Franco Morone: La Poesia Tra Le Corde

Considerato uno dei maestri del finger style in Italia e a buon diritto come uno dei grandi della chitarra acustica a livello internazionale, Franco Morone nella sua lunga carriera ha pubblicato diversi album, molto apprezzati come Italian Fingerstyle e il più recente Songs We Love in coppia con Raffaella Luna, ed in parallelo ha coltivato la sua attività didattica e quella live. La pubblicazione di Back To My Best, disco che ripercorre alcune tappe importanti della sua carriera artistica, è l’occasione per ripercorrere insieme a lui la sua carriera, approfondire i suoi dischi più importanti e scoprire qualche trucco del mestiere… 

Partiamo da lontano, come nasce la tua passione per la chitarra acustica? 
All’inizio non è che avessi una grande passione per lo strumento forse perchè a pensarci bene avevamo proprio delle chitarracce, sicuramente c’era passione per la musica, quella si!. Ed è stata proprio un certo tipo di musica a far nascere in me la passione per la chitarra acustica che è arrivata in seguito.

Quali sono i tuoi principali riferimenti a livello stilistico? 
Quando sei giovane suoni di tutto, poi crescendo inizi a selezionare quello che ti piace veramente, le prime illuminazioni sono arrivate con il folk, le ballads, il blues....Molti chitarristi utilizzavano licks, scale, accordature aperte e sonorità che arrivavano dal blues. Ad un certo punto della mia adolescenza mi sono accorto di essere troppo grande per entrare in conservatorio ho capito quindi che la mia formazione sarebbe stata quella di un’autodidatta. Ad orecchio tiravo giù dai dischi quello che mi piaceva, in questo modo impari ad ascoltare in modo diverso, un vero e proprio corso di ear training. Da Jimmy Page a RyCooder, da Joni Michtell a Crosby, Still, Nash e Young, da John Fahey a Leo Kottke, intuivo che l’acustica era un piccolo mondo dove al suo interno confluivano diversi linguaggi che mi affascinavano. 

Come hai iniziato a suonare da solista? Quali sono state le difficoltà? 
Paradossalmente le difficoltà erano proprio quelle di suonare in una band, non tutti mettevano lo stesso impegno, magari c’era quello che trovava le date e gli altri si mettevano a rimorchio. Soprattutto dopo una certa età nei gruppi ci sono quelli che decidono di cambiare aria, trovare un lavoro “serio” e così via. Ma al di la di queste problematiche, quando ho scoperto le potenzialità di una tecnica come il fingerstyle mi sono appassionato subito a questo modo di suonare. Ho iniziato a suonare nelle osterie di Bologna, da li a poco avrebbe chiuso l’osteria della Dame, ma ne restavano molte altre. C’erano pochi chitarristi acustici quando ho iniziato e le passioni folk e blues di quegli anni erano forti, non ho avuto nessuna difficoltà ad iniziare come solista, anzi posso dire di essere stato incoraggiato in qualche caso.

Tra i tuoi dischi senza dubbio il più famoso è Italian Fingerstyle Guitar, ci puoi parlare di questo disco nel quale rileggi la tradizione musicale italiana? 
In Italia abbiamo un patrimonio vasto ed importante di musica tradizionale che può essere interpretato anche con una sola chitarra. Quindi portare questa musica nelle sale da concerto, valorizzarla e ridarle dignità al pari di altri generi. Questa la molla che ha fatto scattare il progetto di ItalianFingerstyleGuitar. Più suoni la chitarra a corde in metallo e più ti rendi conto che si tratta di uno strumento con una forte vocazione per la musica tradizionale. Dopo aver suonato per anni musica americana ho iniziato ad interessarmi al folk irlandese e celtico in generale. Proprio da questa ricerca ho capito che avrei potuto, con simili metodologie di arrangiamento, avvicinarmi alla tradizione italiana. Certo tra questi generi ci sono differenze di linguaggio e stile, scale e ritmi diversi, ma le chiavi di interpretazione restano simili. Ho ascoltato tanto materiale, ci sono pochissime melodie strumentali nel nostro repertorio tradizionale, come sai sono quasi tutti brani cantati. A volte è proprio una sfida far rendere canzoni a livello strumentale nei casi dove la musica nasce spesso come pretesto al canto. 

Altro disco che ho trovato molto interessante ed appassionante è senza dubbio Songs We Love con Raffaella Luna... 
Come chitarrista solista il lavoro con Raffaella mi ha dato la possibilità di arrangiare canzoni dove la chitarra ha un ruolo diverso da quello solistico. Le canzoni contenute in questo cd sono quelle alle quali in un certo modo ci sentiamo legati per motivi generazionali e affettivi. Continuiamo a presentare SongsWe Love in diverse rassegne e festival di musica acustica sempre con ottimi riscontri di pubblico, poi Raffaella diventa sempre più brava. Avendo una impostazione lirica con la voce può fare quello che vuole. 

I tuoi dischi spaziano dal blues alla musica celtica fino a toccare le tue composizioni. Come si è evoluto il tuo stile compositivo ed interpretativo in questi anni a partire dal tuo primo disco fino al più recente Miles Of Blues? 
Sono partito professionalmente con il blues - “Metodo di Chitarra Blues” “My Acoustic Blues Guitar” 1986 . Miles of Blues raccoglie una serie di brani che erano sparsi in raccolte, libri e video didattici. Ho sempre suonato blues anche quando sul tavolo c’erano progetti diversi. Forse è anche per questo che il mio stile come dici si è evoluto. Comunque con gli anni le note importanti restano, semmai con l’esperienza si tende a snellire e a togliere il superfluo. Magari si migliora l’aspetto interpretativo e della dinamica. Il blues oggi lo suono con una maggiore impronta jazzistica. Alla maniera degli standard in diverse tracce di questo cd ho inserito delle improvvisazioni. Ma ci sono anche quelle che io considero delle semplici blue songs, canzoni che magari hanno delle blue notes ma non sono dei blues in senso assoluto. Penso che il bello di Miles è che offra una visione allargata e meno stereotipata del genere. 

Ci puoi parlare della tua attività didattica? 
 Da molti anni organizzo a fine Luglio il seminario annuale in Trentino, è diventato a tutti gli effetti un appuntamento europeo con iscritti provenienti da diversi paesi. Durante l’anno poi ci sono altri appuntamenti didattici in concomitanza di concerti e festival. Nella mia residenza organizzo anche lezioni private e corsi di specializzazione che hanno una valenza più individuale. Siamo in contatto con appassionati che ci scrivono da diversi paesi del mondo, il nostro shop online è abbastanza attivo, oltre a libri e cd offriamo anche brani singoli in notazione musicale ed intavolatura. In questo modo siamo in contatto con molti chitarristi che ascoltano, apprezzano la tua musica e oltretutto la suonano, si creano subito rapporti di amicizia e stima reciproca, magie della musica! 

Tornando sul tuo stile chitarristico, che accordature che usi? 
Ne ho usate tante in passato, adesso a parte la standard quelle che uso di più sono la EADEAD e la DADGAD con alcune varianti. 

La tua musica mi ha sempre dato l'impressione di qualcosa in movimento, come se tu avessi la capacità di raccogliere le tue impressioni di viaggio attraverso la musica… 
Grazie per questa cosa che dici. Ho sempre cercato di legare degli stati d’animo assieme alla musica che suono. Mi sono sempre preoccupato meno dell’aspetto accademico formale o se vuoi matematico della musica. In maniera ludica ho cercato proprio di giocare con la chitarra e non di suonarla semplicemente. In questo modo è prima diventata una passione e poi quasi senza accorgermene il lavoro della mia vita e nella mia vita sono spesso in viaggio. 

Quanto è importante per te suonare dal vivo? 
Beh i concerti sono la verifica di fronte al pubblico, la conferma, l’accettazione o meno dei tuoi progetti che dal cassetto escono fuori e vengono offerti...ecco l’importante è offrirla la musica e non suonarsi addosso. 

Cosa conta di più nell'approccio alla chitarra la tecnica o il cuore? 
Per me è sempre contata sempre di più la seconda ovvio, ma senza la prima non vai da nessuna parte. Più studi più allarghi il tuo vocabolario quindi conosci più termini che ti consentono di esprimerti in maniera completa e nei dettagli. Come musicista non ho mai avuto l’obbiettivo di stupire il pubblico con la mia abilità, perché in questo senso la tecnica diventa un elemento predominante e c’è sempre il rischio di avvitarsi nell’autocompiacimento. 

Parlando delle tue chitarre, quali sono le tue preferite? 
In concerto uso Schenk ma in studio anche Taylor, Martin, Lowden, Morris, provo in continuazione chitarre diverse per ricevere stimoli da diverse sonorità. 

Quanto è stata importante nella tua formazione la world music? 
 A volte può essere una vera fonte di ispirazione. In fondo la world music è la musica tradizionale di paesi diversi, avente spesso forme diverse di contaminazione. Se come musicista hai una estrazione tradizionale/folk riesci probabilmente e dire qualcosa di interessante, se hai un percorso di studi classici forse meno. Bah poi dipende anche da dove studi, ho sentito musicisti di estrazione classica Norvegesi e Svedesi che suonano Jazz e musica etnica in maniera stupenda. 

Venendo al tuo più recente progetto Back to My Best, che è sia un libro che un cd, nel quale hai ripreso in mano alcune tue composizioni… com'è nata questa idea? 
Sentivo l’esigenza di tornare sui brani di mia composizione sia perchè dopo anni oggi li suono in modo diverso e sia perché la qualità delle mie prime registrazioni non era gran che. Adesso che ho uno studio in casa e riesco a gestire il tutto molto meglio. Anche i brani sul libro li ho riscritti e revisionati. Sicuramente un lavoro che andava fatto. Ho scelto quelli che mi sembravano più rappresentativi, ma non è escluso che ne riveda anche altri in futuro per una secondo ritorno al passato, visto che con la musica si può fare. 

Come si ci sente nell'autorileggersi dopo alcuni anni? 
Riprendendo la musica che hai composto anni fa ti ricolleghi a te stesso, quello che eri a confronto con cosa sei oggi, rivedi le motivazioni di allora. C’erano brani che non suonavo da anni e registrarli mi ha dato l’opportunità di riprenderli anche nella struttura. Anche se si tratta di un tuffo nel passato non è un’operazione nostalgica perché il tutto filtra attraverso le esperienze dei tuoi ultimi anni. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Con Raffaella in questo periodo stiamo selezionando del materiale per un nuovo cd di musica tradizionale Italiana, con gli arrangiamenti sono a buon punto ma è un progetto che mi impegnerà per diverso tempo. Dopo questo progetto è mia intenzione pubblicare un cd con nuove composizioni. Ho poi in cantiere diversi lavori editoriali e video didattici, ma a causa dei concerti i tempi di uscita per i libri diventano spesso lunghi. Quest’anno suono in California, poi Spagna, Croazia, Germania, ma non ci dispiacerebbe suonare più in Italia in prospettiva e viaggiare meno. Quindi magari ci si vede in giro, buona estate e buona musica! 



Franco Morone – Back To My Best 
Nella lunga carriera di Franco Morone mancava un disco che in qualche modo la sintetizzasse, e, per colmare questa mancanza, ha scelto non la via più semplice di una raccolta o un live ma piuttosto di reincidere quindici brani tratti da quattro dei suoi album più rappresentativi ovvero Stranalandia, Guitàrea, Melodies of Memories, e Running Home. Ciò che colpisce è che rispetto agli originali, queste nuove versioni sono state completamente riarrangiate, segno evidente che la sua arte e la sua tecnica sono un continuo work in progress. L’aver lasciato crescere brani come One More Danzamora, Campiglia, Picking the Joys of Life e Strangeland, dimostra chiaramente come i dischi per Morone non siano che istantanee che fotografano un momento preciso, ma la vita delle sue composizioni continua anche oltre, ovvero sul palco e durante i suoi seguitissimi workshop, in un processo continuo di crescita. L’essere un maestro, un virtuoso della chitarra non significa essere arrivato alla fine di una percorso ma piuttosto la maestria consente a Morone di continuare il suo processo di miglioramento tanto nella tecnica, sempre più raffinata, quanto nella creatività, assolutamente sorprendente in alcuni episodi. A differenza di molti suoi colleghi in virtuosismo, gli strumentali di Morone hanno il raro pregio di coinvolgere anche l’ascoltatore “profano”, il quale non potrà che restare incantato di fronte a piccole perle come Followers of Dulcamara o Breath of Old Forest, oltre ai brani già citati. Insomma riuscire a coinvolgere anche coloro che non hanno familiarità con la tecnica chitarrista del fingerstyle è cosa assolutamente sorprendente, e Franco Morone con Back To My Best ci è riuscito alla grande. 



Salvatore Esposito