B-Choice: Sancto Ianne - Trase

IL RITORNO DELLA HARD-WORKING BAND SANNITA

Trase segna il ritorno della hard-working band sannita. Sin dalla nascita nel 1995, i Sancto Ianne si sono costruiti una solida credibilità reputazione anche attraverso la loro caratura scenica. Il loro live act è stato – anche più delle incisioni discografiche, che pure hanno raccolto lusinghieri consensi non solo nel circuito della world music ma anche della canzone d’autore – al centro della dimensione artistica di una band che non si presenta come misurato folk ensemble, ma che ha fatto della tensione tra pronunce e stili della tradizione popolare campana, forma canzone ed espressività quasi rockettara la propria cifra compositiva. Denuncia del disagio sociale e lirismo spesso si compenetrano nel nuovo album, che allinea quattro brani scritti per Valani, e una lauda di Jacopone da Todi scritta per Madre natura madre Madonna; si tratta di due allestimenti realizzati con la Solot, la compagnia teatrale stabile di Benevento. Un rapporto saldo ed empatico con la cultura locale per il sestetto beneventano, oggi composto da Ginni Principe (voce e castagnette); Ciro Maria Schettino (chitarre, chitarra battente, mandoloncello, mandolino, bombarda, armonica, cori), Raffaele Tiseo (violino, viola, viola d’amore, ribeca, programming), Sergio Napolitano (fisarmonica, pianoforte, programming), Massimiliano Amoriello (basso elettrico), Alfonso Coviello (tammorre, tamburello, percussioni). Al disco hanno partecipato numerosi ospiti, tra cui l’attore Silvio Orlando e Maria Moramarco, vocalist e anima degli Uaragniaun. È il percussionista Alfonso Coviello, cui da sempre sono affidate le pubbliche relazioni di Sancto Ianne, a presentarci il nuovo disco da poco pubblicato per l’etichetta indipendente monferrina Ethnosuoni. 

Sin dalle vostre origini, vi siete mossi su quel confine tra forma canzone e richiami agli stili della musica di tradizione orale di quell’area cerniera che è il beneventano, tanto che Mò siente (2007) si è piazzato tra i primi dischi al Premio Tenco, ma ha anche raggiunto i vertici degli award folk italiani del Premio Nazionale Città di Loano. Trase assume in sé ancora questa duplice anima, pur accentuando la vena autorale. D’altra parte sono trascorsi sei anni dal lavoro precedente, una lunga gestazione... 
Indubbiamente un tempo anomalo, rapportato a quelli che generalmente sono i tempi che definiscono una continuità discografica. Più volte, nel corso di questi sei anni, siamo stati sul punto di entrare in sala di registrazione ma poi c'era sempre uno stimolo nuovo o una nuova esperienza che a parer nostro meritava di essere compresa nel progetto Sancto Ianne, quindi di volta in volta si sono allungati i tempi di realizzazione di questo CD. La formazione del gruppo è la stessa rispetto al precedente lavoro e questo a testimonianza che non ci sono state crisi o ripensamenti riguardo il nostro percorso artistico, tutt'altro. Sono stati sei anni di esperienze importanti che hanno nutrito le nostre visioni e confermato che la direzione che vogliamo seguire è quella che avevamo individuato anni fa e che trova piena espressione nelle 14 tracce che compongono Trase. 

Sin dall’iniziale title-track si intravede un orizzonte musicale svincolato del tutto dai cliché folk revivalisti. 
Non è questa una novità, anche se questa volta ci siamo spinti ancora oltre rispetto a Scapulà e Mò siente, i due precedenti CD. Alcuni di noi vengono dalla ricerca etnomusicologica e non è escluso che torneremo a lavorare anche in quella direzione, di fatto mai abbandonata. Il nostro territorio custodisce ancora preziose testimonianze orali di un mondo reso sempre più rarefatto da tendenze massificanti che spesso respingono ciò che non è spendibile ai “mercati generali”, ma lì in mezzo c'è anche la nostra storia. E' proprio il racconto di questa storia, di queste storie, il legame con il territorio che abbiamo scelto di privilegiare nella costruzione del nostro percorso artistico. Il racconto e l'affabulazione che ripropone momenti ed episodi di vita vera di una piccola provincia del sud cosi pregna di storia, espressi con modalità musicali che pur prendendo piede da riferimenti filologici si spingono ben oltre, per affermare che ogni espressione culturale viva e vitale è anche in grado di modificare i parametri espressivi e che quelle storie sono ora metafore di rivendicazioni e conflitti mai superati e che purtroppo rimangono attuali. 

In questi anni avete lavorato per il teatro in collaborazione con una delle più significative esperienze beneventane, la Compagnia Solot. I quattro brani di derivazione scenica rappresentano una parte significativa del disco. Scavate in una pagina buia della storia locale di ieri da poco ricostruita nella ricerca di Elisabetta Landi (“Il mercato dei valani a Benevento”, Ediesse, Roma, 2012). In che misura l’esperienza teatrale ha inciso sul lavoro compositivo e performativo? 
 Il progetto teatrale sui valani coincide perfettamente con il racconto delle storie “altre” , che costituiscono il narrato del nostro repertorio musicale. In questo caso, però, non potevamo limitarci semplicemente a comporre delle canzoni, perché i fatti descritti sono troppo sconcertanti e andavano riproposti alla coscienza della nostra città capoluogo con degli strumenti che ricostruissero i fatti così come sono accaduti a Benevento fino alla fine degli anni 50 dello scorso secolo. La “vendita” in piazza Orsini, la piazza del Duomo di Benevento, di bambini dai 6/7 anni in su, costretti a lasciare le proprie famiglie, povere al punto di non poter loro garantire il minimo sostentamento e che andavano a stare presso proprietari terrieri della nostra regione e anche oltre per un intero anno, con la prospettiva di rimanervi o essere rivenduti l'anno successivo se il loro lavoro non fosse stato ritenuto soddisfacente. I racconti raccolti dalla nostra amica Elisabetta Landi, che ha intervistato alcuni di coloro che sono stati portati a Piazza Orsini in quegli anni, sono laceranti e andavano riproposti ad una città che in gran parte ha assistito con indifferenza e rassegnazione a quei fatti. La collaborazione con la compagnia Solot ha permesso di realizzare e portare in scena un lavoro di grande impatto emozionale grazie al testo scritto da Michelangelo Fetto e alla splendida interpretazione di Antonio Intorcia: i Sancto Ianne hanno contribuito componendo e suonando dal vivo sia le musiche di scena che le canzoni incluse nel nuovo album, che comunque riproponiamo anche in concerto. 

Nelle liriche lo sguardo sulla crisi sociale del paese è palpabile. Un disincanto che non significa resa... 
Stiamo attraversando un periodo complicato e carico di incognite, che porterà a dei cambiamenti profondi in un sistema che non è più in grado di mantenere ciò che ha promesso, ma che al tempo stesso pretende di riversare sui più deboli e sui meno tutelati il prezzo di visioni allucinate. Il contributo che vogliamo dare con il nostro lavoro è riaffermare che determinati valori etici e politici non sono commerciabili e che la dignità di ogni persona cammina di pari passo con la tutela dei diritti fondamentali che la nostra Costituzione rappresenta come nessun altra. È ora che si cominci ad allungare lo sguardo e a lavorare per le nuove generazioni: questo è il senso più completo del nostro essere qui ed ora. 

Non mancate di affrontare anche temi universali e personali… 
Il brano Trase, che apre l’album, è la storia di un amore che si credeva finito ma si riaccende attraverso il confronto ed il dialogo, riaprendo la strada alla passione ed ai progetti creduti svaniti. C’è poi “ ‘A Ballata dell’emergenza” con la quale, con accenti ironici, ci riferiamo all'infinito momento di emergenza nel quale siamo costretti a vivere, soprattutto in riferimento ai disastri ambientali provocati dall'uomo. “Acqua ferma”, con un’apertura funkeggiante sulla quale si innesta poi un tema che ci riporta a sonorità più etniche, è una sorta di esorcismo contro tutto ciò che falsifica la realtà, dalla politica alla televisione, alla doppia morale che pervade di ipocrisia la vita e gli atteggiamenti delle persone. 

Hai già parlato della partecipazione di Antonio Intorcia. Ci sono altre due presenze molto importanti, ma anche molto diverse, nel disco: Silvio Orlando e la preziosa ugola mediterranea di Maria Moramarco. 
Le origini familiari di Silvio Orlando sono in un piccolo paese della provincia di Benevento e lui si è sempre sentito legato al nostro territorio. La sua conoscenza diretta l'ha fatta Raffaele Tiseo, il nostro violinista, che ha lavorato con lui anni fa in una tournée teatrale, e da allora è cresciuta una solida amicizia che ha poi coinvolto tutto il gruppo. Maria è una nostra carissima amica, ricercatrice ed artista straordinaria, una delle voci più belle del nostro sud. Le abbiamo proposto una partecipazione su Valani e lei è stata ben contenta anche perché la canzone ha risvegliato in lei ,che ha origini contadine, ricordi di sfruttamento e sopraffazione a danno di bambini/braccianti. 

“Judeca”, l’unico strumentale dell’album, è dedicato alla presenza ebraica a Benevento, città che fino alle repressioni del 1519 era abitata da una vasta comunità israelita. Come nasce quest’idea? 
La presenza di una nutrita comunità ebraica a Benevento dal XII al XVI secolo, poi repressa ed espulsa dall'inquisizione romana, rientra tra le evocazioni che abbiamo raccolto nei lavori di ricerca sul nostro capoluogo e ha ispirato Raffaele, che è un musicista curioso e poliedrico, a cimentarsi nella composizione di questo pezzo dalle chiare evocazioni yiddish. 

“O segnor per cortesia” rilegge, invece, una lauda di Jacopone da Todi. Qui la struttura musicale riecheggia la musica antica, anche se non mancano passaggi che guardano alla contemporaneità
Anche questo pezzo è frutto della partecipazione ad un lavoro teatrale realizzato con la Solot, ispirato ai riti penitenziali, che ha visto anche la partecipazione di Katia Ricciarelli e dell'attrice Marina Confalone. La persistenza di riti penitenziali nel beneventano si concretizza ciclicamente con i “Riti settennali di Guardia Sanframondi”, che insieme ai bellissimi “quadri” sulla vita dei Santi e su episodi rilevanti della tradizione cristiana messi in scena nelle strade del paese dalla popolazione, vedono come momento catartico la sfilata dei “battenti” , penitenti incappucciati che si percuotono il petto denudato con spugnette dalle quali emergono numerose punte di spillo. Il testo, come dicevi, è una rilettura nel nostro dialetto di una lauda di Jacopone da Todi: “O Segnor per cortesia” appunto, una terribile invocazione rivolta al Signore affinché gli infligga tutte le malattie conosciute all'epoca perché da solo possa contribuire all'espiazione dei peccati dell'umanità. Più o meno la stessa vena autolesionistica che da un po’ di tempo vantiamo in Italia. Abbiamo usato una struttura musicale e strumenti che potessero evocare antiche sonorità come l'oud, la bombarda e la ribeca, ovviamente in stile Sancto Ianne. 

Pescate ancora nella storia della città con “’A Zucculara”, ispirata ad una misteriosa figura femminile della tradizione popolare locale. Ci racconti la genesi e il senso di questo brano?
Benevento è genericamente conosciuta come la città delle streghe; la Zucculara è una tipizzazione esclusivamente beneventana. Viene rappresentata come una donna alta e magra, vestita di nero, che abita nei paraggi del teatro romano di Benevento, apparendo al passante solitario preceduta da un rumore di zoccoli per poi sparire misteriosamente, oppure è udito solo il rumore provocato dai suoi zoccoli. In genere il nome della Zucculara era usato per scoraggiare i ragazzini a stare per strada in ora tarda, i genitori li terrorizzavano con la storia che potevano incontrarla. C'è però chi afferma di averla incontrata anche in epoca recente; l'ultimo avvistamento risale ai primi anni ‘90 quando un pendolare che si recava a prendere il treno all'alba, ha visto una donna magra e alta vestita di nero appoggiata a un muro. Pensando che stesse male le si è avvicinato, ma mentre stava per toccarla questa è scomparsa. Raccontando l'accaduto a persone anziane residenti nei paraggi, gli è stato confermato che si trattava certamente della Zucculara. Devo dire che è bellissimo vivere in un territorio che interagisce con le proprie tradizioni in maniera così convinta. 

Vorrei passare a tre brani che musicalmente vanno oltre le sonorità “storiche” di Sancto Ianne. Andiamo per ordine: “‘A forma e ll ‘acqua”, sorprendente per la verve elettrica sposata ad un lirismo da ballad… 
L'idea è stata quella di comporre un brano con sonorità moderne su un tema attuale come l'acquisita consapevolezza che l'acqua pubblica costituisce un bene comunitario e come tale va difesa. L'acqua è sinonimo di vita e abbiamo pensato di celebrarla con un testo evocativo di immagini anche poetiche collegate all'immaginario collettivo, come la famosa foto in bianco e nero del passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali. 

In “Guardame Sienteme”, che racconta la precarietà del lavoro, condividete la scena con il rapper Shark Emcee. 
Shark è una realtà della scena musicale beneventana e non solo. Era un po’ di tempo che ci tenevamo d'occhio e quando gli abbiamo chiesto una partecipazione in questo brano che parla della drammatica precarietà del mondo del lavoro ha subito accettato proponendo la sua lettura, quella di un giovane messo all'angolo da scelte politiche miopi ma che non rinuncia all'impegno e alla lotta e crede che le cose possono cambiare se si marcia uniti. Da questo brano abbiamo realizzato un video che gira già da qualche tempo su You Tube, con la partecipazione dell'attore Riccardo Zinna e la regia di Valerio Vestoso, un altro vero giovane talento beneventano. 

In “Chi more e chi campa”, tra ritmo binario delle pelli e la voce infantile si inseriscono un prezioso lavoro al pianoforte e la forza dei bordoni della zampogna di Nico Berardi. 
Una tammurriata che parte in maniera abbastanza tradizionale con la voce di Gianni Principe ed un ostinato di chitarra classica a cui si aggiungono man mano viola d'amore, mandoloncello, basso, pianoforte, e si conclude appunto con i bordoni di Nico Berardi, altro nostro grande amico, per poi ritornare alle sonorità tradizionali di tammorra e zampogna. È un brano che nella sua semplicità vuole trasmettere una crescente energia, assecondando un testo descrittivo che prende di mira tutti quelli che si abbandonano al conformismo e contrappone loro chi non rinuncia a guardare il mondo con occhi sempre diversi. 

Finale dal tono intimista di “O tiempo quanno passa”, tra chitarre ed un’armonica a bocca, che sembra quasi chiudere il cerchio con l’iniziale Trase. 
Ci è sembrata l'idea ed il pezzo giusto per concludere l'album. Un pezzo che cercasse un senso compiuto al trascorrere del tempo per ognuno di noi e lo individua nella possibilità di trasmettere le proprie esperienze e le proprie conoscenze. In fondo è questo il presupposto di tutto quello che facciamo; abbiamo ricevuto dal passato cultura, tradizioni, storie ed ora tocca a noi trasmettere. C'è chi si preoccupa di farlo in maniera fedele e preziosa e chi come noi si sente anello di una catena umana che parte da molto lontano, che vive e si modifica così come il tempo modifica tutti noi. 

Progetti per portare in tour questo nuovo disco? 
Nell'immediato porteremo Trase nei locali della Campania e oltre, dove si fa musica dal vivo in attesa della tournée estiva. Bisognerà fare i conti con l'assottigliamento dei fondi assegnati alla cultura e con la chiusura di tanti festival e rassegne dedicati alla musica etnica. Certo, se la programmazione di radio e televisione fosse meno classista e consentisse anche a chi appartiene a questo mondo di avere un po’ più di visibilità, la cosa aiuterebbe. Cresce un po’ di rabbia quando ti senti apprezzato e applaudito dalla gente nelle piazze e poi tagliato fuori dai mezzi di comunicazione. Ma la realtà è questa e bisogna attrezzarsi. Concorreremo anche con Trase alla Targa Tenco e al Loano e poi vedremo... Ci avviciniamo ai vent'anni di vita artistica dei Sancto Ianne e abbiamo ancora tanta voglia di stare sulla strada. 



Sancto Ianne – Trase (Folk Club /Ethnosuoni) 
Quattordici brani inediti, musica che sprigiona forza ma sa entrare anche nelle pieghe della tenerezza melodica, comunque mai consolatoria, testi in dialetto che attraversano temi globali e storia locale. Sin dai primi lavori il gruppo sannita si è scrollato di dosso museificazione della tradizione e pedissequo folk-revivalismo, orientando la bussola verso una canzone folk che, pur rifacendosi a forme e ritmi della tradizione campana, avverte la necessità di congiunzione tra latitudini sonore, senza però cercare la via modaiola e forzosa del pastiche. Trase è un disco maturo, in cui la spinta autorale diviene ancora più pronunciata, così come il profilo musicale risulta più ampio. Arrangiamenti pieni di gusto ed idee, variegata gamma timbrica, soluzioni ritmiche che danno carattere a tutto il lavoro. L’iniziale title-track potrebbe perfino sorprendere qualche vecchio aficionado, con il basso che si insinua e le chitarre fluide e solari, gli inserti di una fisarmonica gentile ma di sostanza, mentre il violino offre un tocco folk-jazz. Il titolo spiega tutto in “’A ballata dell’emergenza”. “Acqua ferma”, firmata da Ciro Maria Schettino, come la maggior parte dei brani, e dal violinista Raffele Tiseo è impasto tra base funky ed elementi mediorientali. L’accoppiata d’autore si ripete nel primo brano di matrice teatrale, introdotto dal recitativo di Silvio Orlando, che prepara la scena alla voce di incanto di Maria Moramarco, in coppia con il frontman Gianni Principe. Tempi medi, pathos, cantabilità e lirismo, compattezza e grazia nei tre brani successivi (“Si vo’ Dio”, “No pe’ mme”, “Voglio vede’ pazzia’”), ancora tratti dalla pièce teatrale Valani. Con “Judeca”, evocazione di stilemi balcanici, si entra in un’altra piega recondita della storia di Benevento, la presenza di una comunità ebraica. Pagina di sapore antico con oud, ribeca e bombarda, ma senza farsi mancare vertigini impreviste, nella rilettura della lauda jacopiana “O Segnor per cortesia”. Si cambia fisionomia sonora con l’incalzante “’A Zucculara”, raffigurazione di una leggenda popolare beneventana. “‘A forma e ll ‘acqua” è una bella pop-folk song, mentre il gusto popolare aggancia la cultura hip-hop locale nell’accattivante “Guardame Sienteme”, brano dal forte impatto, Sancto Ianne in combutta con la voce antagonista del rapper Shark Emcee. Emerge in “Chi more e chi campa” la capacità di costruire trame più articolate a partire dalla immediatezza dei ritmi della tradizione popolare dell’entroterra napoletano: pelli battute a tempo di tammurriata, ostinato di chitarra sulla voce potente di Principe, poi lo sviluppo timbrico prodotto con naturalezza da plettri, pianoforte e zampogna. Il commiato è la riflessione proposta in “’O tiempo quanno passa”, per voce, chitarre e armonica a bocca. Bentornati Sancto Ianne! 


Ciro De Rosa