B-Choice: Lou Dalfin – Cavalier Faidit

Lou Dalfin, trent’anni dalla parte dei vinti: intervista a Sergio Berardo 
Parlare con Sergio Berardo, fondatore e leader dei Lou Dalfin, la storica band da trent’annimassima espressione della musica dell’Occitania italiana, significa tuffarsi nella storia di quel grande mondo culturale del sud della Francia da cui mosse tutta la tradizione letteraria dell’Europa moderna.L’entusiasmo affabulatorio di Berardo, il suo attaccamento all’Occitania, estesa dalle Alpi ai Pirenei, pensata come terra promessa e nazione proibita, lo porta a far rivivere – e noi con lui – comefossero accadute ieri vicende di più di otto secoli fa.“ Bisogna tornare con la memoria all’inizio della fine, al 1209, quando l’Occidente rivolge l’unica crociata contro se stesso”, inizia a raccontare Berardo, per spiegare il motivo che lo ha ispirato nell’intitolare Cavalier Faidit, l’ultimo album dei LouDalfin. Si riferisce alla drammatica crociata contro gli albigesi, portatrice di desolazione nel sud della Francia, e dopo la quale il mondo d’oc non seppe più risollevarsi. “Nel sud dell’attuale Esagono francese, vale a dire nelle terre occitane” - continua Berardo - “si stava sviluppando un’ipotesi di civiltà diversa rispetto a quella del nord, fatta di apertura, di arte, pensiamo alla letteratura occitana e ai trovatori, fatta di amor cortese, di tolleranza, che permetteva la convivenza di credenze religiose differenti. In questa crociata convergono da una parte l’interesse del re di Francia pronto a piegare al proprio dominio una nobiltà d’oc particolarmente riottosa o addirittura a sottrarre all’influenza del re d’Aragona dei territori suoi vassalli. Dall’altra parte c’è l’interesse di Innocenzo III, il Papa deciso a estirpare la religione catara che proliferava nelle terre occitane. È uno dei più grandi eccidi della storia europea, basti pensare al celeberrimo sacco di Béziers . A difendere le proprie terre, il proprio modo di vita, si leva questa nobiltà occitana, si levano questi cavalieri che difendono la propria nobiltà, il proprio territorio, il proprio Paese. Dopo la sconfitta del 1213 nella battaglia di Muret – localitànon lontana da Tolosa – su cui noi riponiamo un fondamento dell’identità occitana, un po’ come i Serbi con la loro battaglia persa contro i Turchi, i nobili che osarono difendere la propria terra furono esiliati,“faidit”, proscritti, andarono a cercare fortuna e possibilità di vita lontano, generalmente verso l’Aragona, la Catalogna o verso quel nord dell’Italia che chiamavano Lombardia. Alcuni cognomi, come Tolosano o Puyol della Catalogna, discendendono da quei faidit. Proprio per rimarcare un po’ goliardicamente tutto questo, abbiamo messo al nostro cavalier faidit sulla copertina del disco il volto di Carles Puyol, guerrigliero della cultura calcistica catalana di oggi”. Quello di cavalier faidit è un simbolo ancora attuale? “Non ho voluto intitolare il CD Cavalier faidit solo per un riferimento alla storia occitana e agli elementi fondanti della sua identità, mi piace quest’idea di figure nobili che non hanno voltato la testa dall’altra parte, che si sono buttate nella lotta per difendere la propria idea di vita, di libertà. Penso si tratti di una sorta di parabola che nei tempi nostri sia di attualità. 
Il cavalier faidit di oggi è chi combatte contro la mafia, rischiando la vita, è un sindacalista,sonoanche le madri della Val di Susa che non si piegano agli Innocenzo III o ai Simon de Monfort del momento”. Una gustosa copertina di Luca Enoch illustra le tematiche di un disco che contiene quel gusto della narrazione che è inscritto nella poetica di Berardo, il ricercare storie antiche che ci parlano ancora, il descrivere vita e luoghi delle montagne e delle valli occitane del cuneese e del torinese.“Mi piace paragonare le canzoni che compongono il disco a una raccolta di novelle di un maestro come Guy deMaupassant, che mi piacevamolto da piccolo. Ognuna racconta un’atmosfera, un personaggio”. Così, oltre al cavaliere proscritto che va verso Barcellona (“Cavalier Faidit”), c’è l’emigrazione occitana in Argentina (“Randolina”), il lamento dell’adolescente (“Picar lo ferre”) che la madre manda a fare il fabbro ma che vorrebbe un lavoro da curato, prete,vescovo o almeno sagrestano. Ancora, c’è la moglie del re che non è tranquilla, perché non è convinta delle azioni del marito (“La frema del Rei”). Filo rosso dell’album è anche il paesaggio e lo spopolamento delle montagne e delle valli (“Vidorle”, “Passamontanhas”, Bachasset”). C’è il cane da pastore che cerca qualcuno che se n’è andato per sempre (“Librit”). La fracassona saga degli adolescenti in Apecar (“Lo retorn di corsaris”), il mestiere antico del venditore di acciughe ("Anchoier”), la sirena che induce all’omicidio…, vicenda degli anni ‘30 del secolo scorso, protagonista un pastore della valle Maira che lavorava in Francia, che incolpò una sirena che, a suo dire, viveva dentro un ruscello (“Serena”). Sul filo dei ricordi è “Fila”, la melodia più dolente del disco, dedicata al vecchio stadio calcistico del Torino, ora distrutto.“Ome sarvatge” richiama ancora il mondodella montagna, ma è dedicata all’uomo selvatico, figura mitica che ha insegnato a coltivare la terra, ad addomesticare gli animali.Chiarisce Sergio: “È una preghiera pagana, un invito a guardarsi dentro, come quando incontri un grosso ungulato dentro un bosco. È un gusto musicale nostro, fatto di paura del vuoto, del silenzio, gusto a bordone…” 
Altra canzone davvero speciale è “Rota d’amont”, la strada che ascende. “Che va verso di noi”, spiega Berardo, “a quello che è la bellezza e l’orgoglio della nostra cultura che non è migliore delle altre. È la seconda parte della ballata piemontese de “La Bergera”, in cui un francese viaggatore insidia una pastora e questa chiama il suo pastore. Lui non esce dalla baracca con un bastone o con la doppietta ma con la ghironda. Il pastore suona la ghironda come a voler dire: 'Ho una ricchezza che non è materiale, ma è fatta di musica, di suoni… Questa è la nostra cultura'. È bella, la viviamo per noi o con chi la voglia condividere e non corrisponde alla cultura popolare fatta di banalità, di sciocchezze televisive. Noi abbiamo una bellezza che nasce dalla memoria dei nostri antenati”. Quelle dei LouDalfin sono danze-canzoni, imperniate sui modelli coreutici tradizionali: courenta, mazurka, fandango, rigodon. Eppure c’è chi dice che sulle loro danze non si può ballare. Come sempre, Sergio è schietto, salace, e spietato nella sua analisi: “Lo dicono quelli che vanno con le scarpe da ginnastica e l’acqua minerale nello zaino a ballare nelle palestre, quelli che praticano questa forma di aerobica politicallly correct che è la danza popolare. Che poi è lo snaturare l’essenza della cultura popolare. Vedo lì un tradimento delle ragioni d’essere della cultura occitana: il fare collezione di panoplie, di farfalle appuntate con lo spillo. Io voglio fare musica per divertire e divertirmi. Ma ti dico una cosa:questi settori sono sempre meno presenti e sempre meno forti, non è più come una volta quando ero osteggiato. Ora il mio lavoro viene riconosciuto anche da quei puristi che una volta si ponevano in termini di contrapposizione, e di questo sono molto contento”. Nel vivere la sua appartenenza occitana Sergio ha sempre rifiutato l’idea di identità fissa, rimarcando che non ha nulla a che spartire con figuri che vanno a sedicenti raduni celtici ornati(?) di copricapi con le corna. E allora, cosa significa tradizione? “La tradizione, a qualsiasi latitudine e longitudine, in qualsiasi realtà, è sempre un qualcosa che ha come costante il continuo cambiamento, la commistione, lo scambio. Quando si ferma su se stessa per celebrare un’età dell’oro che non è mai esistita, diventa qualcosa che va messa da parte in un cassetto”. Berardo non ha mai condiviso le istanze del localismo reazionario. 
“Ho sempre preso le distanze, per chiamare le cose con il loro nome, dalla Lega, espressione di un certo populismo che non è soltanto qualcosa di italiano, per carità, ma che nelle nostre valli riscuote un così grande successo, prendendo per il culo poi la gente. Basta vedere cosa ha fatto la Lega per la montagna, per la difesa dei nostri territori, che si parli degli enti locali massacrati a livello nazionale proprio da quella Lega che si erge a paladina dei territori, o che si parli della Val di Susa, dove la Lega si batte per la realizzazione della TAV fregandosene delle popolazioni locali. C’abbiamo il gagà Cota, quello che amministra la Regione che, come in un ritornello, parla di compensazioni. Per loro un popolo e un territorio è dove c‘è la BMW nel garage, dove c’è il conto in banca. Sono vaccinato contro questa gente, sono mitridatizzato contro questi veleni. Nel contempo, non risparmio alla sinistra dei calci del sedere, perché un interesse sincero verso la cultura popolare e le identità linguistiche locali in senso più lato sono qualcosa che la sinistra ha abbandonato da un pezzo”. Come nei dischi precedenti il suono LouDalfin si arricchisce di apporti diversi. In Cavalier faidit entra un violino, che assume una centralità melodica mai avuta prima, ci sono ritmi in levare, potenza rock, ma anche chitarre manouche. Molte le ospitate e collaborazioni: da Roy Paci, coautore in un brano, alle Iavannah, da Moussu T a FabrizioSimondi, da Vicio, bassista dei Subsonica aBunna degli Africa Unite.“Bunna che canta un reggae in lingua d’oc, come dicono le guide Michelin:‘vale il viaggio’. Sono conoscenze molto antiche, compagni di viaggio che abbiamo incontrato, come succedeva ai suonatori di ghironda di un tempo. Troppo spesso si parla fuori luogo di mètissage, di contaminazioni; non deve essere un dovere di bon ton politico, deve essere una necessità che nasce dal mondo che ci circonda. A volte, provo fastidio quando vedo quest’idea di contaminazione forzata a tutti i costi, magari fatta a tavolino. Credo a quella vera, quella degli incontri fatti sulla strada”
Una generazione di ghirondisti si è formata sulla musica suonata da Sergio Berardo. La ghironda, viola la chiamano nelle sue valli, è uno strumento totemico, nei secoli imbracciata da aristocratici e mendicanti, pastori e monaci. “Quando mi sono avvicinato alla musica tradizionale, ho cominciatoa parlare con la gente, con gli anziani, mi accorgevo che ce n’era il ricordo; in val Maira ne parlavano con un accompagnamento di fantasie, poesia, evocazione. Sono partito in una situazione in cui l’ultimo suonatore era morto nel 1935. Mi sono procurato una ghironda e mi sono trovato davanti al problema di come suonarla. C’è stata l’attuazione evidente di quello che si chiama invenzione della tradizione: mi sono inventato la tradizione. Sono partito da un ricordo radicato e ho creato uno stile. Lo strumento ha ripreso forza, anche perché era ancora seminato nell’immaginario collettivo. L’immagine della ghironda era ancora viva, anche per la conformazione dello strumento stesso, lo strumento del viaggio, del sogno delle nostre valli. Gli allievi che ho adesso sono una trentina, poi ci sono gli altri che ho formato. Ci sono quelli che si sono formati da soli, ma nelle nostre valli sono pochi. Addirittura ci sono allievi di seconda generazione. Penso che al momento ci siano un centinaio di suonatori nelle nostre valli, il che non è male”. Quanto il lavoro di didatta nasce da iniziativa personale di didatta e quanto da promozione delleIstituzioni? “A livello istituzionale sono stati buttati via tanti soldi, come sempre quando i fondi vanno in mano ai burocrati. Chi come me ha passato la vita a lavorare sul proprio territorio, ha avuto la preoccupazione di suonare, di insegnare, di seminare, non aveva tempo di andare a tessere fili politici, di girare per i corridoi della regione o della provincia per leccare il culo ai politici e agli amministratori. Noi di soldi ne abbiamo visti pochi. Di realtà istituzionali c’è molto poco, poi ora con i tagli alla cultura... Il mondo dell’associazionismo occitano lo paragono all’occitanismo che ho conosciuto quando ero ragazzo e vedo che la principale preoccupazione è quella di ricevere sovvenzioni e finanziamenti. Sai, come dei clientes che vanno a ricevere la sportula davanti alla casa del potente di turno. Sai quando l’ho visto bene lo spirito occitano? E ritorno sul tema della val Susa perché è un esempio di montagna che difende la propria dignità. L’ho visto quando la ruspa dello Stato italiano ha sfondato il cancello del presidio no TAV sopra c’era una bandiera occitana. Ecco, in quel momento lì ho rivisto la bandiera dei cavalieri faidit, ho rivisto la croce del conte di Tolosa, ho visto lo spirito occitano, lo spirito della nostra montagna, più che in litigiosi e piagnucolosi questuanti della cultura occitana. In questo piccolo mondo occitano che è grosso come un quartiere di Roma, e quindi non fai fatica a farti sentire, ho buttato qualcosa e penso di esserci riuscito”
Come valuti la situazione musicale nelle valli occitane italiane? “Come dicono gli allenatori di calcio, non ho voglia assolutamente di parlare di singoli. Come ripeto spesso, vedo combattersi due tendenze opposte: da una parte l’idea di frontiere e dall’altra parte l’idea di provincia. L’idea di frontiera è quella di parete osmotica, di scambio… e di coscienza del proprio ruolo. Non sentirsi né il centro del mondo né la periferia estrema, guardarsi attorno e guardare se stessi, soprattutto farlo con una certa cognizione di causa. Andare in giro per essere ascoltati per quello che si fa ma non per un dovere culturale o perché si fa musica per animazione di un villaggio turistico. L’idea provinciale è quella che guarda al resto del mondo come se si dovesse prendere tutto da fuori, oppure al resto del mondo come se si dovesse prendere tutto quello che hai qui senza prendere niente da fuori. L’idea di provincia vince molto spesso sulla frontiera. Io ho sempre cercato di stare sulla frontiera, che poi vuole anche dire avere consapevolezza di essere provinciali. E’ una questione di mentalità, è difficile dire. Come dice Paolo Conte “Forse un giorno meglio mi spiegherò…”. Prodotti provinciali sono il gruppo neofolkloristico che viene ascoltato per un dovere culturale o le nuove forme espressive che non sono in grado di offrire una cultura occitanaall’altezza della propria storia”. Sergio Berardo non è solo attività con i LouDalfin… “Lou Dalfin è una serie di cose: didattica ai bambini, organizzazione di corsi di approccio alla liuteria della ghironda e della cornamusa, concerti, incontri di suonatori tradizionali per cose più acustiche, stage. Cerco di vivere ogni giorno con la mia musica. Con BregadaBerard abbiamo fatto un disco di Natale, ma ci sono gli incontri con musicisti jazz, un disco in programma con la MultiKulti Orchestra. Come LouDalin c’è un progetto con musicisti catalani per il festival de L’Estivava di Rodez. Il nostro ruolo è come quello dei suonatori ambulanti,dei mulattieri narrati da George Sand. dei suonatori di ghironda di un tempo. Se mi avessero detto prima dei LouDalfinche qualcuno sarebbe andato a suonare la courentanei posti della musica popolare urbana e ci sarebbe stata della gente a ballare, che si sarebbe giratal’italia… Quella dei LouDalfinè stata una rivoluzione copernicana dell’idea di cultura occitana. Quando abbiamo iniziato nell’immaginario collettivo prevaleval’idea di cultura occitana come “mondo dei vinti”.Sono saliti cinquegiovanotti irriverenti sul palco e hanno dato un’idea diversa dell’Occitania”


Ciro De Rosa 

Lou Dalfin – Cavalier Faidit (Musicalista) 
Sono passati quasi tre anni dalla pubblicazione di Remecla, che raccoglieva una selezione di brani remixati, e quasi cinque da I Virasolelhs, ultimo disco di inediti in studi, e finalmente i Lou Dalfin tornano sulle scene con Cavalier Faidit, un concept album che celebra i trent’anni di carriera del gruppo e che condensa in larga parte tutto il loro percorso musicale e di ricerca. Dagli esordi ad oggi il gruppo ha visto diversi cambi di formazione ma il nucleo storico formato da Sergio Berardo (fondatore del gruppo, voce, ghironda, organetto, flauti), Ricky Serra (batteria), Dino Tron (fisarmonica, organetto, cornamusa), è rimasto sempre solido ed unito e ciò ha consentito al gruppo di perseguire un progetto musicale sempre coerente tanto con la tradizione quanto con l’innovazione e in questo senso particolarmente organici ci sembrano i musicisti che negli ultimi anni hanno arricchito la line up ovvero Enrico Gosmar (chitarra), Daniele Giordano (basso), Mario Poletti (mandolino, bouzouki, banjo), Diego Vasserot (tromba), e più di recente Chiara Cesano (violino). I sedici brani di Cavalier Fadit ruotano intorno alla tema della ribellione, sviluppato partendo dalla figura del cavaliere coscritto ovvero uno di quei valorosi combattenti occitani che nel medioevo si ribellarono all’invasione francese, che diventa così metafora e simbolo per quanti oggi si oppongono alle ingiustizie. In questo non viene ovviamente messa mai da parte la storica mission dei Lou Dalfin ovvero la diffusione della cultura della Terra D’Oc, che mai come in questo caso viene fuori con forza e vigore anche grazie alla potenza del suono volutamente energico ed intenso proprio come i loro concerti. Quasi fossero dei veri e propri racconti in salsa folk-rock, i brani pur guardando al passato sembrano parlare dei problemi di oggi quasi le persone e il modo di agire non sia mai variato nel corso dei secoli e non è casuale che nella title track si parli di servi e vigliacchi di cui è imbottito il paese. Si spazia così dalle corti medioevali ai paesi delle valli che si svuotano, dallo storico stadio del Torino ai cavalieri occitani, fino a toccare il presente con tutte le sue difficoltà ed incertezze. Fondamentale in questo senso ci sembra anche la copertina firmata dall’illustratore Luca Enoch, che incarna alla perfezione tutto lo spirito del disco, sospeso tra riflessione ed azione, amore e rivolta. Dal punto di vista sonoro la musica tradizionale occitana resta sempre la spina dorsale su cui si reggono le strutture dei vari brani ma ad impreziosirli troviamo anche musicisti di estrazione diversa come Bunna (Africa Unite), Roy Paci, e Vicio (Subsonica) ma anche il francese Moussu T (Massillia Sound System) con cui condividono la comune origine occitana. A tenere salde le redini del gruppo è sempre Sergio Berardo, istrionico e affabulatore ma anche musicista attento a non ripetersi mai al punto che nessuna soluzione particolare o interplay o timbrica risulta similare tra un brano e l’altro. Così tra cornamuse, ghironde, organetti, si fanno strada chitarra elettrica, basso e batteria che consentono ai Lou Dalfin di arricchire il sound con divagazioni in culture e suoni differenti come nel caso della splendida Randolina dove la tradizione delle Valli Occitane incontra quella del jazz manuche o di Adiu Leon dove trombe, fisarmoniche e violini ci rimandano alle atmosfere tex-mex. Non manca anche qualche bella sorpresa come nel caso di Labrit in cui scopriamo un Bunna alle prese con il dialetto e i suoni occitani incrociarsi con il reggae giamaicano, o di Lo Retorn di Corsaris, in cui fanno capolino suoni caraibici e ritmi dance con la complicità di Moussou T e Roy Paci. Durante l’ascolto tutto funziona alla perfezione, ogni cosa sembra avere la giusta collocazione anche quando la sperimentazione raggiunge il suo vertice come nel caso di Rota D’Amont dove il blues si incrocia al cantato quasi rap di Berardo. Contaminazione e tradizione viaggiano così di pari passo con il passato che diventa la rampa di lancio verso il futuro e verso una visione culturale sempre più ampia come nel caso di Passamontanhas o della coinvolgente rock de La Frema Del Rei - 'O Gweddo, caratterizzata da un crescendo aperto dalle note della cornamusa. Non mancano brani più adesi alle strutture musicali tradizionali come Serena guidata dall’incedere della ghironda di Berardo, o la corale Picar Lo Ferre, ma soprattutto la title track, un brano che entra di diritto nella migliore produzione del gruppo. Cavalier Faidit è senza dubbio uno dei vertici della produzione artistica dei Lou Dalfin sia per la qualità dell’opera in se sia soprattutto per la loro capacità di ricercare soluzioni sonore sempre nuove eppure profondamente adese alla tradizione della loro terra. 



Salvatore Esposito