il tuo suono, il tuo timbro è una cosa che richiede tempo e molte pelli da montare. Tanti miei amici non sapevano dove mettere le mani, così mi trovavo a cambiargli o a riparargli le pelli, così come modificavo i fusti per migliorare il loro suono. Ad un orecchio poco attento il suono dei tamburi sembra lo stesso per tutti, ma ogni pelle ha un timbro ed un suono unico. Bisogna provare e riprovare per trovare quella che ha delle dinamiche uniche, e parlo di pelle e non di corpo perché l’ottanta per cento del timbro è dato proprio da questa, che è una parte fondamentale dello strumento. Nelle Daholle il fusto è uguale per tutti i modelli e quando è senza pelle se lo tocchi tira fuori un armonico che è diverso per ogni fusto, perché essendo artigianale ha più o meno peso finale quindi già cambia la nota che ha. Quando monti le pelli a quel punto ci si rende conto della differenza del timbro e delle dinamiche che quella o altra pelle posseggono e rendono un tamburo unico e personale.

Come nascono le tue Daholle? 
La mia attività è frutto sostanzialmente di una collaborazione con un tornitore a cui ho dato disegni e proporzioni per fare le Daholle. E’ lui che crea il corpo e lo cuoce, poi io le coloro e monto la pelle.

Quali sono i materiali che utilizzi per la costruzione del fusto?
La terracotta è il materiale originale con cui sono nati questi tamburi, ed ha un timbro e delle sfumature che unito alla pelle naturale di capra, rende questo strumento davvero unico.

Quali sono le varie fasi e le tecniche di costruzione? 
Tutto parte da un blocco di terra fresca messa sul tornio e lavorata in un pezzo unico, e non in due parti come si fa in Turchia, dopodiché la si lascia essiccare all’aria per quindici, venti giorni. Una volta pronto il fusto viene messo in forno a cuocere, una volta terminato questo procedimento, si pulisce il corpo e si incomincia a colorarlo. Io utilizzo colori acrilici ad acqua, su cui poi passo un protettivo trasparente. Si monta poi la pelle, che viene sempre incollata al corpo, e l'ultimo passaggio consiste nel passare le corde sulla stoffa che è cucita alla pelle, serviranno a tenerla ferma in caso si scollasse con il calore, visto che viene scaldata con una lampada posizionata all' interno del corpo del tamburo.

C’è differenza tra le varie tipologie di tamburi nel Nord Africa?
A seconda delle zone possono variare un po’ le misure delle proporzioni, ma bisogna considerare che la doholla è un tamburo che in Nord Africa e mondo arabo è stato abbandonato a favore del modello in ghisa e pelle sintetica ormai da qualche decennio. Questa tipologia è di larghissimo uso in Turchia, grazie alla nuova tecnica di esecuzione creata dal percussionista Misirli Ahmet e da suo fratello Levent Yldirim tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta.

Ci puoi parlare del mercato e delle forme di commercializzazione di daholla e soumbati? Che richiesta c'è da parte del pubblico?
Come ho già detto in Italia sono l’unico produttore di daholla e soumbati. I miei tamburi si possono trovare via internet, visto che non ho un negozio. Per quanto riguarda le richieste di acquisto mi arrivano di solito da musicisti, perché si tratta di uno strumento professionale, il cui costo è elevato sia per il lavoro che richiede sia per i materiali utilizzati.

Puoi parlarci della manutenzione di queste percussioni? 
E’ necessario fare attenzione a come scaldare la pelle. Io di solito consiglio sempre una coperta termica, perché ha un riscaldamento più graduale rispetto alla lampada, che viceversa è molto aggressiva e tende a seccare molto la pelle. Se il corpo è trattato bene, può durare una vita senza deformarsi.

Che rapporto hai con gli altri costruttori di percussioni nordafricani?
Non ci sono costruttori di Daholla famosi e conosciuti. A livello europeo c’è un artigiano in Grecia e diversi costruttori in Turchia e in Egitto, e mi riferisco a strumenti adatti ad essere suonati con la tecnica turca o moderna. Se hai una Daholla di terracotta devi usare la tecnica moderna, diversamente non tiri fuori la bellezza dello strumento, e come si sa gli artigiani sono molto restii a "collaborare" tra loro. Quei pochi che ho conosciuto erano molto gelosi del loro metodo costruttivo, quindi alla fine ci si conosce tramite il web con face book, ma non si va oltre quello. In Turchia hanno un metodo di costruzione diverso e hanno i loro materiali che rendono il tamburo unico, così come in Grecia e per quello che mi riguarda. Non esiste però un contatto o una collaborazione, sono mondi unici, separati tra loro. Un percussionista alla fine sa che avere un tamburo di ogni artigiano sarà avere 3/4 strumenti unici e differenti fra loro.



Ciro De Rosa e Salvatore Esposito