Walter Marocchi Mala Hierba – Alisachni (Working Bee/I.R.D.)

Parliamo di Alisachni, piacevolissima seconda avventura capitanata dal chitarrista Walter Marocchi, seguito di Impollinazioni, CD d’esordio, premiato al MEI come miglior album strumentale italiano nel 2009. Col progetto Mala Hierba del compositore, produttore e film-maker milanese è attivo un ensemble aperto ed atipico, felicemente giramondo e “apolide” – come recita il titolo eponimo della traccia iniziale – in cui il sogno fecondo del superamento di nazioni e confini si traduce musicalmente in libertà sonica: “Nella parte centrale del brano i musicisti avevano soltanto una vaga indicazione tonale e ritmica, ma nessuna idea del risultato finale.”, racconta lo stesso Walter nelle note del booklet che accompagnano l’ascolto del disco. Quintetto base con Marocchi (chitarra acustica, elettrica, bouzouki e… posate), Felice Clemente (sax tenore e soprano), Fabrizio Mocata (pianoforte, melodica), Carlo Ferrara (basso) e Stefano Lazzari (batteria), cui si affiancano alcuni collaboratori, tra i quali il polistrumentista Antonio Neglia (chitarre, bandurria, flauto, ciaramella), Roberto Romano (clarinetto e duduk) e Fabrizio Barbareschi (percussioni). L’idea che sottende il lavoro è il rigetto di presunti generi musicali, aderendo ad una salutare concezione della musica come precipitato di storiche mescolanze di popoli, senza intellettualismi o scavi etnomusicologici, ma seguendo estro e passioni. Il titolo del disco deriva dalla parola greca “alisachni, che è lo strato di sale depositato nella cavità delle rocce dalle onde del mare. Una multicolore paletta sonora nei dieci brani autografi dalla scrittura felice che, partendo da una sintassi che gravita intorno ad una latin jazz fusion (ah, maledette etichette che ci tormentano!), sfiorano nell’ispirazione e nella composizione diverse latitudini del pianeta. Attraverso la musica per immagini de “Il Mago Del Memè” che distilla fascinosi cambiamenti di clima, ci si immerge nella succulenta, irresistibile lezione di cucina di “Tango Del Pesce Azzurro”, guidati dal bandoneon di Mocata. Estetica del viaggio nelle note sincopate che celebrano la cultura degli “Hobo”, di cui è intrisa la musica statunitense. Complici le voci di Ornella Vinci e degli otto elementi del Coro Aquilante sull’andamento di una delicata cancion latinoamericana, ci inoltriamo nella “La Cueva Del Gato”, una grotta alla periferia de L’Avana, dove la virulenza punk tropicale sfida l’ortodossia sonora isolana. Elogio della migrazione (come legge di natura) anche nella morbida ambientazione di “Nidi”. Un senso di soave smarrimento ci pervade seguendo le suggestioni di “Trebisonda”, perché sebbene indirizzati sulla rotta egea verso l’antica città turca, cullati dalle note di un duduk e di un bouzouki, finiamo per perderci tra tempi dispari balcanici e pulsioni caraibiche. In “Yalistan”, il canto accorato di Altin Manaf e di Giovanna Ferrara e le liriche di due poeti, il turco Nazim Hikmet e il greco Vassilis Vassilikos, raccontano in musica lo storico scambio di popolazioni tra Turchia e Grecia paesi sancito nel 1923, ribadendo che la separazione su base nazionalistico-religiosa non corrispondeva al secolare incrociarsi delle tradizioni musicali. La solarità di “Esuli” è una dedica agli aneliti di libertà di profughi e rifugiati, mentre “Foradada”, impreziosita da tocchi di bandurria e da una svettante ciaramella, è ispirata all’imponente scoglio calcareo che si trova in prossimità del promontorio di Capo Caccia, non lontano da Alghero. Più in là, a sorpresa, c’è spazio anche per la ghost track “Passaggi”. 


 Ciro De Rosa