B-CHOICHE: Zampognorchestra – Bag To The Future

Quattro Zampognari Rock Non Convenzionali 

Quando un paio di anni fa cominciò a prendere corpo il progetto Zampognorchestra, e venne diffuso qualche video su YouTube, fu ben chiaro che ci trovavamo di fronte a un progetto musicale sorprendente, che sovvertiva l’approccio alla zampogna come strumento della tradizione traghettandola verso il futuro del rock, del jazz e della psichedelia. Dopo un intenso rodaggio sui palchi di tutta Italia, l’idea di Giuseppe “Spedino” Moffa è diventata un disco, “Bag To The Future”, uscito nei primi giorni del 2013. Complici le vacanze natalizie e ormai conclusa la tradizionale Novena dei giorni dell’Avvento, siamo riusciti ad intercettare nella natia Riccia (Cb), il polistrumentista molisano e ne è nata un intervista informale e diretta, che ci ha condotto nel cuore e nell’ispirazione de la Zampognorchestra. 

Come nasce il progetto Zampognaorchestra? 
Questo progetto nasce dall’unione di quattro zampognari popolari, ovvero io, Aldo Iezza, Antonello di Matteo e Massimiliano Mezzadonna, con i quali abbiamo dapprima cercato di riportare alla luce la tradizione della Novena Natalizia, che ormai da anni non si faceva più nel mio paese, Riccia, e successivamente abbiamo cercato di esplorare tutte le potenzialità che avesse questo strumento. Proprio oggi abbiamo terminato la Novena, che per nove giorni ci ha condotto a suonare in tutto il paese, casa per casa. L’aver imbracciato la zampogna è stato l’unico modo per far rivivere questo rito. Sebbene in molti vedono la zampogna essenzialmente legata al Natale e per altro come uno strumento molto limitato dal punto di vista melodico ed armonico, non tutti sanno invece che viene usata in ambito popolare per fare musica da strada o da ballo, e questo ci ha dato lo spunto per intraprendere un percorso di ricerca e sperimentazione. Abbiamo cercato di guardare verso il futuro, andando oltre lo stereotipo dello zampognaro di Natale, ma piuttosto puntando a ricercare sonorità nuove. Ho notato così che questo strumento aveva delle potenzialità incredibili che ci consentivano di andare verso sonorità diverse, che in un certo senso potremmo definire rock ma che rock non sono. Mi piace parlare di zampogna rock perché il rock è visto come qualcosa di trasgressivo, provocatorio e di rottura. Zampognorchesta è un quartetto solo in apparenza perché se consideriamo che ogni strumento emette anche quattro suoni in contemporanea, chiudendo gli occhi ci troveremo di fronte ad un ensemble di dodici o sedici elementi. Una cosa non da poco, e questo ci ha consentito di toccare piano piano ambiti diversi da quello popolare, come il rock, il jazz ma anche la musica classica. 

Il risultato di questa vostra sperimentazione sonora è il disco, “Bag To The Future”… 
Nel disco abbiamo cercato di confrontarci con stili musicali diversi, proprio per far comprendere che la zampogna non appartiene solo al natale ma che da essa si può tirar fuori un suono contemporaneo. Ci sono brani originali che rimandano alla musica classica, al jazz, ma anche brani dei Rolling Stones e dei Beatles, così come composizioni di Beethoven e Dvorak. Questo disco è insomma la fotografia di tutte le influenze musicali che abbiamo acquisito negli anni. Considerare la zampogna uno strumento da pastori è fin troppo riduttivo, noi abbiamo cercato un dialogo con il futuro, abbiamo cercato di renderla viva ed interessante come può esserlo una chitarra elettrica. Non a caso poi abbiamo utilizzato diversi tipi di zampogna come la 6 palmi, la 25 molisana, la 30 zoppa e le ciaramelle.

Nel tuo disco “Non Investo In Beni Immobili” c’era già una traccia di lavoro, in questo senso e parlo de “Il Diavolo Di Tufara”, brano strumentale per zampogna… 
E’ uno dei primi brani che ho scritto, e la sua storia è molto particolare. Una mattina ero al bar con alcuni amici e ad un certo punto arrivarono che si misero a suonare, ma non erano molto bravi, e ricordo che qualcuno che era con me mi disse di andare a prendere Il Diavolo di Tufara, che è la mia zampogna. Questo episodio mi ha ispirato questa composizione che ho voluto dedicare proprio alla mia zampogna, il cui rivestimento che ho scelto per la sua sacca è molto simile al pelliccione del Diavolo di Tufara, maschera tradizionale di un paese vicino a Riccia. La cosa particolare è che la musica si sposa benissimo con il rito legato a questa maschera carnevalesca. Andando ancora più indietro nel tempo, “Bag To The Future” si va a collegare direttamente al mio primo disco, che conteneva sei brani per zampogna e che all’epoca ho prodotto, registrato, stampato e venduto in proprio. I ricavi di questo disco mi sono serviti per realizzare poi “Non Investo In Beni Immobili”. 


Uno dei brani di punta di “Bag To The Future” è senza dubbio la vostra particolare versione strumentale di “Satisfaction” dei Rolling Stones.. 

Il fatto di aver approcciato questo strumento in questa veste nuova, ci ha permesso di cercare suoi mai sentiti. Abbiamo cerato di spostare più avanti il nostro confine, così se ascolti questo brano senti chiaramente come le zampogne rimandino direttamente ora alla chitarra, ora al sintetizzatore, ora ancora al sax. Questo senza usare alcun filtro o effetto elettronico. 

Che peso ha avuto in Zampognorchestra la tua ricerca sul campo a Riccia effettuata insieme ad Antonio Fanelli… 
La ricerca è il punto di partenza e il punto di arrivo della nostra musica. Tutte le mie produzioni musicali sono in qualche modo legate a questo lavoro con Antonio Fanelli, che lavora all’Università di Siene e con l’Istituto De Martino e che abbiamo condotto tra Riccia e i paesi limitrofi. Abbiamo cominciato a lavorare progressivamente man mano che aumentava la curiosità per la musica popolare. Prima io ascoltavo blues, rock, ma poi dietro l’angolo c’era ad aspettarmi un nuovo mondo, quando ho scoperto i Cantori di Carpino, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, Matteo Salvatore. Così ho cominciato ad interessarmi anche della musica della mia terra. Il lavoro con Antonio Fanelli, è stato molto particolare perché siamo nativi del luogo, non siamo esterni a quello che abbiamo registrato. La maggior parte degli informatori sono parenti ed amici, persone ormai anziane, che spesso erano anche restii a cantare cose ormai a loro molto lontane. In fin dei conti abbiamo ridato vita a quello che giaceva dimenticato tra i loro ricordi e alla fine anche loro erano entusiasti. Tanto è vero che qualcuno quando ci incontra per strada si commuove ancora. Abbiamo scoperto un mondo bellissimo e ricchissimo, che ci ha consentito di conoscere canti e danze che a Riccia non conosceva più nessuno. 

Quanto ti ha arricchito il contatto con gli informatori? 
Il contatto con gli informatori mi ha fatto scoprire innanzitutto una vocalità che non conoscevo, una modalità di suonare che non avrei potuto imparare diveramente. Pur suonando da piccolissimo e pur essendo vissuto in un ambiente popolare, dove si ballavano le tarantelle, si ammazzava il maiale, ho scoperto la musica tradizionale quando ero già più grande. Quello che ai tempi dei miei studi accademici di solfeggio e trascrizione non apprezzavo perché lo consideravo stonato o poco armonico, alla fine è diventata una fonte inesauribile di ispirazione. Dare poi una lettura nuova a qualcosa che era inconsapevolmente nel mio DNA è stato come scoprire un tesoro senza sapere di averlo sotto agli occhi da sempre. 

Concludendo ci puoi parlare del tuo approccio tecnico alla zampogna? 
Parlando di tecnica non posso non citare un mio grande ispiratore, che un vero e proprio esempio di tutti i suonatori della zampogna modificata, ovvero Piero Ricci. Lui ha creato questo modo di suonare e anche di costruire questo strumento, che è diverso proprio in termini organologici rispetto a quello tradizionale, nel senso che sfrutta anche materiali diversi. Allo stesso modo la prassi esecutiva rimanda direttamente all’uso delle uillean pipes irlandesi e della cornamusa scozzese. La cornamusa è uno strumento molto diffuso in tutta Europa e la differenza con la zampogna è che quest’ultima nasce come uno strumento di accompagnamento alla ciaramella che traccia la linea melodica. La zampogna italiana emette quattro suoni diversi mentre la cornamusa fa un bicordo, ovvero due note insieme. Anche in Croazia e in Grecia ci sono strumenti simili che fanno tre suoni insieme, ma si tratta di strumenti che fanno solitamente da accompagnamento. 



Zampognorchestra – Bag To The Future (Rara Records/Pink House/AgroSound) 
Musicista e ricercatore in eterno movimento Giuseppe “Spedino” Moffa non finisce mai di sorprendere, se, infatti, qualche anno fa si era presentato come cantautore con il sorprendente “Non Investo In Beni Immobili”, seguito a breve distanza dal preziosissimo libro scritto con Antonio Fanelli e dedicato alla loro ricerca sul campo nell’area di Riccia (Cb) e del Fortore, lo ritroviamo oggi, insieme ai conterranei Aldo Iezza, Antonello di Matteo e Massimiliano Mezzadonna, alle prese con il sorprendente progetto Zampognorchestra. Partendo dalla loro solida esperienza maturata nell’alveo della musica popolare, questo quartetto ha intrapreso un percorso di sperimentazione volto a svelare tutte le potenzialità sonore della zampogna, smarcandola non solo dallo stereotipo che la vede legata strettamente al Natale ma anche da quello che la confina a semplice strumento di accompagnamento. E’ nato così “Bag To The Future” disco, prodotto da Francesco Sardella, che raccoglie dieci brani tra inediti e rivisitazioni, inciso con la complicità di alcuni ospiti di eccezione come Nando Citarella, Daniele Sepe, Massimo Giuntini, Francesco Loccisano, Primiano Di Biase, Vincenzo Gagliani, Mirco Corapi e la Pink House Orchestra. Si tratta di una vera e propria esperienza sonora nella quale dai suoni della tradizione si tocca il jazz, il rock e la musica classica, assistendo ad un incontro inconsueto ma non meno accattivante tra generi ed ispirazioni differenti. Ad aprire il disco è la sontuosa versione strumentale di “Satisfaction” dei Rolling Stones in cui si apprezza tutto il groove e la potenza data dall’intreccio tra le zampogne che all’unisono danno vita ad una sorta di wall of sound di grande intensità, nel quale la scopriamo in grado di rivaleggiare ora con la chitarra elettrica, ora con il sax, ora ancora con il sintetizzatore. Durante l’ascolto si attraversano suggestioni e spaccati sonori differenti che spaziano dalla evocativa “Velvet” alle sonorità classiche di “Movimento X” in cui le zampogne dialogano con l’Orchestra Pink House, così come non mancano i rimandi alla tradizione come nel caso della fronna “O Raste Ro Salute” impreziosita dalla voce di Nando Citarella. Se “Nobord” in cui le uillean pipe di Massimo Giuntini evoca atmosfere irlandesi, la trascinante “Help” e “Zampogna Battente” ci riconducono nella nostra penisola, ma è con “Funky Goat”, in cui troviamo lo zampino e il groove di Daniele Sepe, che si trova uno dei vertici del disco. Altro momento da non perdere è “With a Little Help For My Friends, in cui il suono orchestrale delle zampogne evoca la versione che ne fece a Woodstock, Joe Cocker. Chiude il disco “Inno Al Nuovo Mondo” in cui le zampogne e la voce di Mirco Corapi, mettono a confronto Beethoven e Dvorak. Il progetto Zampognorchestra è senza dubbio una delle grandi sorprese di quest’anno, e questo non solo perché hanno avuto il coraggio di mettere a confronto uno strumento tipico della tradizione popolare come la zampogna con un repertorio diversificato che spazia dal rock al jazz per toccare la musica classica, ma anche per rivoluzionato l’approccio con questo strumento aprendo la strada ad una ricerca sonora che non conosce confini. 


Salvatore Esposito