BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

giovedì 28 febbraio 2013

Numero 89 del 28 Febbraio 2013

Abbiamo il privilegio di aprire questo terzo numero di febbraio con lo splendido e ricchissimo reportage dal 29mo “National Cowboys Poetry Gathering”, che annualmente si tiene ad Elko nel Nevada, realizzato per noi da Luisa Del Giudice, Fondatrice dell'Istituto di Storia Orale Italiana ed ex-docente presso la UCLA. Ritorna la rubrica I Personaggi del folk con l’interessante intervista a Roberto Trenca, realizzata da Mario G. Rossi in collaborazione con Ciro De Rosa. Ricco è anche lo spazio dedicato alle recensioni con la rubrica Viaggio In Italia nella quale recensiamo il nuovo disco di Rione Junno, a cui va il Consigliato Blogfoolk, Andrea Capezzuoli e la ristampa de Un Paese Vuol Dire di Giovanna Marini. Lo spazio dedicato alla World Music è riservato alla bella raccolta Caravan Of Mugham Melodies mentre Storie di Cantautori si sofferma sul disco di Elsa Martin, fresca vincitrice del Premio Andrea Parodi. Completano il numero Suoni Jazz con Pausa Caffè di Fabio Lepore e un Taglio Basso di Rigo eccezionalmente in versione cinematografica con la colonna sonora di Django Unchained di Quentin Tarantino.

I LUOGHI DELLA MUSICA
I PERSONAGGI DEL FOLK
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
STORIE DI CANTAUTORI
SUONI JAZZ
TAGLIO BASSO

Allo Stato Brado: Musica, Poesia, e Paesaggi Tra Cowboy e Butteri Maremmani al 29mo “National Cowboy Poetry Gathering” - Elko, Nevada

Il cowboy—icone americano per eccellenza—non è riducibile allo schermo cinemategrafico e neppure alla country music. Il cowboy o buckaroo (< Sp. vaquero), mandriano di mucche e cavalli, fa tuttora parte attiva dell'economia regionale americana del West, e continua a produrre cultura materiale ed orale, tra musica e poesia. In altre parole, esistono tuttora nel vasto territorio, mestieri che si aggirano intorno al bestiame, e ad una vita rurale che diremo “allo stato brado”—sia delle bestie, di chi ne ha cura, de dell'ambiente (anche culturale) in cui vivono. Il “National Cowboy Poetry Gathering” (Raduno nazionale 1  della poesia vaccara), organizzato dal Western Folklife Center (WFC), la cui 29ma edizione si è tenuta dal 28 gennaio al 2 febbraio del 2013 in Elko (Nevada del nord), è la manifestazione più importante di cultura orale regionale legata a questo mestiere. Il Raduno presenta e celebra "the everyday traditions of people who live and work in the American West" (`le usanze e tradizioni della gente che vive e lavora nell'Ovest’), una produzione culturale dei poeti, musicisti, ed artisti che sono, allo stesso tempo: vaccari , ranchers, veterinari, e rodeo riders (domatori di cavalli e di mucche selvagge in gare sportive). Dunque, è bene ricordare che, in primo luogo, è cultura di lavoro, in secondo luogo, occasione di performance. "Perchè canta il cowboy" è una questione psico-sociale interessantissima, ed è argomento del film premiato, Why the Cowboy Sings (2002), di Hal Cannon (uno dei fondatori del Raduno) e Taki Telonidis. Le tante ragioni possono sorprendere. Tra le parole indimenticabili di questo film è l’affermazione del cowboy indiano (Crow), Henry Real Bird: “Il cowboy è quello che abbiamo di più vicino all’indiano.” 

La storia della Nevada, e di Elko in particolare, ci può illuminare sull’importanza di questo luogo sul panorama culturale e storico dell’Ovest. Come bivio verso la fine del lungo tragitto nella nuova "frontiera" dell'Ovest (ovest del fiume Mississippi, s'intende), Elko fu perno delle prime rotte degli “emigranti” (così auto-definiti) di metà Ottocento, avviati sulla California Trail, l'Oregon Trail, e la Mormon Trail—un flusso migratorio che iniziava a Kansas City, nello stato di Missouri. Tra il 1840 - 1869, circa 500,000 "pionieri" fecero il tragitto di circa 2,000 miglia, a piedi, sui carretti coperti, e dopo il 1870, anche sulle ferrovie dell'Union Pacific, per popolare il vasto territorio come famiglie di “homesteaders” prima, e minatori scapoli poi. Venivano a cercare fortuna, a riprendersi dalla crisi economica del 1837, e (per i Mormoni) a trovare libertà di culto nel deserto dello Utah. Convinti di trovare l’oro per la via (come i nostri emigranti italiani…), o almeno una vita migliore, e soprattutto le terre promesse della California (El Dorado) o dell’Oregon. Nei pressi di Elko prendevano o la diramazione verso la California, attraversando la Sierra Nevada, oppure quella che portava a nord nell’Oregon. La fuga verso l'Ovest ha inizio con la crisi economica del 1837, mentre poi viene alimentata (da avventurosi minatori di tutto il mondo) 2, dalla scoperta dell’oro nel 1848, quando il sentiero diventa una vera e propria super-strada. Ci si avviava chi più e chi meno preparati per affrontare le dure prove del tragitto (a seconda della stagione di partenza). I primi consigliavano quelli che venivano dopo, alcuni fungevano da guide professionali, tra cui indiani che conoscevano bene il terreno. Tuttavia, tra le vicende più note fu quell’episodio tragico del “Donner Party,” un gruppo di pionieri che (su falso consiglio) presero una “accorcatoia” che li portò nell’alta Sierra Nevada della California in pieno inverno. A causa dell'impassabilità, la fame, e la morte, furono costretti (per disperazione) al cannibalismo 3 --non però dei propri parenti 4. Altre commitive erano ben più preparate ed auto-sufficienti. Una spedizione esemplare, svolta in maniera quasi “semi-militare,” fu quella dei Mormoni--costretti a trovarsi altra patria dopo l’assassinio dei capi Joseph Smith e il fratello, Hyrum, nello stato dell’Illinois--suddivisi da Brigham Young in squadre di 100, 50, 10. Poichè fu proprio nei pressi di Elko l’incrocio dei sentieri e dei destini, è giusto che sia qui il nuovo centro storico-culturale che illustra questa storia locale e nazionale dell’espansione verso l’Ovest: "California Trail Interpretive Center." 

Perchè il Raduno in Nevada? Per il tipo di vita rurale che venne ad installarsi su quei territori. In un certo senso però, la Nevada sembra tramandare ancora quella cultura "maschile" della frontiera selvaggia e sfrenata, se si pensa al fatto che il gioco d'azzardo, la prostituzione, il libero consumo di alcool, sono tutti ancora legali, e dove la ricerca dell’oro è tuttora vivissima. Malgrado l'epiteto antecedente della Nevada come “Silver State” (‘Stato dell'Argento,’ cf. Comstock Lode 1860), ora produce circa 79% di tutto l'oro negli USA, ed ha una delle maggiori produzioni nel mondo, grazie a grosse ditte come Barrick Gold Corporation e Newmont. 

Ma è anche il paesaggio stesso a spiegare perchè i cowboys si trovano a casa ad Elko. Nei terreni sterminati, aperti e solitari, con sullo sfondo una catena di montagne nevose (appunto, la Sierra Nevada), non c’è che macchia di erbe e cespugli, e dunque non adatto alla coltivazione. Qui, dove si brucia d'estate e si gela d'inverno, dove l'acqua è poca, e le distanze vaste, il paesaggio permette solo un magro pascolo stagionale per il bestiame—come hanno verificato anche molti pecorari baschi a fine Ottocento 5... Il Nevada è al cuor cuore di un paessaggio senza recinti, dove ancora corrono liberi cavalli allo stato brado (i famosi mustangs), insieme a branche di mucche. Il cowboy pure respira l'aria aperta, e può ancora capitargli di dormire sotto le stelle, cucinare sul un fuoco, e passare molto tempo da solo, a riflettere e a cantare. Insomma, la Nevada è una regione che, anche per l’Ovest, permette una vita “classica” del cowboy—quella (anche romanticizzata) di lavoro forte e pericoloso, ma libero. Questo spirito individualistico e anche ribelle, fa tuttora parte (come si vede nella cultura popolare, e qualche volta nella politica) della psiche americana. Il cowboy sembra integrare in sè non solo l’ethos americano ma lo stesso modo di vita. 

Che rapporti ci sono tra le due fazioni storiche nel Nevada: il settore rancher e quello minatore? Non sempre cordiali, dato il netto scarto economico (e dunque politico) tra i due. Ad esempio, i ranchers non possono competere per la mano d’opera 6, anche se cercano di resistere. Prima o poi molti sono costretti a vendere. Anche se alle grosse ditte minerarie non interessano tanto i diritti alla terra ed al tesoro minerale (che potrebbe o non esserci), quanto ad una risorsa molto più preziosa: l’acqua. (E al tema dell'acqua sono state dedicate varie tavole rotonde al Raduno). Questa risorsa, divenuta sempre più scarsa, è vitale a tutti i settori. Senza l'acqua non avviene l'estrazione dell'oro. E per chi vive minacciato dalla siccità e dagli incendi, la mancanza dell'acqua può essere questione di vita e morte per bestia, uomo, e territorio. Isolati come spesso sono, molti ranchers si auto-gestiscono, dandosi una mano tra vicini. L’autosufficienza e la reciprocità tra reti collettive sono essenziali in molti aspetti della vita rurale, e.g., non solo per la marchiatura del bestiame, ma per spegnere gli incendi. 

Il Centro etnografico (WFC) di Elko, fondato nel 1980, è diretto da Charlie Seemann. Il suo scopo è di fare ricerca sul territorio (e.g., cowboy, indiano, e vaquero), produrre CD e filmati (e.g., il già citato Why the Cowboy Sings; il Red Rock Rondo, del 2009, per il centenario del parco nazionale Zion nell'Utah; appoggiando però anche una video-produzione amatoriale) 7, e soprattutto articolare programmi per il grande pubblico. Fa tutto questo in modo intelligente e produttivo. Funge anche da centro sociale, nel suo palazzo storico al centro storico di Elko. Il Pioneer Hotel (che fu prima Saloon dal 1868), con il suo magnifico bar in magogano e ciliegio intarsiato, fu acquistato e restaurato per il WFC nel 1992, e lì si trovano anche i suoi uffici, l'auditorio, la galleria d'arte, ed il negozio (vedi: http://www.westernfolklife.org/). Il capolavoro del Centro tuttavia resta il Raduno che quest’anno ha coinvolto più di 50 poeti e musicisti su 7 palcoscenici in 4 luoghi della cittadina. Ci si viene per la musica e poesia in primo luogo, ma insieme ai concerti, balli, e poesie, ci sono anche mostre, teatro, film, “open-mic” per i giovani, e non mancano workshops pratici sull’intreccio del cuoio grezzo, la pittura "col fumo," la composizione musicale e poetica, tecniche di lettura, di chitarra, dimostrazioni di cucina, insieme a mercati di vestiario, di "Western gear" (attrezzatture), e molt'altro. 

Di poeti e musicisti cowboy ce n’erano dai legendari ai più giovani. C’era, ad es., l'ormai ottantenne, ma sempre vigoroso, Ramblin’ Jack Elliott (http://www.ramblinjack.com/) - presente fin dal primo Raduno del 1984 - musicista cowboy d.o.c., narratore (nota bene: il “rambling” non viene dai suoi tanti spostamenti, ma dalla sua parlantina), amico e compagno di viaggio di Woody Guthrie. (Jack adolescente scapò via dalla sua famiglia nuova yorkese per darsi al rodeo—come bramavano di fare molti giovani a quell'epoca, sedotti dal mito del cowboy). Decine di noti musicisti successivi—tra cui Johnny Cash, Bonnie Raitt, Ry Cooder, Bruce Springsteen, i Grateful Dead, Bob Dylan, e i Rolling Stones—fanno omaggio a Jack. Raccontò a noi italiani delle sue avventure nelle tournée europee, ed in Italia dove era venuto a portare musica americana nelle maggiori città, ricordò con grande gioia i viaggi che fece su una vespa, con chitarra e la prima moglie abordo, fin giù nel Sud! Ascoltammo poi il famoso, ex-veternario e poeta schizzante, Baxter Black, con una mimica comica notevole ed estro poetico bizzarro; ed il conosciutissimo Waddie Mitchell, secco e conciso. Poeti più recenti come Keith Ward, del North Carolina mi afferma che, da quando ha consosciuto al Raduno tante anime amiche, ormai da cinque anni, non mancherebbe nemmeno morto (“come hell or high water” ) a nessuna delle future puntate. In effetti, il Gathering sembra creare un pubblico lealissimo negli anni. Di bande musicali invece si andava dal Tex-Mex (Max Baca e Los Texmaniacs), al nostalgico (Quebe Sisters: http://westernfolklife.org/NPBroadcast.html), al Cowboy Celtic; e di bande da ballo: The Saddle Cats e Wylie and the Wild West. Fenomeno curioso (che però dimostra quanto vitale sia questa cultura), era lo stile dei ragazzi al di sotto dei vent’anni, in mostra al ballo di chiusura (iniziato a mezzanotte), con la musica di Corb Lund and the Hurtin’ Albertans (dall’Alberta, Canada). Si potrebbe definire uno “iper”-swing che rassomigliava, a dir la verità, ad un virtuosistico gioco di lariat (corda dei cowboy per la doma del cavallo), con le braccia della coppia—dentro e fuori, sotto e sopra—sempre legate in un laccio ininterrotto, come nel “fancy roping.” 

Il pubblico arriva da tutto l’Ovest: Montana, Wyoming, Idaho, Utah, Colorado, California, Arizona, New Mexico, Texas, anche dal Canada, e certo da tutta la Nevada. C’è chi viene per la poesia e la musica, chi per l’arte e l’artigianato, e chi per ritrovare amici e colleghi del mestiere. Però c’è anche chi ci torna per il puro gusto di tra/vestirsi da cowboy. Non si può negare il fascino dell'attrezzatura (“gear”: selle, corde intrecciate, sproni, ecc.) e dello stile Western—dagli stivali ai gilè, da cinture e foulards, dai cappelli all'argento lavorato, per non parlare della varietà davvero straordinaria di baffi. (Molti cowboy “veri” tuttavia sdegnano l’eccessiva cura nell’abbigliamento “Western.”) Lo storico e legendario rifornitore di Elko, Capriola, continua a produrre selle e cinture lavorate insieme a tutta l'attrezzatura necessaria ad uno del mestiere. Arrivano però da lontano anche stilisti di alto livello, tra cui il più Hollywoodiano (infatti, ha sede a Los Angeles): Old Frontier Clothing Co. (http://www.oldfrontier.com/), che rifornisce attori western, cantanti country, e tutti quelli ansiosi di fare bella figura. Dei suoi “frock coats” alla Calvin Klein (ma a prezzi più abordabili) e cappelli se ne sono visti tanti in giro durante il Raduno, ed anche noi ci siamo quasi lasciati convincere--con i colleghi di New York, Joseph Sciorra e Lucia Grillo, quest'ultima però, in versione vegan (cioè senza cuoio)! 

In molte delle edizioni passate, il Raduno ha messo a fuoco altre culture pastorali, ad es., quella del: gaucho argentino, pustzta ungherese, vaquero messicano, stockman australiano, paniolo hawaiiano, insieme ai mandriani della Camargue francese e dell’altopiano della Mongolia. S' invitano cowboys internazionali perchè, come dice il collega, Charlie: "crediamo che sia importante introdurre il rancher e cowboy americano ad altri con cui condivide il mestiere, ma che forse hanno altre maniere per affrontare il lavoro." Quest’anno, grazie ad un finanziamento dell’E.L. Weigand Foundation, è stata la volta del buckaroo italiano. Per noi studiosi “a cavallo” tra l’Italia e l’America, la cosa incuriosiva non poco, dato che di cultura popolare italiana da queste parti se ne presenta ben poca, e certamente non sarà quella offerta per il 2013 (“l’Anno della Cultura Italiana”). Anzi. 

Ma cosa c’entrano dunque gli italiani —non quelli degli Spaghetti Western, ma quelli di mestiere--con i cowboy dell’West? A parte il fatto che sarà stato Colombo ad importare i primi buoi, cavalli, e pecore nelle Americhe, oppure che il tessuto dei blue jeans sarà stato inventato dai Genovesi (cf. toile di Gênes/jeans), la nostra cultura mediterranea (romana e pre-romana) ci offre notevoli esempi di pastorizia non solo ovina ma bovina, che permane nella Maremma Toscana e Laziale, e precisamente nel buttero (< Gr. bútoros, “colui che pungola il bue”) 8. La "delegazione" maremmana non era quella toscana, forse più conosciuta (e forse anche più da spettacolo agrituristico), ma della Maremma laziale, il cui epicentro storico fu Cisterna di Latina, decisamente butteri di "mestiere." 9  (Da Cisterna venne il buttero forse più famoso di tutti, Augusto Imperiali che, secondo molti, battè i cowboys di Buffalo Bill Cody in una gara storica che si tenne a Roma.) Tra i laziali: Giulio de Donatis, buttero di professione (e virtuoso di lacciaia), insieme alla giovane moglie e buttera Francesca Prato (studente di scienze veterinaria), ed il figliolo di quattro anni, Brando!; con i butteri “di marchio”—i fotogenici coniugi, Drew (Andrea) Mischianti e Natalia Estrada (spagnola, ex-personalità televisiva in Italia, ed ora donna di cavallo e fotografa)—entrambi direttori dell’Accademia del Cavallo (http://www.ranch-academy.com/info/andrea-mischianti/); i musicisti Gianluca Zammarelli (zampogna, ciaramella, chitarra battente) e Marco Rufo (organetto, tamburello); ed infine, lo chef Valerio de Donatis, ex-buttero e fratello di Giulio. 

La "Maremma amara," era terra di migrazioni stagionali, malaria, e morte dove, come dice il canto: 
l'uccello che ci va perde la penna
io c'ho perduto una persona cara;
sia maledetta maremma maremma
sia maledetta maremma e chi l'ama
sempre mi trema 'l cor quando ci vai
perché ho paura che non torni mai. 


La costiera paludosa che andava dalla Toscana meridionale fino al Agro Pontino, era terra di cavalli e mucche allo stato brado, ed anche riparo di fuorilegge datosi alla macchia e banditi come Domenico Tiburzi 10. La Maremma ci ha dato la mucca dalle tipiche corna lunghe e pericolose, cavalli solidi ed agili, squisitamente adattati lungo i secoli al terreno e soprattutto alla palude malarica. A testimonianza del buttero Giulio, poche altre razze di mucche sopravvivono ai malanni indigeni, e possono deperire e morire entro 48 ore dal contatto con il territorio—lascito della malaria in una zona finalmente bonificata solo negli anni Cinquanta. (Nel popolo invece, il lascito della malaria si tramanda come netto aumento nel tasso di malattie del sangue.) 

La mostra “Italian Buckaroos: Old World & New World,” curata da Mischianti, Estrada, ed il WFC, rivede la cultura della Maremma storica (apparentemente tri-millenaria), insieme a quella attuale, attraverso l'immagine, il vestiario, l'architettura (cf. il capanno), ed altro 11. Di particolare interesse: un settecentesco Libro dei Marchi—registro dei nobili marchi equini (non bovini); un dipinto raffigurante una gondola che trasporta cowboys ed amerindiani (del Wild West Show di Buffalo Bill) su un canale di Venezia; ed un bel dipinto del 1864, Al Fontanile, di Giuseppe Raggio, riprodotto sul manifesto del Raduno quest’anno. Troviamo anche attrezzatura: ad. es., l'uncino, detto "il terzo braccio," la lacciaia, e selle (“col pallino”; la “bardella”; e la più recente “scafarda”—di derivazione militare), insiemi a capi del vestiario buttero. 

La mostra inoltre, ci ha fatto conoscere una parte della storia italiana diasporica meno conosciuta: quella dei buckeroo italo-americani del Nevada, presenti sul territorio già dagli anni 1880, ed in gran parte d’origine lucchese (cf. nomi come Tomera, Buzzetti, Mori). I primi arrivati erano legati alle miniere, come costruttori di forni carbonai per i minatori, ma poi sono tornati alla terra, come contadini e mandriani per rifornire i minatori, dai quali c’era da guadagnare parrecchio. Interessante questa storia di italiani contadini e pastori tornati, nella diaspora, a vivere di agricultura e pastorizia—certamente sono meno studiati degli immigranti dei centri urbani come New York, Chicago, Philadelphia 12

 Lo scopo degli incontri tra cowboys americani e butteri italiani (e tra italiani ed italo-americani) era quello di offrire molte occasioni per un libero scambio di pensieri, preoccupazioni, e soluzioni su questioni pratiche: e.g., il prezzo del petrolio, il consumo pro capite del manzo, come contrattare con i padroni dei terreni (e.g., il poco amato Bureau of Land Management che rilascia i permessi al pascolo, 13  vs. l’ancor meno amato Vaticano), la conservazione dell’acqua, il clima che cambia; alle questioni ideologiche intorno agli ambientalisti urbani (“tree huggers”) estremisti (e magari anche vegetariani), apparentemente più interessati a proteggere speci in pericolo di estinzione (i.e., sage hen, spotted owl), che il modo di vita del rancher. Ma chi, ci chiede il cowboy, ha interesse a conservare l’ambiente e proteggere la qualità e i diritti all’acqua (ed impedire chi vuole sviluppare e sfruttare il terreno), più di lui, poichè su di questo dipende la propria capacità di guadagnarsi il pane? Si rivela che il cowboy, il buttero, e l’ambientalista hanno uno scopo simile: conservare il territorio allo stato brado. Poi, il cowboy affermerebbe, allevare il bestiame in modo naturale, lasciandolo al pascolo libero, è anche un atto etico (contro gli odiosi “feed lots” dell'allevamento industriale, fonti anche di alti tassi di metano e dunque dell'effetto serra). 

A confrontarsi c’erano anche le donne—buttere e cowgirls—in una tavola rotonda intitolata “Ranch Women Swapping Stories,” con discorsi legati al lavoro, ma anche alla vita di famiglia, e alle aspirazioni personali: e.g., perchè è preferibile allevare i figli in ambienti rurali e liberi, come e se integrarli nella scuola, come non essere ridotte a lavandaie, cuoche, e massaie… Ambienti diversi, livelli variabili di maschilismo (e classismo), ma molte questioni di base assolutamente uguali. 

Un'ansia più profonda si aggirava intorno alla domanda: come proteggere non solo un settore economico, o un paesaggio, ma un modo di vita (e aggiungeremo: bene culturale) rurale? Laddove c’è sdegno storico e di classe nei riguardi del lavoro agricolo e d'allevamento (come in Italia), la cosa può sembrare grave. Gli italiani erano, in effetti, meravigliati dall’alto livello di organizzazione, di finanziamenti, e di rispetto per la cultura d’allevamento, mostrati dal Raduno stesso—una manifestazione che dubitavano potesse accadere in Italia. 

Ci si domanda: sarà possibile sopravvivere solo di mandrie? Alcuni resistono ma con sforzi e trasformazioni notevoli, mentre altri mollano—sia da questa che da quella parte dell’Atlantico. Ad es., i proprietari di Reds Ranch http://redsranch.com/ (località Lamoille, Nevada, uno dei più pittoreschi dei paesini nell’area delle Ruby Mountains, “Le Alpi Americane”), hanno convertito la tenuta a "resort" di villeggiatura di gran lusso: alloggi con “tutti i confort moderni,” centro congressi, attività culturale (musica informale dal vivo attorno al grande cammino), ristorazione di alta qualità (con l'ormai richiesto localismo alimentare: vedi la curiosa “salsiccia di serpente e coniglio” sul menu di fine gennaio!). Lo chef, Francy Royer, insieme al marito Joe, offrono anche un servizio di sci in elicottero (http://www.helicopterskiing.com/about/reds-ranch). 

I nostri butteri della campagna romana (la Tolfa, 60 chilometri a nord di Roma) hanno fatto similmente: Giulio, buttero di terza generazione (la famiglia è di origine abruzzese, arrivata nel Lazio nel secondo dopoguerra), gestisce la Tenuta dell’Argento. Alleva mucche maremmane su pascoli aperti, macella la propria carne "naturale," e pratica una vendita diretta al pubblico ed anche ai ristoranti di Roma, dove la carne è molto richiesta (http://lecarnidellargento.com/). Ma non basta. La tenuta offre agriturismo alberghiera (con maneggi e piscina, gestito da un secondo fratello), e ristorazione (in mano al terzo fratello, Valerio). 

Il compito preciso assegnatomi dal WFC era quello di accompagnare e tradurre lo chef maremmano nei suoi stage di cucina buttera (oltre che offrire informazioni intorno alla storia e cultura alimentare italiana in generale) 14. I due workshops su “Italian Cow Country Cuisine” sono stati svenduti nel giro di pochi giorni, tanto vivo era l'interesse per la cucina italiana. Per l'americano "mangia-manzo" (bistecche e hamburgers), quando pensa alla cucina italiana, terra della così vantata dieta Mediterranea, non viene subito in mente la carne. Ma di carne (“alternativa”—cioè quelle parti meno pregiate) ce n’era parrecchia: coda alla vaccinara, lingua salmistrata, ossobucco—piatti una volta poveri ed ora richiesti nei migliori ristoranti romani e a prezzi profumati. Però, il piatto emblematico del buttero maremmano resta l’acqua cotta (a proposito di piatto povero!), una zuppa secondo lo chef, che si poteva preparare 365 giorni all’anno, variabile a seconda delle erbette selvatiche a disposizione (cicoria, dente di leone, mentuccia, ecc.), cotta in un pentolone sul fuoco aperto, con l’aggiunta di un battuto di lardo ed aglio, arricchita da un uovo sopra, e servita con il pane di grano. 

Di alimentazione dei vaccari ne hanno parlato anche gli italo-americani. L’inimitabile Tom Tomera, dai baffi incerati--che insieme alle figlie tiene duro sulla tenuta a gestione familiare, Tomera Ranch—ci raccontò di come vivevono (e come s'incontravano) gli italiani sparsi per quei luoghi ai tempi dei nonni, alla fine dell’Ottocento. La nonna dovette prendere in mano la gestione del ranch quando il marito, presa una zampata nel petto, morì e la lasciò vedova. Mantenevano tradizioni alimentari intatte con ingredienti che veniva dal proprio orto e dal proprio bestiame, con l’aggiunta di solo pochi prodotti d'importazione (olio d’uliva dall'Italia, e uva da vino dalla California, che arrivarono direttamente sui binari locali), e pochi prodotti comprati (farina e fagioli). Tutto il resto era fatto in casa e conservato in cantina (giardiniere, “salcicci,” prosciutto, formaggio, burro). "Homesteading" ed auto-sufficienza all’italiana, insomma. 

Ma non mancarono racconti anche umoristici al riguardo: Tomera racconta un episodio sulla nonna ed i suoi vari malintesi culturali: di quando la maestra mandò a casa un biglietto con il figlio, ricordando alla madre di non mandare il vino a scuola nel cestino dei ragazzi! Oppure il giorno in cui un treno fece fuori una ventina di maiali ed una decina di tacchini in un solo colpo, visto che si trovavano a pascolare tra i binari. Quella macellazione (estiva) imprevista richiedeva l’aiuto dei vicini di casa. Insieme però riuscirono a salvare tutta la carne. Mentre l’ottantenne, Nel(l)o Mori, immigrato all’età di 14 anni (e che ancora ricorda l'italiano), parlò anche dei rapporti con gli indiani locali e lo scambio di beni alimentari: magari di pesce essicato degli indigeni per qualche gallina degl’immigranti. 

Tra gli italo-americani c’erano anche altre presenze inattese: ad es., Paul Zarzyski (www.paulzarzyski.com), l’estroso poeta di madre trentina e di padre polacco, laureato all'Università della Montana (Masters of Fine Art), ed insieme rodeo rider. Zarzyski si manifestò di una sensibilità raffinita, con capacità mimetica e senso umoristico, unici. (Di notevole interesse e.g., una poesia briosa sullo sterco—scritta da chi, lavorando con il bestiame, certamente lo conosce da vicino!) Ci raccontò come, per non fare la fine del padre minatore e per potersi guadagnarsi il pane in maniera meno schiacciante,  15 si mise a girare per i rodeo. (Non so se, in effetti, gli acciacchi siano stati meno.) Bravo anche in cucina, in una delle edizioni precenti del Raduno ha non solo recitato poesia, ma ha insegnato a fare i canederli. I ricordi alimentari entrano perfino nella poesia: giardiniera e funghi sottaceto nella cantina della memoria (ne conserva ancora qualche baratolo dopo la morte della madre anni fa) e zuppa di caffelatte nella sua “scudela” dalla “noni.” 

Per quel che riguarda la musica italiana, c’erano Zammarelli e Rufo. Zammarelli, tra i migliori stornellatori mai sentiti, con la sua voce schietta e melodica, ed una maniera magistrale con zampogna e chitarra battente, ha cantato stornelli, canti di lavoro e d'amore, serenate, ed una versione di “Maremma amara” davvero memorabile. Insieme al bravissimo suonatore d’organetto, Rufo, hanno presentato un repertorio che sembrò rappresentativo non solo dell’ambiente specifico maremmano, ma di quello pastorale centro-meridionale più in generale. Per il pubblico americano poi, la zampogna italiana era inaspettata, poco conosciuta (si conosce normalmente solo la “bagpipe” di tradizione scozzese). I musicisti hanno fatto comparse formali ed informali nei contesti più vari: dai ricevimenti, a stage culinari, gite, e perfino in qualche ristorante di Elko. Alcuni momenti spontanei sono stati tra quelli più indimenticabili: l’improvvisazione musicale nella galleria d’arte con Brigid Reedy, la giovane ragazza violinista (oltre che yodler), la tarantella di Tom Tomera con Natalia Estrada (vedi: http://www.youtube.com/watch?v=36y6VTvDoiY), una tarantella improvvisata in cucina con Bette, la vedova del conosciutissimo poeta, Buck Ramsey, durante un “fundraiser” VIP… 

Intervistando i musicisti per conto di Lucia Grillo, regista della trasmissione televisiva “Italics” (CUNY, City University di New York), ho chiesto a Zammarelli (che frequenta pastori e zampognari da vicino), il suo parere sulla cosidetta “gerarchia” agro-pastorali: bovari>pecorari>contadini. Mi ha risposto che in realtà le divisioni non erano così nette, dato che gli allevatori di bestiame dovevano anche coltivare campi da fieno, ed il contadino da parte sua, allevava animali. Ha poi affermato un altro fatto interessante: si dice che le zampogne più vecchie si trovano negli scantenati degli emigrati in America anzichè in Italia 16. (Pensiamo di avere avuto notizia di una di queste zampogne da un californiano in gita con noi alla tenuta Tomera… e ne siamo sulle tracce.) 

In conclusione, tra cowboy e buttero, tra americani ed italiani, come abbiamo verificato, ci possono essere più punti di contatto di quanto ne avremo immaginato (oltre al fatto che fu Colombo, come si suol dire, a portare mucca, cavallo e pecora nelle Americhe). Forse ora, quando si guarda una carta della penisola italiana, si deve, in effetti, pensare allo stivale di cowboys e butteri. E quando vediamo i cornetti, talismani portati intorno al collo dagli italiani, ricordarci le proprie culture bovine mediterranee—territorio di maremmane, buoi, ed antichi bisonti—bestie dalle corna buone a tenere lontano non solo il malocchio, ma forse anche qualche temuto ambientalista (“tree hugger”) vegetariano. 

Luisa Del Giudice, Ph.D. 
Los Angeles 

CELEBRATING ITALIAN COWBOYS - IL VIDEO
di Steve Green



IL REPORTAGE FOTOGRAFICO COMPLETO
di Luisa Del Giudice - Montaggio di Salvatore Esposito





Note
________________________________

1 Decretato dal senato americano un raduno nazionale a partire dal 2000, perchè bene culturale di tutta la nazione. 

2 Basta guardarsi la toponimia delle miniere, e.g., Italian Bar, French Camp, Dutch Flat. 

3 La storicità dell’episodio viene ancora dibattuto per concludere, una volta e per sempre, se è stato praticato o meno il cannibalismo dai superstiti. Da alcune ricerche recenti sulle ossa dei defunti, non sembra esserci traccia, ma dai racconti e diari dei testimoni diretti, la risposta è senza dubbio all’affermativo. Per coincidenza stagionale (il Raduno si tiene a fine gennario), eravamo lì con una nuova e fitta nevicata, e dunque ci sembrarono del tutto comprensibili le difficoltà e la disperazione degli emigrante colti all’improvviso in tali circostanze. 

4 Una macabra illustrazione del proverbio "chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova." Una donna indigena Paiute, Sarah Winnemucca, ricorderà successivamente che il suo popolo li avrebbe anche aiutati, se non fosse stata per la paura dei bianchi! 

5 Il territorio che comprende pecorari baschi è una rete inter-statale che abbraccia la Nevada, Idaho, e la California. Il festival nazionale dei baschi, ad esempio, ha luogo ogni anno ad Elko, il 4 di luglio; esiste un importante quartiere e centro basco a Boise, Idaho; e all’Università della Nevada, a Reno, invece, c'è un centro di studi baschi. 

6 Ad es., a confrontare l'attuale paga di un minatore, che va dai $20-25/ora, contro circa $75-100/giorno (con vitto e alloggio) che rancher potrebbe offrire ad un cowboy, si capisce perchè una tenuta come quella dei Tomera debba essere a gestione familiare--a meno che non si importi mano d’opera, ad es., dall’America del Sud. 

7 Il programma “Deep West Video” insegna ai non-addetti ad auto-documentarsi, e a creari i propri progetti visivi. 

8 Il termine è centro-meridionale. Il compito del mandriano (a cavallo) di mucche è quello di pungolare il bue, di farlo muovere (=come “cowpuncher” pungolatore di mucche). Il buttero, infatti sisi aiuta con un lungo “uncino” (“il terzo braccio”), un attrezzo che può avere una serie di funzioni: pungolare la mucca, chiudere un cancello, raccogliere un capello. 

9 Esistono varie associazioni di butteri in Toscana e nel Lazio; vedi, ad es.: Butteri Cisterna di Latina - Associazione Butteri di Cisterna e dell'Agro Pontino http://www.buttericisterna.it/; Associazione Butteri dell’Alta Maremma: http://www.butteri-altamaremma.com/. Pare che lo spettacolo e la gara più o meno elaborato, faccia ormai parte di ognuna di queste (oltre al lavoro stesso di mandriano). 10 In effetti, l'immagine classico del bandito laziale e quella del buttero—col capello nero, avvolti dal pastráno—si possono anche confondere (se non fosse per le ciocie dai primi). 

11 La prossima tappa della mostra sarà ad "arte italia," centro culturale ed artistico italiano della Nevada, a Reno. 

12 Anzi, noi studiosi della diaspora italiana negli stati dell'Ovest abbiamo spesso notato uno scarso interesse, da parte degli studiosi della migrazione italiana, per gli stati del Sud, del Mid-West, e del West. Recentemente però (il 22 ottobre del 2012), nel dipartimento d'Italianistica dell'Università della California di Los Angeles (UCLA), si è tenuto un simposio sugli Italiani in California (Italian Americans, California Italians: http://www.italian.ucla.edu/lectures-recent-.html). Ed è anche in produzione un documentario sull'argomento, diretto da Gianfranco Norelli e Suma Kurien. 

13 La lotta storica per mantenere il diritto al pascolo libero (“open range” – la Nevada è ancora terra “aperta”), contro la presenza degli indiani, la pressione demografica dei contadini e “homesteaders,” ed dei regolatori governativi, fa tuttora parte della realtà americana di tutto l’Ovest. Storicamente, i poteri delle Cattlemen’s Associations, e dei loro interessi in tutti i settori politici e civici, si mantengono più o meno intatti laddove sono numerosi e potenti. Sembra tuttavia che la situazione stia forse cambiando (anche in Nevada), grazie ad altre forze settoriali e governative, in crescita (e.g., minatori, e il BLM stessa). 

14 A dire la verità, il Raduno offre non solo ai mandriani, ma anche ai folkloristi che operano in tutto l’Ovest, l’occasione per rivedersi e per collaborare all’evento, dando una mano nella presentazione di concerti, stages, e tavole rotonde di vario genere. Una cena di soli folkloristi ha avuto luogo nello storico ristorante/albergo basco, Star Restaurant (dove ancora alloggia qualche pastore basco), iniziando con il tradizionale Picon punch (non per i deboli), e dove una cena tipica comporta 5-6 contorni fissi, oltre al piatto ordinato—sostanziose porzioni di carni ovine o bovine. 

15 Racconta un episodio penoso che gli creò grande imbarrazzo, sorto dalla voglia di offrire una cena come si deve (grazie ai guadagni tipici del rodeo) alla madre ormai anziana. L’ha invitata per la prima volta ad un rodeo per potersi affermare presso di lei, ed invece, trascinato più volte intorno al tondino—e quasi schiacciato dal bronco (cavallo non domanto, altro ispanismo dell-ovest)—è andato a finire non in un bel ristorante per una bistecca “prime,” ma all’ospedale. 

16 Un documentario recente sulla zampogna nel Meridione (Zampogna: The Soul of Southern Italy), è quello di un americano (anche zampognaro), David Marker: http://www.youtube.com/watch?v=3pa4W7iA5So

Roberto Trenca, Un Chitarrista Tra Napoli e Il Sud America

Già in passato, intervistando il compositore piemontese Francesco Turrisi, Blogfoolk ha dato la parola a musicisti italiani che hanno scelto di vivere e suonare all’estero. Lo sguardo obliquo di chi ha nel proprio percorso artistico prolungate collaborazioni extra-italiane o, addirittura, ha deciso di lasciare il nostro Paese, consente di sollecitare una riflessione su ciò che significa vivere di musica in Italia. È la volta di Roberto Trenca, classe ‘77, chitarrista napoletano diviso tra la sua città natale e il Sud America. Trenca vanta un percorso musicale eclettico, dalla musica popolare italiana alla collaborazione con Isabel Parra (la figlia di Violeta Parra) e con tutto il mondo della musica popolare andina, dall'amore per la musica tradizionale greca alla collaborazione con l'Orchestra Multietnica Mediterranea formatasi di recente a Napoli sulla scia di analoghi organici che, a partire dall'esperienza dell’Orchestra di Piazza Vittorio, si sono diffusi in tutto il territorio nazionale. Parliamo di un musicista animato da una viscerale passione ed un profondo rispetto per l'arte musicale tanto da sentirsi ispirato e mosso nel suo agire artistico dalle parole di Astor Piazzolla: "...Invidia, superbia, competizione: questi i sintomi della morte culturale di un artista". 

Come è nata la passione che ti ha portato a cominciare a suonare gli strumenti a corda? 
A dieci anni ho cominciato a suonare il pianoforte per poi passare alla chitarra che rispondeva di più a quello che cercavo in uno strumento. Da allora è stata una smania continua di conoscere il mondo degli strumenti a corda che sento di poter suonare pur non conoscendoli in profondità. Non so se sia un dono o una forma di “autismo da cordofoni” ma è un incantesimo che non svanisce mai. 

Un amore al primo ascolto per la musica popolare… 
È musica genuina e storica nel vero senso della parola, con un patrimonio vastissimo. Forse è anche questo che mi affascina: non credo esista punto geografico dove non ci sia almeno un ritornello locale, una ninna nanna, uno stornello che è solo di quel luogo. Questo dà originalità, fa sembrare sempre tutto raro e antico. Chi la elabora o la contamina però deve stare attento, a mio parere, a non disperderne l’essenza. Puristi e integralisti sono più indietro di quanto credono di essere. 

 … e per la musica sud-americana. 
Ammetto la fortuna di aver respirato aria di musica fin da piccolissimo tra le mura domestiche, grazie a mio padre e mio fratello Stefano. Mi innamorai di un LP della collana I Dischi dello Zodiaco, intitolato La nueva Cancion Chilena fin da bambino. Violeta e Isabel Parra, Victor Jara, gli Inti Illimani. Poi arrivarono le cassette di Mercedes Sosa e Silvio Rodriguez. Un amore che si rinnovava ad ogni nuova scoperta. Destino volle che fin da piccolissimo mi ritrovai gli Inti Illimani in casa grazie ad alcuni amici di mio fratello (il gruppo musicale Charagua), che conoscevano gli Inti personalmente. Molte tecniche le ho apprese da loro direttamente, altre invece quando seguivo le prove dello storico gruppo Charagua di Napoli, di cui mio fratello ha fatto parte. I Charagua erano i nostri Inti Illimani, anzi oserei dire che il loro discorso musicale era ancora più filologico, con un repertorio a disposizione da fare invidia al migliore dei gruppi latino americani. 

Vuoi parlarci delle esperienze che hai vissuto all’estero? 
Appena si esce dall’Italia pare che il mestiere di musicista sia meno screditato e più valorizzato. Paesi che apparentemente non sembrano avere strutture, poi alla fine ce le hanno e come… Parlo della Grecia, del Cile, del Venezuela, del Brasile, di Cuba. In Cile, appunto, ogni musicista professionista o dilettante può richiedere una borsa di studio (BECA) per approfondire lo studio di uno strumento, per pagare la produzione di un disco o per farsi finanziare un periodo all’estero incentrato sullo studio di un genere musicale specifico. Roba che da noi ancora non si è vista. Questa forse è la cosa che mi ha colpito di più. Non parliamo poi del Venezuela… strutture, spazi a disposizione. In Venezuela credo ci siano i migliori musicisti del mondo, come grinta e come capacità. Certo sono scelte volute dai governi per la vita difficile che c’è in questi Paesi, ma da noi si spendono migliaia di euro per iniziative di mercato inutili e dannose per l’etica del nostro mestiere. Questi soldi potrebbero essere investiti per altro. Non credo che organizzare un concerto per Padre Pio su Rai 1 valga quanto aprire una scuola di musica in periferia. Padre Pio stesso sarebbe il primo a felicitarsene… In Argentina ho fatto un corso di bombo leguero indetto dalla Casa Nuñez, la casa madre delle chitarre di Atahualpa Yupanqui. In Grecia ho collaborato con la cantante Eleni Peta e con il musicista Stelyos Varveris: la Grecia è crocevia infinito di culture, una fonte di godimento musicale inesauribile. Sono molti i musicisti italiani e latinoamericani che ho incontrato e che mi hanno insegnato davvero tanto, ma qui voglio ricordare Daniel Viglietti, con il quale abbiamo suonato io ed Isabel in Venezuela, una persona di una bontà e di una semplicità infinite.

Soffermiamoci sul Cile. 
L’Italia ha conosciuto la musica cilena grazie agli Inti Illimani e alla loro lunga permanenza in Italia da esuli politici dopo il colpo di stato fascista del 1973. Chi è stato dentro queste vicende, musicalmente e politicamente rimarrebbe seriamente deluso dall’odierno Cile. Attualmente un mostro enorme sia aggira in America Latina: la convinzione che essere moderni e dei nostri tempi significhi dimenticare il folklore e dipingersi il cervello a stelle e strisce. Le nuove generazioni, se non portate da un ideale politico, non arrivano nemmeno a conoscere il folklore cileno e questo crea settori e separazioni, non continuità. Musicalmente parlando, il Cile ha un patrimonio musicale contadino di una poesia e di una raffinatezza straordinari; musiche, melodie e canzoni che qui in Italia non sono arrivate, poiché troppo poco politiche. Brutto lato della fase “El pueblo unido jamas serà vencido!”. In Cile ho scoperto brani della tradizione folklorica di una bellezza rara, l’uso dell’accordatura aperta in Sol e in Re sulla chitarra, che si sposa divinamente con melodie popolari. Il ritmo tipico della cultura musicale cilena è la cueca in 6/8, molte composizioni vengono eseguite con questo ritmo. La cueca è anche una forma di “epitaffio” musicale, poiché ha una metrica particolare, che segue uno schema ben preciso. Anche nella stesura del testo. Viene eseguita in vari ambiti, poiché è anche un ballo tipico che possiamo trovare in tutte le circostanze. Soprattutto in matrimoni e feste. A proposito di matrimoni e feste, c’è anche il parabièn in ¾, che di solito ha come tema proprio storie di unioni o separazioni. Poi c’è il rin in 2/4: un esempio famoso è il brano di Violeta Parra “Rin del angelito”. Ancora, la tonata sempre in 6/8, un esempio per tutti è “Gracias a la vida” che non credo abbia bisogno di presentazioni. Un brano scolpito nella storia della musica latinoamericana. Se poi scendiamo verso il sud del Cile possiamo trovare la famosa pericona, ancora in 6/8, tipica dell’isola Chiloè e delle sue zone limitrofe. Riguardo alla mia esperienza cilena, mi sono guadagnato la nomina di rappresentante in Italia della Fundación Violeta Parra, una gran bella soddisfazione. Ci tengo, a tal proposito, a mettere in evidenza quanto segue a proposito del Cile: Victor Jara, Violeta Parra avevano consacrato la loro anima musicale alla ricerca delle tonade campesine, prima di essere etichettati solo politicamente nell’ambito musicale. Ora in Cile la musica è in bilico tra un passato gloriosamente fecondo e politico ed un presente che tende a dimenticare. Per fortuna Violeta Parra è davvero ancora nel cuore di tutti, questo immunizza dalle mode pericolose. Rimarrà sempre la voce del Cile, se non di tutti i cileni, della stragrande maggioranza. 

L’entrata in organico nel gruppo di Isabel Parra ha rappresento per te una svolta umana e professionale importante. 
Ricordo il momento esatto, il luogo ed il giorno in cui Isabel mi disse, chitarra alla mano: “Fammi vedere come porti il ritmo della cueca cilena!” Insomma, le mani sudarono…ma andò bene. In cuor mio fu come se avessi lavorato un’intera vita al collaudo di questo incontro. Ho un ricordo indelebile di quel periodo. Inoltre Isabel mi ha lasciato completamente libero di esprimermi musicalmente. Certo a lei le mie sonorità “andine” pesavano un poco, come giusto che avvenga a chi vive in quel contesto, da me cercava qualcosa di più vicino alla mia tradizione, che ovviamente a me sembrava più banale. Ci sono stati anche momenti di indubbia difficoltà risolutiva, ma alla fine si giungeva sempre ad un compromesso. L’organico di Isabel è stato sempre costituito da pochi elementi, un poco per scelta sua, un poco per esigenze pratiche. Isabel è tornata al suo vecchio stile, ovvero due, tre strumenti al massimo e voce. Lei si accompagna egregiamente con il suo cuatro venezuelano, io la seguo con la classica, giocando sulle armonie e sugli accordi; a volte canto anche io e le do una mano con una seconda voce. Utilizzo anche la chitarra battente e il charango. In duo abbiamo fatto la maggior parte delle tournee. La novità rispetto alla canonica amplificazione degli strumenti dal vivo, è stata ritornare a suonare acustici. Ovvero senza l’uso di piezo elettrico o strumenti con pick up, ma solo microfoni. Questa la considero una svolta, paradossalmente. Da qui naturalmente l’esigenza di dover arrangiare diversamente alcuni brani che all’apparenza semplici, devono trovare una strada più complicata per rendere meglio dal vivo. Nella musica tradizionale cilena, poi, alcuni pezzi rendono meglio usando le tipiche accordature aperte di re o di sol. Con Isabel Parra ho inciso il CD Continuación (2007), ho arrangiato e suonato alcuni brani di Violeta Parra in Isabel canta a Violeta (2008), in Afecto y Compromiso (2009), ho rielaborato brani storici e inediti di Isabel e nel DVD allegato al libro Violeta Parra. Obra Visual, di cui ho scritto la prefazione, c’è anche un mio arrangiamento ad un inedito di Violeta Parra. 

Come vivi la musica sul campo? 
Vivere ed immergersi nei luoghi dove è ancora viva la tradizione. Credo che sia come quando bisogna imparare una lingua. Per avere le idee più chiare riguardo l’uso del bouzouki e le sue potenzialità mi traferii ad Atene per due mesi approfittando di due concerti che dovevo fare lì. Poi cerco di entrare il più possibile nello spirito della forma armonica e ritmica. Io credo che certi strumenti siano stati fatti per un tipo di musica e non il contrario. La chitarra acustica fu creata da Christian Frederick Martin perché nelle orchestrine americane la chitarra classica non riusciva ad arrivare all’orecchio degli ascoltatori e dei musicisti stessi che la suonavano, così fu ingrandita la cassa e le corde passarono dal nylon al ferro. Giusto per fare un esempio. 

Hai già avuto modo di presentare lo spettacolo con Isabel Parra? 
 In Cile e in giro per il mondo il nostro spettacolo ha sempre trovato una risposta positiva del pubblico. Di tutte le età. In Norvegia e in Svezia intere comunità latinoamericane erano presenti ai concerti, questo emozionava e commuoveva. In Italia è stato lo stesso, con la differenza che qui come al solito pensano che Isabel alla fine canti “Venceremos” con il pugno alzato… dal repertorio prettamente cileno e mai ascoltato rimangono affascinati, ma non particolarmente colpiti. Addirittura una volta ricevetti una telefonata prima di un concerto qui a Napoli che mi chiedeva espressamente di cantare un brano che nulla aveva a che vedere con Isabel o con il nostro repertorio. Ma politicamente schieratissimo. Cose che possono succedere e nessuno ne fa un dramma. 

Quali progetti si intravedono nell’immediato futuro? 
Sto collaborando con l’OMM (Orchestra Multietnica Mediterranea), un lavoro di interazione musicale interessantissimo e nuovo. Sto preparando il secondo CD con Isabel e tra collaborazioni sparse, prove e quant’altro sto lavorando ad un disco mio, come dicevo prima. Suona malissimo un “disco mio”, ma in effetti ci suono solo io dentro. Ci saranno forse degli ospiti, ma ancora è presto per parlarne. Un poco per scelta un poco per la voglia di farmi accompagnare da uno stile che conosco bene e che posso guidare con più dimestichezza. Le sonorità che ne stanno uscendo fuori sono naturalmente le due che più mi hanno affascinato sin ora. Quella sudamericana e quella greca. Se ne verrà fuori qualcosa di gradevole sarà già un bella soddisfazione. 


Mario Giovanni Rossi (ha collaborato Ciro De Rosa)

Rione Junno – Terra di Nessuno (Suoni Liberi/Self)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

La matrice è quella popolare nella musica dei Rione Junno, combo garganico che sin dagli esordi si è spinto esplicitamente a ricreare le espressioni musicali del promontorio pugliese, superando l’idea di mera riproposta di un patrimonio di valore inestimabile che per tutto il Novecento ha avvinto tantissimi studiosi: da Lomax a Capitela, da Leydi a De Simone, per non dire degli artisti pugliesi e “forestieri” che si sono alimentati al fuoco sacro dell’arte dei cantori e suonatori locali. Con Rione Junno tamburello, chitarra battente e fisarmonica hanno incontrato bassi profondi, groove elettronici e chitarre distorte. Il ruotare intorno al movimento artistico ispirato da Eugenio Bennato ha dato più ampia visibilità al gruppo, ma ne ha in parte anche segnato la cifra compositiva. “Il percorso artistico di Rione Junno, nei suoi ormai dieci anni di attività, ha trovato ogni volta nel momento creativo e di composizione un punto di svolta, quasi di sfida per la costante e ossessiva ricerca di una strada originale, unica…”, spiega Federico Scarabino, autore, vocalist e chitarrista della band. “Le tre produzioni discografiche Tarant beat project, Tarant beat live ed infine l’ultimo lavoro appena pubblicato Terra di nessuno testimoniano ampiamente questa modo di vivere la musica popolare ed alternativa. Il nuovo disco è il frutto di una ricerca sul campo mai abbandonata, ma anche di una novità assoluta rappresentata dalla scrittura di brani inediti (in testi e musica) che traducono e calano il progetto artistico di Rione Junno nella stretta attualità e realtà dei nostri giorni”. Con il terzo album Terra di nessuno, realizzato con il contributo di Puglia Sounds, la band di Monte Sant’Angelo, pur non mettendo da parte la lezione di una personalità così influente (qui la band reinterpreta la bennatiana “Foggia”, su cui è cucita una veste orchestrale con gli archi del maestro Marco Vitali), mostra di avere idee chiare su come tenere insieme il corpo della tradizione, l’antica possente anima sonora di Capitanata e i linguaggi metropolitani di oggi, mettendo a fuoco – come già in passato – tematiche sociali. Il disco mantiene una cantabilità sia quando i Rione Junno attingono a liriche tradizionali sia quando usano l’italiano nei brani d’autore, scritti da Scarabino e da Elio “100 gr.” Manzo (in pianta stabile nel gruppo) e Sergio “Serio” Maglietta dei Bisca che innestano virate rock e funk. L’incipit di “All’America”, testo tradizionale su musica di Scarabino, contiene un frammento con la voce di Rosa Laguardia di Cerignola, proveniente dall'Archivio Sonoro della Puglia. L’arpeggio dell’oud di Erasmo Petringa apre la canzone “Vieni qua”, passo leggiadro per parlare ancora di rinunce e di bisogni con le nuove emigrazioni; in evidenza il fraseggio della fisarmonica di Biagio De Nittis e il sax dell’ospite Matteo Quitadamo. Il brano è accompagnato da un videoclip ufficiale, visibile anche in Rete. In “Malelingue”, sciabolate elettriche e tamburelli e l’inserto di canto in francese del senegalese Assane Diop. Il tema dell’antagonismo del brigante ritorna in “Terra di nessuno”, featuring il canto grumoso e scuro di Enzo Gragnaniello. Un muro del suono percussivo accompagna “Oi ma’” con in primo piano Marcello Colasurdo, un’altra voce del sud. Elogio della vitalità di una Puglia e per estensione di tutto un Sud altro, che sa ancora fare festa, ancora ballare in “Notte a Monte”. La spirale della danza ti prende anche in “Storie di musica popolare” (qui convergono ancora l’oud di Petringa e la voce di Diop), dove tarantella garganica e funky si confondono, e nella conclusiva “Quatt parole”, dove c’è tutta la poetica di questa bella terra miscelata al drive rock. 


Ciro De Rosa

Andrea Capezzuoli e Compagnia – Leandra (FolkClub /Ethnosuoni)

Da molti anni Andrea Capezzuoli (voce, melodeon, organetti, scacciapensieri, piedi) anima la scena folk milanese con un mélange squisitamente variegato di ingredienti danzerecci: tradizione popolare franco-canadese, folk irlandese, danze e canti della tradizione norditaliana e spruzzatine di improvvisazione jazz. Musica schietta ed effervescente, molto fruibile, interpretata da musicisti che dimostrano di divertirsi davvero tanto suonando. Nel corso degli anni Capezzuoli e sodali hanno allietato numerosi festival, tra i quali ricordiamo Rudolstadt, Nuit du folk, Etétrad, Folkermesse, Capodanze, Zingaria. Pubblicato per l’etichetta monferrina Ethnosuoni, questo terzo album giunge dopo due CD (Suonato con i piedi e Tutto per Amore) che hanno ottenuto lusinghieri riscontri di pubblico e riconoscimenti dalla critica trad soprattutto in Francia. A completare il quartetto sono Luca Rampinini (sax soprano, piano, cori), Mattia Ghion (voce, chitarra, mandolino) e Marco Ghezzo (violino, cori), con l’ospitata dell’istrionico ed irruente Nando Citarella, eccellente prima voce in una versione di Donna Lombarda in salsa quebecchese. Ottima capacità nel tenere la scena, solida preparazione strumentale, accorto senso d’insieme, voci che ben si amalgamano, in Leandra la Compagnia presenta un programma di tredici brani – tradizionali e d’autore – rivolti sia al ballo sia all’ascolto, con una maggiore predilezione per il secondo, ma si proietta anche nella direttrice compositiva con canzoni che tengono insieme tempi da ballo e liriche sagaci, come “Il demonio” che riecheggiando i toni di una ballata popolare racconta del diavolo che se ne va in giro sulla terra a lusingare generali, banchieri, razzisti e benpensanti. Il resto del menu comprende la leggenda popolare di “Al bigoun”, proveniente dal modenese ma combinata con parti strumentali ispirate a due canzoni del Québec e con passaggi in Irish style. Ancora c’è una polca jazzata che ossequia un oste folkettaro all’ombra della Madunina, una tenera mazurca e giù fino ai balli dell’Appennino bolognese, senza dimenticare il repertorio contemporaneo franco-canadese di reel e rondeau, né farsi mancare una galope, che portata tra i piedi dei ballerini diventa una perfetta scottish. 


Ciro De Rosa

Giovanna Marini – Un Paese Vuol Dire (Nota)

Pubblicato originariamente nel 2009 da Il Manifesto “Un Paese Vuol Dire” di Giovanna Marini è stato recentemente ristampato dall’attivissima etichetta friulana Nota, una nuova versione per la serie BlockNota, con l’aggiunta di un booklet con tutti i testi. Si tratta di una delle opere più importanti in tempi recenti per la ricercatrice e compositrice romana, in quanto raccoglie venti tra le canzoni che hanno segnato non solo la sua vicenda artistica, ma anche la sua vita. Sono composizioni proprie ma anche brani provenienti dai repertori altri o tradizionali, sospesi tra presente e passato, eseguite con l’accompagnamento del figlio Francesco che si divide tra sassofono e clarinetto. Un lavoro da riscoprire necessariamente, non solo perché va ad esplorare il legame più profondo che intercorre tra Giovanna Marini e la tradizione popolare ma anche perché, rappresenta il disco che meglio fotografa la sua particolare anima musicale, che non può essere relegata al solo legame con la canzone di protesta degli anni sessanta. Dal suo canto e dalla sua chitarra emerge una passione che travolge, e riflette stati d’animo ed emozioni profonde, suggestioni che si stagliano dai vibrati, testi profondi, poesie e strutture musicali che abbracciano il mondo popolare ma che guardano oltre verso la musica classica e quella contemporanea, schiudendoci una visione musicale che può dirsi unica nel suo genere. Non si può, dunque, non commuoversi di fronte all’attualissima “Il Tempo Delle Parole” che rispecchia la degenerazione dei valori della nostra società, o alle storie di Mauro Rostagno e Piergiorgio Welby, o ancora per far un salto indietro nel tempo alla tragedia mineraria di Marcinelle in Belgio, nella quale rivediamo le tante morti sul lavoro di questi anni. Durante l’ascolto colpiscono anche nel eccezionali riletture dei due brani di Matteo Salvatore ovvero “Lu polverone” e “Taré Tu Non Ci Jenna”, la struggente ballata salentina “Giulia di Fornovo”, ma anche , “La Cansun Del Desperà” dell’indimenticato Ivan della Mea, e “Cancion por Julian Grimau” di Chico Sanchez, dedicata al militante spagnolo “garrotato” nel 1963. Non mancano anche brani tradizionali come “Carceratiellu Mia”, i canti di denuncia “Beato Capitalismo” tratta da “La Vivazione” e “Il Terremoto Urbano” e quel gioiello che è “Ricordo di Pavese” di Mario Pogliotti. Significativa è anche “Ragazzo Gentile” il cui incipit è stato tratto dall’Improvviso N. 2 in La bemolle Maggiore di Franz Schubert e che dimostra chiaramente come la scrittura di Giovanna Marini abbia uno spessore e una ricchezza difficilmente rintracciabili in Italia. “Un Paese Vuol Dire” è senza dubbio uno dei dischi da consigliare a quanti volessero approfondire la conoscenza del repertorio della Marini, un punto di partenza, che schiuderà le porte di una produzione musicale di altissimo profilo, che l’ha portata, paradossalmente, ad essere più apprezzata all’estero che nella nostra nazione. 


Salvatore Esposito

Artisti Vari - Caravan of Mugham Melodies (Felmay)

Riconosciuto nel 2003 dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) come Capolavoro del Patrimonio della Cultura Orale dell’Umanità, il Mugham costituisce una parte importantissima della tradizione musicale e letteraria dell’Azerbaijan, come dimostra anche l’impegno della First Lady azera, Mehriban Aliyeva che ne è diventata l’ambasciatrice mondiale e che in prima persona si è spesa per la realizzazione di un centro con sala concerti nel cuore di Baku. Dal punto di vista prettamente tecnico si tratta di un genere musicale molto complesso che include elementi del Maqam iracheno, del Radif persiano e dei Makam turchi, e come questi ultimi presenta non solo musica eseguita con strumenti tradizionali e si caratterizza per la presenza di numerose qaydalar (regole) unite all’improvvisazione poetica. Le quaydalar definiscono in modo molto chiaro quasi sono le forme-chiave, le scale modali e le strutture melodiche, mentre è demandato all’artista aggiungere ad ogni brano il proprio colore, le proprie emozioni ed ispirazioni. Gli strumenti tipici utilizzati per questo genere musicale sono il kamancha, una sorta di violino a quattro corde, il tar, un liuto dal collo lungo, e un grosso tamburino di stampo gaval. Ogni brano si basa così su temi ricorrenti come l’amore, il misticismo, la tristezza ed il dolore, e ogni performance può durare dalla mezzora fino a parecchie ore. Una visione abbastanza completa di questo particolare genere musicale, ci è offerta da “Caravan of Mugham Melodies”, terzo volume della serie “Traditional Music Of Azerbaijan”, pubblicato da Felmay e che raccoglie nove tra i brani più popolari del Mugham. Il disco abbraccia le varie e differenti forme melodiche del mugham, documentando molto bene non solo i differenti approcci vocali ma anche l’utilizzo dei vari strumenti tipici. Durante l’ascolto apprezziamo così la splendida voce della famosa Gülyanaq Mammadova nel mugham beste “Nigar (Chahargah)” incorniciata dal suono del balaban, strumento molto vicino al duduk armeno e il mey turco, ma anche artisti provenienti dalle nuove generazioni come Kamila Nabiyeva che interpreta “Kesmeshikeste” e Rovshan Mammadov la cui voce brilla nel “Mugham Shushtar & Tesnifs”. Non manca un esempio dell’utilizzo del tar, strumento principe della musica tradizionale azera suonato da Ramiz Guliyev con l’accompagnamento di Shirzad Hasanov alle percussioni, così come non si può non rimanere incantati da lirismo del kamancha suonato dal virtuoso Munis Sharifov. La perla della raccolta tuttavia arriva alla fine con l’immensa esecuzione all’oud di Mirjavad Jafarov del “Mugham Bayati Shiraz”. 



Salvatore Esposito

Elsa Martin – vERsO (Autoprodotto)

La storia di Elsa Martin, cantante e autrice friulana al suo esordio dicografico, parte da lontano: dalla tradizione della sua terra e dai canti popolari che vengono studiati, analizzati e trapiantati su un impianto musicale assai più moderno e originale. Una terra particolare il Fiuli Venezia Giulia, terra di confine che mescola lingue, influenze, culture e stati d'animo che convergono, ognuno a suo modo, nella musica di Elsa Martin, la quale, lega i vari elementi con venature jazz che le derivano dagli studi fatti nel corso degli anni, arrangiamenti articolati, e con una voce delicata e potente al tempo stesso che lasciano immediatamente il segno in chi la ascolta. La tradizione popolare da una parte e l'innovazione jazzistica dall'altra, gli strumenti classici (violino e clarinetto, ma anche chitarre e bassi) e i programmatori elettronici, l'italiano e il dialetto friulano, la voce che scava dentro l'anima e accarezza il cuore: nella musica di Elsa Martin sembra esserci tutto e il contrario di tutto. O meglio, più che il contrario, il compendio di tutto. Sì perché ogni singolo elemento è la logica conseguenza del precedente e si mescola perfettamente con tutti gli altri in una magica alchimia di suoni e parole. I contrasti che caratterizzano l'intero disco non fanno altro che arricchire ulteriormente un insieme già di per sé molto interessante. Tredici i pezzi contenuti in vERsO, che attingono non soltanto alla tradizione popolare, ma che fanno anche parte del repertorio originale della Martin. Sono sei i brani composti dalla giovane artista che si è avvalsa della collaborazione di Stefano Montello per i testi e di quella di Marco Bianchi per gli arrangiamenti. Nell'album suonano anche Lucia Clonfero (violino), Luigi Vitale (vibrafono), Marco Privato (contrabbasso) ed Emanuel Donadelli (batteria). Per quel che riguarda invece i brani tradizionali, Elsa si è avvalsa della collaborazione di un trio tutto al femminile di cosdiddetto canto spontaneo, il Trio Vocale di Givigliana. Da sempre attenta allo studio dei canti popolari e di come questi si sono evoluti nel corso dei secoli, Elsa Martin conduce in questo album d'esordio un percorso personalissimo che la porta alla rivalutazione e alla rielaborazione di varie componenti tradizionali per creare un corpo nuovo e particolarissimo. E anche l'uso del dialetto è finalizzato alla resa perfetta di determinati stati d'animo e sentimenti che si possono esprimere meglio nella lingua del proprio territorio, perché diventano più immediati e più diretti, come se non avessero alcun filtro, alcuna mediazione linguistica. E anche la scelta del titolo non è casuale ma ha un suo specifico significato evidenziato anche nella grafica: vERsO, sottolinea da una parte il passato (il verbo ERO) dall'altra la direzione presa da Elsa Martin che con questo suo disco d'esordio si presenta come meglio – forse – non avrebbe potuto fare. 


Patrizia De Rossi

Fabio Lepore Italian Jazz Quartet - Pausa Caffè (Preludio Records)

Cantante versatile in grado di spaziare dal pop al jazz passando per la musica a cappella, Fabio Lepore vanta un percorso musicale di tutto rispetto dapprima nel quintetto vocale Mezzotono, e successivamente nel gruppo gospel “Black & Blues”, senza contare la partecipazione a diversi musical e collaborazioni prestigiose. Il suo disco di debutto, “Pausa Caffè” ripercorre attraverso tredici brani ben ottant’anni di musica italiana rivisitando alcuni dei brani che hanno fatto la storia della musica del nostro paese. Al suo fianco troviamo un trio di musicisti di grande qualità composto da Dino Plasmati alla chitarra jazz, Dario Di Lecce al contrabbasso, Marcello Nisi alla batteria, a cui si è aggiunto per l’occasione, quale ospite speciale, Gaetano Partipilo al sax. A caratterizzare l’ascolto è la ben precisa scelta di sposare lo swing più scanzonato e divertente che ammiccano alla stagione degli anni cinquanta e sessanta della musica italiana, ma anche ai primi passi della televisione nazionale, tra Dolce Vita, boom economico e le big band. Echi di Lelio Luttazzi, Armando Trovajoli, Nicola Arigliano e Quartetto cetra ci accompagnano in un viaggio indietro nel tempo, per poi tornare al presente con una sorprendente versione di “Camera a Sud” di Vinicio Capossela. Se dal punto di vista musica elegante e misurato è l’apporto dei musicisti coinvolti, da quello vocale brilla la voce di Lepore facendosi apprezzare per il suo raffinato crooning tenorile. Durante l’ascolto brillano così la bella versione al maschile di “Brava” incisa e portata al successo da Mina, una sorprendente “Sette uomini d’oro” di Trovajoli, ma anche le gustose “I Ricordi Della Sera” dal repertorio del Quartetto Cetra ed “E’ Quasi L’Alba” di Nicola Arigliano. Non manca qualche momento di puro romanticismo come nel caso de “E La Chiamano Estate” di Bruno Martino così come un imprevista incursione nei suoni del Sud America con Silencio” di Ibrahim Ferrer, della quale si apprezza l’originalità dell’esecuzione. Il vertice del disco è rappresentato però dai brani di Lelio Luttazzi ovvero “Chiedimi Tutto” e “Canto Anche Se Sono Stonato” in cui Lepore da il meglio di se dal punto di vista vocale, sfoggiando un cantato trascinante e coinvolgente. “Pausa Caffè” è dunque un disco piacevolissimo, quasi da easy listening, ma soprattutto è un ottima base di partenza per la carriera solistica di Fabio Lepore. 


Salvatore Esposito

Autori Vari - Django Unchained Original Motion Picture Soundtrack (Universal Republic)

Non sono un amante di colonne sonore, ci sono anche quelli, è vero, ma a me piacciono i dischi-dischi. Però Quentin Tarantino è un registra che usa la musica e che si fa usare dalla stessa a dir poco eccezionale. La sua capacità è quella di farmi appassionare a cose che sono assolutamente lontane dal mio gusto. Penso a Kill Bill, e il cinema delle arti marziali, oppure, in questo caso, il western, spaghetti che dir si voglia, ma pur sempre western. Non sono mai stato un amante del genere, malgrado la mia dieta sia stata fortemente composta di tale epos, ma li guardavo per non deludere mio padre che, come quasi tutti i padri, era un fan di John Wayne e James Stewart. Insomma, io le ore trascorse a vedere il dentista bounty killer tedesco e Django a cavalcare e mangiare fagioli sulle rocce me le son godute. E la musica... mamma mia! La musica! “I’ve Got a Name” del dimenticatissimo Jim Croce vale il prezzo del biglietto per il suo utilizzo e per la scena ove è usata, e poi quando vieni a sapere che Quentin ha preteso che nella colonna sonora andassero i pezzi tratti dalla sua collezione di vinili, ti rendi conto di essere di fronte a uno di quegli ossessi che mi stanno istintivamente simpatici, capaci di infilare 2Pac a fianco di Luis Bacalov, l’immancabile Ennio Morricone e i dialoghi del film. Insomma, niente è per caso. Qui si fa sul serio, d’altronde il cinema di Tarantino è un cinema dei particolari, sentite come sono i rumori delle scene, si sentono scricchiolare le sedie quando gli attori si muovono e spostano, si sentono tintinnare i soldi, fischiare le pallottole, schioccare le fruste e trottare i cavalli e vi assicuro che è tutto deciso, in barba a ogni coerenza storica ma assolutamente coerente con la storia o, meglio, la Storia, perché lei è la regina... Unico appunto? forse l’effetto Walt Disney sirenetta scatenato dal pezzo di Morricone con Elisa. Non vi fa l’effetto di uno di quei pezzi malamente tradotti che capita di sentire dentro i kolossal della Disney? Dispiace perché la colonna sonora è chiaramente molto italian oriented e vorrei vedere. Spaghetti Western no? In Italia, ma anche nel resto del mondo, non c’è un altro regista che abbia questa ossessione lievemente nerd per il suono e la musica, non c’è un regista più musicale del bravissimo Quentin. E la colonna sonora, cosa che capita assai di rado, sta in piedi, ha una sua pertinenza anche lontana dal film...


Antonio "Rigo"Righetti

giovedì 14 febbraio 2013

Numero 88 del 15 febbraio 2013

Il secondo numero di febbraio si apre all'insegna della canzone d'autore italiana con un lungo speciale con intervista, curato da Mario Bonanno e dedicato al nuovo disco di Massimo Bubola. Si prosegue con un ampio spazio dedicato alla World Music con i dischi di António Zambujo, consigliato blogfoolk, Walter Marocchi Mala Hierba, Lhamo Namgyal e Jagwa Music. Non mancano ovviamente un'altra tappa del nostro Viaggio In Italia con Gramma di Arakne Mediterranea, e lo spazio dedicato alla rubrica Letture con 50 Sfumature di Fritto. Ritorna anche la rubrica Italia Sounds Good, che in questo numero prende in esame alcune delle più recenti produzioni italiane in ambito roots rock, blues e folk. Chiude il numero il consueto TaglioBasso di Rigo, dedicato al nuovo e splendido disco di Aaron Neville.

GLI SPECIALI DI BLOGFOOLK
WORLD MUSIC
VIAGGIO IN ITALIA
LETTURE
ITALIAN SOUNDS GOOD
TAGLIO BASSO