Emin Yağci - Tulum, A Sound From The Black Sea (Felmay/Egea)

È il primo disco, specificamente dedicato ad uno strumento tradizionale, della serie sulle musiche della Turchia realizzata dall’etichetta Felmay, e segnalato tra gli album migliori del 2011 dall’autorevole periodico britannico The Wire. Il tulum è un aerofono a sacco alimentato a bocca in uso nell’area anatolica. Costituito da una sacca di pelle di capra o pecora, presenta due chanters posti parallelamente, dotati di cinque fori. Le due canne melodiche spesso terminano con una mono-campana ricavata da un corno di animale. Non ha un bordone separato, pertanto l’effetto di bordone è ottenuto riducendo il numero dei fori su uno dei chanters, chiudendoli con la cera. Tulum. A sound from the Black Sea è opera di respiro internazionale, presentata con un ricco booklet in lingua inglese; eccezionale sotto il profilo musicologico perché è uno dei pochi lavori (se si eccettuano registrazioni soprattutto a carattere locale, alcune delle quali disponibili in Rete e singoli brani che documentano lo strumento, inseriti in antologie di musica tradizionale turca) a mettere a fuoco direttamente il repertorio di questo strumento pastorale, tipico delle popolazioni nomadi dell’area, nel suo sviluppo organologico hanno giocato il mondo greco-bizantino, turco e caucasico. La luminosa idea di un album dedicato al tulum è venuta Francesco Martinelli – musicografo, come lui stesso si definisce, studioso di jazz e delle musiche del Mediterraneo orientale, responsabile dell'archivio sonoro e della biblioteca di Siena Jazz, con una lunga e continuativa permanenza didattica e di ricerca in Turchia – in collaborazione con il musicista Cenk Güray e l’etnomusicologo Erdem Şimşek. La scelta è caduta su Emin Yağci, personalità poliedrica, uno dei più illustri maestri dello strumento, ma anche suonatore di kemençe (viella a tre corde suonata in posizione verticale), poeta, cantante e ballerino, Due anni di ricerca e di lavoro sui suoni per mettere a punto il repertorio giusto, arrivando ai magnifici 45 minuti del CD. Strumento privilegiato di feste e cerimonie all’aperto per l’enorme potenza di suono, il tulum accompagna danze e canti. Il disco presenta una pluralità di repertori dell’area del Mar Nero turco: dal nord-est ed al nord-ovest dell'Anatolia. Si tratta di un’area che presenta una propria fisionomia sonora rispetto al resto della Turchia, Il tulum funge da solista, accompagna il canto o ancora è affiancato da kemençe, bağlama, divan sazi (lo strumento più grande per foggia nella famiglia della bağlama) e diverse tipologie di percussioni. Marcata la componente improvvisativa, notevoli le combinazioni ritmiche: dai tempi pari alle più complesse articolazioni ritmiche dispari. Splendida l’improvvisazione su ritmo libero che apre il disco, ma sono molti gli episodi di punta dell’album tra cui segnaliamo “Kapilarda Karaçam, con la combinazione tra tulum e divan sazi, “Çayelinden Öteve”, popolare canzone di Trabzon-Rize, abbellita da un kemençe evocativo, “Duman Dağdan Yukari” dall’irresistibile ritmo asimmetrico, la danza nuziale “Iki Ayak Horonu”, presente in tutta l’area orientale dl Mar Nero, e qui proposta con l’ensemble al completo, il conclusivo “Kobak”, con il tulum voce solista a ricamare liberamente. 

Ciro De Rosa