BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

martedì 31 gennaio 2012

Intervista a Giovanni Floreani

Da Suns Naturai? a Sound of…” un tracciato sonoro che corrisponde anche ad un’ipotesi sulla musica nel XXI secolo.
“Un percorso che ci ha permesso di esplorare ambienti musicali tenendo però conto degli aspetti filosofici, storici e antropologici che, in una sorta di continua metamorfosi, determinano cambiamenti, diverse valutazioni, dubbi, incertezze e misteri. Se, ad esempio, ai tempi di Suns naturai, ci si chiedeva cosa volesse significare naturalità, ora con Sounds of… cerchiamo di codificare e dare un senso all’infinità di suoni artefatti che escono dagli expander o dall’Ipad. Ci siamo liberati subito da un fardello ingombrante: l’accostamento di naturalità e tradizione. Questo è un tema ben esplorato, a mio avviso, nel libro La Natura dei Suoni, la cui stesura ho condiviso con l’amico filosofo Alberto Madricardo. Contrariamente a quanto generalmente si pensi, tradizione significa passaggio, transito, dal latino traděre; esagerando, qualcuno attribuisce anche un senso di “tradimento” (in realtà, si tratta di una deriva semantica di traděre, scaturita dalla vicenda del Cristo, ‘consegnato’ da Giuda. Da qui lo slittamento di traděre che assume anche il significato di tradito e tradimento, ndr) nel momento in cui è riproposto un documento che fa parte della tradizione. È evidente che per rompere un consolidato connubio fra tradizione e naturalità sarebbe stato necessario, prima, indagare su quanto comunemente è indicato come tradizionale. La tradizione, di fatto, non ha né origine né tempo: è il frutto di una continua reiterazione che genera una consolidata abitudinarietà. Se rimaniamo nella sfera musicale appare evidente che questo ragionamento non prescinde dal tipo di musica o dalla vernacolarità del materiale reiterato o dalla presunta autenticità di certe esecuzioni. Quindi la naturalità non si identifica con tradizione. Liberati da questo vincolo, l’orizzonte sonoro si arricchisce di mille altre confluenze il cui unico comune denominatore è la volontà di mescolarsi rifiutando, o perlomeno cercando di farlo, uno schema predefinito con strutture scontate e prevedibili. Una musica senza tempo che, tuttavia, riflette riferimenti importanti e che si sforza di uscire da un ruolo rassicurante per le orecchie dell’ascoltatore”.

Quanto Sounds of… vuol essere anche Sounds from…?
“Qualche anno fa ho avuto l’occasione di conoscere Brian Eno con il quale ho trascorso una serata a parlare di musica e di vita. Inevitabilmente, visti i comuni interessi musicali, abbiamo a lungo discusso di globalismo. Ad un certo punto disse: ‘Se ho bisogno, per una mia composizione, di un suono etnico, preferisco costruirmelo nel mio studio con le mie attrezzature, piuttosto che rubarlo al suo luogo di provenienza’. Nello stesso istante mi venne in mente d’aver letto, in quei giorni, la notizia di un pakistano che rischiava il taglio della mano perché non aveva saputo dimostrare di saper suonare un tamburo tradizionale. Non so dire quanto veritiera fosse la notizia ma ricordo che era apparsa sul Corriere della Sera. Ma non solo, perché pensai anche ai suonatori della Val Resia o agli zampognari del Pollino oppure i musicisti che trovi nei pub di Edimburgo, i quali difficilmente ti permettono di unirsi a loro, se non conosci, almeno in parte, la loro musica. Ecco quindi che la provenienza o l’appartenenza di un suono diventa se non di poca importanza, molto relativa se si spostano i motivi d’interesse verso una certa proposta musicale, basata non sulla esoticità ma determinata dall’uso di un suono o rumore inconsueto, inaspettato. Questi inserimenti in un ampio contesto che ammiccano all’uso e alla fruizione del suono in quanto fenomeno sonoro nello spazio, che può essere acuto, stridulo, grave, debole, sinuoso, non privilegiano l’aspetto etnico, spesso fasullo o rubato, come dice Eno, ma guardano e guidano ad uno sviluppo, se vogliamo, anche armonico, di più ampio respiro, sicuramente più originale. Questo approccio permette di lavorare staccandosi dal dilemma dell’autenticità etnica e di liberarsi da vincoli dettati da un ragionevole rispetto verso i suoni di mondi che culturalmente non ci appartengono. Detto questo, credo sia anche interessante inserire suoni e rumori reali che spesso appaiono inaspettati, quasi a voler rivendicare la loro autenticità. Allo stesso modo la manipolazione elettronica, attraverso i molteplici midi devices, di suoni provenienti da strumenti popolari (nel nostro caso il duduk, il santoor, la musette) risulta accettabile, anzi piacevole e pertinente”.

Il disco inizia con una “canzone” del madrigalista Vecchi
“‘So ben mi c’ha bon tempo’ è stata inserita in Sounds of… quando il disco era ormai terminato. Il brano di Vecchi che nel CD appare come semplice citazione, ha un preciso ruolo di overture sia nel testo iniziale che esprime sia per il fatto che la sua forma canzone in quel tempo – siamo nel XVI secolo – rompeva, in qualche modo, un ciclo abitudinario di fare e ascoltare musica. Questi pochi versi dal sapore antico e al tempo stesso di ironica leggerezza preludono al primo brano ‘Cuancuantricule’, esso stesso anticipato da una lunga serie di citazioni che disegnano il leit motiv dell’intero album. Non c’è, però, un particolare messaggio, una specifica riflessione, una precisa accusa; si tratta piuttosto, di un ulteriore approfondimento di quel tema che debutta con Suns naturai e approda a Sounds of… e rimane in sospensione in attesa di ripartire verso altri lidi e altre ricerche. L’approfondimento al quale mi riferisco usa elementi diversi, sensibilità contrapposte, autoironia, a tratti emerge perfino una sottile forma di qualunquismo. Se apparentemente le citazioni iniziali potrebbero dare forza ad una posizione anarchica rispetto alle ‘Cuancuantrules’, che sono le innumerevoli voci del potere che quotidianamente ci assillano, vi è anche una netta colpevolizzazione, quasi reazionaria, della massa. Il testo recita: ‘Di bessoi non an nuje ce di e contâ, in trop a podin sei periculôs’, ossia presi uno ad uno sono sostanzialmente dei vigliacchi mentre nel branco diventano pericolosi e certamente non propositivi. Così come in ‘Aghe, aghe benedete’, la sacralità di uno degli elementi più cari alla tradizione popolare, l’acqua, viene deturpata da un’evoluzione sonora al limite dell’insopportabilità fisica con suoni e rumori che poco hanno a che fare con il flusso melodico e rassicurante di una fontana, di un cristallino corso d’acqua. Ma è anche la testimonianza di un’ironia, di una rabbia e di una saggezza popolare raccolte in ‘Charax Marathon’ e ‘Orarà la me gjalino’, per finire nella sublimazione del caos attuale, di una frantumazione che è diventata, oramai, una costante della nostra quotidianità. Ancora una volta, quindi, una sostanziale fotografia di una realtà, anche musicale, che viviamo con la consapevolezza di non saper e poter distinguere fra generi, appartenenze, naturalità, alterazioni, piacere puro all’ascolto e piacere intellettuale dell’ascolto”.

La chiusura non poteva che essere ‘Frantumazione’.
 Mi piaceva l’idea di un percorso che parte con ‘So ben mi c’ha bon tempo’, con quel trallalalà cantato con leggero tono dimesso, e termina con un perentorio ‘destruction of the world’ estratto da uno dei più importanti discorsi del Mahatma Gandhi. Pessimismo per un mondo che va alla deriva? Così è troppo semplice, quasi banale. C’è qualcosa che ci impedisce di osservare l’evolversi della vita con occhi diversi, anzi da un punto di vista più alto. Sembra che le nostre valutazioni debbano viaggiare a quote molto basse, provocando quindi discussioni e contrapposizioni di scarso valore ma di grande conflittualità. La frantumazione è quindi intesa come polverizzazione di pensieri e opinioni che però non emergono, rimangono in superficie e quindi non evolvono. L’anima artificiale e i voli contaminati rappresentano il mondo artefatto che ha, paradossalmente, sostituito quello reale. Gli esempi sono sotto gli occhi di chiunque abbia desiderio di vederli. Ma, in definitiva, il centro della questione sta sempre nell’equilibrio e nella ragionevolezza di certe scelte: il virtuale non è deleterio se può agevolare la progressione del reale. Voglio dire, per esempio: se la finanza percorre strade parallele al reale flusso produttivo e, anzi, lo agevola nella semplificazione delle transazioni e nell’ottimizzazione dei costi passivi, questa finanza è positiva e, per quanto virtuale, essa si pone al servizio dell’esistente non in contrapposizione. Se parliamo di musica, la sostanza non muta: la tecnologia e la creatività umana possono compiere imprese inimmaginabili ma due sono le condizioni imprescindibili: un continuo e appassionante lavoro di ricerca e la volontà di spingere le proprie riflessioni ad un livello superiore”.

La maggior parte dei brani sono cantati in friulano, nella variante carnica. Non mi pare una scelta riconducibile solo ad un’asserzione identitaria, ad un’appartenenza locale da ricercare nella parte più remota della regione. Piuttosto, si avverte un interesse verso l’aspetto fonico della lingua.
 “L’uso della lingua friulana (più corretto sarebbe dire carnica) è legata ad una appartenenza affettiva a questa terra che, per quanto non sia la mia terra d’origine: sono nato e cresciuto fino a 18 anni in quel di Venezia, è proprio qui, in Friuli, che ho creato e maturato la condizione di musicista e ricercatore. È ben vero che, in seguito, le mie frequentazioni extraregionali sono diventate sempre più assidue, ma il ceppo, la radice rimangono ancora qui e soprattutto in Carnia. Non nego che la questione dell’uso della lingua autoctona abbia sempre dato vita ad animate riflessioni all’interno della band ma anche con gli amici musicisti. Se negli anni ’70 - ‘80, cantare e parlare in friulano poteva essere un gesto forte e non violento di contrapposizione ad una cultura dominante, ricordo ancora le enormi scritte che campeggiavano sui muri di San Daniele del Friuli ai tempi della Fieste di Chenti – antesignana di Folkest: Autodeterminazion dal popul Furlan, ora, al contrario, diventa un modo quasi radical-chic di proporsi. Questo, ovviamente, è l’aspetto superficiale della questione. Ciò che, in realtà, può essere interessante è il suono della lingua. Ritorna, quindi, questo elemento, il suono non come strumento, mezzo espressivo ma quale protagonista nella sua autenticità e nella sua versione più originaria. Sono anche d’accordo con chi afferma che la lingua sia lo strumento più efficace per la sopravvivenza di un popolo, ma non è questo aspetto ad interessarmi maggiormente per quel che riguarda il mio lavoro di ricerca e sperimentazione musicale. Credo che dovremmo dedicare ampi sforzi ed energie verso un’approfondita riflessione su questo tema: se la parola cantata viene intesa come un suono l’aspetto della comprensione testuale viene di fatto a cadere. La musica, questa lingua universale, compresa da chiunque, ha queste capacità. Per esempio, le prime ‘parole’ di un bambino sono comprese da tutti gli adulti, a prescindere dalla loro provenienza geografica; non dico di ritornare ai primi tentativi gutturali d’espressione dell’uomo preistorico… ma, certamente, un lavoro più profondo sul ‘suono della voce’ potrebbe essere utile. Demetrio Stratos docet.

‘Charax Maraton’ è uno degli episodi più intensi e liberi del disco.
 “Ormai in Friuli è diventato un tormentone da anni: se Giorgio Mainerio fosse ancora vivo e se avesse depositato alla SIAE ‘Schiarazzola Marazzola’ sarebbe milionario. ‘Charax Marathon’, che significa canna e finocchio in greco, rappresenta l’origine onomatopeica di ‘Schiarazzola Marazzola’, un testo scritto negli anni ’60 dal tuttora vivente don Domenico Zannier, sulla musica raccolta, appunto, da Giorgio Mainerio, nel XVI secolo e poi inserita nel famoso Primo (ed unico) Libro de’ Balli. Non so quanti dei musicisti o pseudo tali, che suonano, in tutte le salse, la famosa melodia, abbiano indagato sulle sue origini o quantomeno si siano incuriositi agli scritti di don Gilberto Pressacco, forse l’unico ricercatore che abbia dedicato ampi spazi della sua breve vita a questi temi. In ‘Charax Marathon’ c’è l’essenza della storia di questa nostra Terra: le origini alessandrine: lo sbarco di San Marco nel 45 D.C. ad Aquileia che consegna a sant’Ermacora il ruolo di primo Vescovo della città patriarchina, la celebrazione di Sante Sabide in essere fino a tempi non molto lontani che porta inevitabilmente a collegamenti con la chiesa alessandrina e con i rituali ebraici, per giungere poi ai tempi dell’Inquisizione, quando citiamo l’episodio: ‘un nutrito gruppo di donne…cantava a doi chori certa canzone… per impetrare la pioggia la notte di Pentecoste…’. Si dice che ancora oggi certe popolazioni dell’Africa utilizzino la canna e il finocchio per certi rituali. Don Gilberto Pressacco nelle sue intuizioni potrà anche avere esagerato, rimangono tuttavia forti segnali. Una visita approfondita alla basilica di Aquileia e ai suoi preziosi mosaici può essere di grande aiuto che confortano le sue affermazioni. Detto questo l’idea di rendere ‘Charax Marathon’ un inserto nel quale ognuno di noi avrebbe potuto esprimersi liberamente, pur rimanendo in un ambito sufficientemente circoscritto, è apparsa convincente. Credo che questo sia il brano che più identifica il percorso da seguire in futuro anche se, ovviamente, c’è ancora molto da lavorare”.

Nel corso dei diversi progetti discografici Strepitz ha incontrato Pierre Favre, percussionista tra i protagonisti della scena delle avanguardie europee, Yang Jing, solista del liuto piriforme cinese pipa, ed ora Paolo Tofani, già anima sperimentale degli Area. Quale il senso di collaborazioni, che non sono le classiche guest star con cui spesso neppure ci si incontra?
 “La condivisione di progetti con musicisti di una certa fama è stata per me la conferma della precarietà del mondo artistico e del fatto che non potrai riuscire a fare l’artista se non accetti il rischio di una vita fluttuante. Superata questa soglia e preso atto che siamo tutti sulla stessa barca ciò che conta, come dice sempre Paolo Tofani, è divertirsi. Voglio dire: un progetto potrà anche nascere a tavolino e, dopo attente analisi tecnico-economiche si potranno anche definire gli attori di quel progetto e quindi far partire la business macchina. Per i soldi si può anche arrivare a fingere divertimento ma sicuramente un’operazione del genere non potrà incrementare il bagaglio intellettuale di un’artista. Sia con Pierre Favre sia con Paolo Tofani ho vissuto momenti di grande spessore umano; in ambedue i casi, inizialmente, mi colse un po’ di preoccupazione perché alle prove puramente tecniche (strutture, soli, passaggi, inserti, ecc) si preferiva spendere le ore a parlare di questioni, apparentemente, poco pertinenti rispetto al motivo per cui ci si trovava. Mi resi conto, di li a poco, che sbagliavo. Quel tempo trascorso assieme si è rivelato ricco di spunti, di idee e di appigli per altri percorsi. Un’ulteriore conferma che il tecnicismo nulla a che fare con l’esito efficace di un progetto musicale. Ovvero, il tecnicismo è qualcosa che ogni musicista coltiva e rafforza, se ne sente il bisogno, per proprio conto. Poi, nel momento del concerto o della performance ogni ruolo esce, nella giusta misura, quasi spontaneamente. Questo modo di operare attenua, perlomeno, la scontata scaletta che disegna il brano: tema, assolo, sviluppo, tema. Anche con Jing, eccezionale suonatrice di pipa cinese, ho vissuto momenti simili ma, in questo caso, la sua libertà dalla struttura che ingabbia un brano musicale è dovuta, ritengo, ad un prezioso background trascorso nella musica popolare in seguito arricchito da un virtuosismo tecnicistico di alto livello frutto di studio e applicazione sistematica. Probabilmente altri musicisti potranno smentire o contrapporre questo mio modo di pensare ma rimane il fatto che questi incontri hanno rafforzato il mio pensiero e gli esiti penso siano soddisfacenti”.

Sei il promotore di un festival dedicato al canto spontaneo. 
“Allo stesso modo in cui qualcuno, nel 2003, mi pose la domanda ‘Cosa significa naturalità?’, dando vita, di fatto, all’inizio di un percorso che tutt’ora è in essere, nel 2008, mi chiesero: ‘Perché spontaneo?’ Si riferivano al Festival del Canto Spontaneo che Novella Del Fabbro ed io avevamo appena inaugurato. A quella domanda non ho ancora risposto se non aggirando l’ostacolo dicendo che sì, in realtà, bisognerebbe parlare di vernacolarità ma la parola spontaneo ci piaceva e quindi è stata adottata. In effetti, quanto lo sia, spontaneo, il canto che ormai raramente si ascolta all’interno delle chiese, nelle poche vere osterie rimaste e in qualche luogo di lavoro rurale, è difficile dirlo. Ci si illude, racchiusi in una specie di romanticismo nostalgico, di essere riusciti a fermare il tempo e ascoltare, ancora, quelle stridule voci di gola (intercalate talvolta da qualche colpo di tosse liberatorio) e quegli armonici che, magicamente, compaiono quando meno te l’aspetti. Padre Davide Maria Turoldo diceva: “Finché un popolo canta è un popolo vivo”; ed è questa, se vogliamo, la sintesi del festival che quest’anno raggiunge, consolidandosi, il quinquennio di vita. Come nel progetto Strepitz anche la mission del canto spontaneo insegue e privilegia l’aspetto fonico del canto, per certi versi l’archè della forma canto. Niente partiture scritte, niente polifonie, assolutamente contrari alle forme tristi e ingessate dei canti corali; siamo, oggettivamente, integralisti anche se chiudiamo spesso un occhio, anche se malvolentieri, di fronte a gruppi di cantori o di canterine che poco hanno di spontaneo. Un tentativo, quindi, di approfondire e conoscere più a fondo questo grande dono che l’essere umano (ma quasi certamente anche gli animali anche se con forme e trasmissioni diverse) ha avuto. In questo caso, però, il legame con la tradizione (meglio sarebbe dire i luoghi originari) è forte e fondamentale. E non è solamente una questione di appartenenza simbolica, vi sono motivi anche scientifici. Certi canti possono avere risultati efficaci solamente in taluni ambienti sonori e molti di essi nascono, ‘spontaneamente’ dai ritmi dettati da determinati lavori. Così come è ricchissimo il patrimonio di canti liturgici popolari. Iniziato nel 2008, il Festival del Canto Spontaneo, fu dedicato, quell’anno, a Lido Zanier, uno dei primi cantori che proprio a Givigliana – Rigolato dette vita, negli anni ’70 ad un gruppo di cantori diretto nei primi anni da don Gilberto Pressacco. Nel 2009 , nel trentennale della morte di Demetrio Stratos, iniziammo una trilogia, conclusa con l’edizione dello scorso anno, dedicata alla voce. Numerosi e qualificati furono gli ospiti che parteciparono in questi tre anni: Claudio Rocchi, Tran Quang Hai, l’ing. Tisato, ricercatore CNR di Padova, Daniela Ronconi Demetrious, Paolo Tofani, Renato Morelli, Valter Colle, Boris Savoldelli, Riccardo Marasco, Silvio Trotta, Valeria Cimò, la Compagnia Daltrocanto, Stefania Colafranceschi e tanti altri. Nel 2011 il passaggio del testimone ad un altro tema di grande fascino e mistero: il sacro, che porteremo avanti fino al 2013”. 



Strepitz & Paolo Tofani - Sounds Of ... (Autoprodotto)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Giovanni Floreani (voce, cister, duduk, musette, live electronics), musicista ed operatore culturale di lungo corso, viene da lavori che da oltre un decennio hanno ripreso modi, forme, repertori della tradizione orale friulana, non limitandosi né ad una rilettura costruita sulla pretesa del ricalco né tantomeno a modelli tipicamente revivalistici. La sua creatura Strepitz (in friulano significa strepitìo, frastuono ma anche confusione e mescolanza di rumori) è un ensemble dal nucleo flessibile, in cui oggi troviamo Ermes Ghirardini (batteria), Lorenzo Marcolina (clarinetto, sassofono, Ewi), Paolo Viezzi (basso elettrico), tra i più versatili e brillanti musicisti del Friuli. Nella sua visione sonica, a partire da Suns Naturai? (2002) Strepitz ha esplorato aspetti ritmici, ritualità, prassi vocali della musica orale popolare, indagando il rapporto tra naturalità e manipolazione umana dei suoni e incrociando sintassi musicali della contemporaneità, linguaggio improvvisativo controllato, procedure multimediali. In un cammino di riflessione sull’origine dei suoni, divenuto anche ipotesi ossimorica di musica atemporale del XXI secolo, non è casuale che Strepitz percorra un tratto di strada comune con Paolo Tofani, anima innovatrice e avant-garde degli storici Area, che dopo una lunghissima esperienza religiosa come monaco vaisnava (il suo nome è Krsna Prema), ha ripreso a calcare le scene. Tofani fa convivere linguaggi della sperimentazione e moduli e timbri provenienti dall’immenso giacimento culturale musicale indiano; riprende mantra vedici, è a suo agio con chitarra elettrica e cetra trapezoidale santoor, con laptop e trikanta veena, l’affascinante cordofono dotato di tre manici, da lui stesso ideato. Dall’incontro scaturisce Sounds of… , una sorta di CD book contenente sei brani, di cui cinque di lunga durata (tra gli otto e i quattordici minuti). Un disco che scavalca i generi, allestito con liriche eterogene: dal frammento di canzone del madrigalista Vecchi ai canti tradizionali carnici, dalle melodie modali ai recitativi, dagli inserti sonori ambientali raccolti in località remote e urbane ai versi di animali, dalle voci dei Potenti alle litanie devozionali, da Demetrio Stratos a suoni tratti da Viaggio di Claudio Rocchi. Assoluta libertà melodico-timbrica-armonica, echi prog anni ’70 e spunti frippiani, suoni stridenti e vigorosi, cristallini ed foschi, elettronici ed acustici, melodie minimali, vincenti assoli strumentali accostati ad incisivi passaggi d’insieme: il tutto a disegnare un continuum sonoro avvolgente, una miscela fluida e viva, senza cali di tensione.



Ciro De Rosa

Valentino Paparelli e Sandro Portelli, Valnerina Ternana - Un'esperienza di Ricerca-Intervento, pp. 180, 2011 cofanetto con libro + 2CD

Primo volume della collana I Giorni Cantati, dedicata alla pubblicazione dei materiali dell'Archivio Sonoro Franco Coggiola del Circolo Gianni Bosio, La Valnerina Ternana, Un'esperienza di ricerca-intervento di Valentino Paparelli, già docente presso l'Istituto di Etnologia e Antropologia Culturale dell'Università di Perugia, e Sandro Portelli, professore di Letteratura americana all'università "La Sapienza" di Roma, è l'aggiornamento e l'ampliamento di un progetto di ricerca compiuto dai due studiosi a cavallo tra il 1972 e il 1975, che riguardò alcuni comuni come Arrone, Montefranco, Ferentillo, Polino, e Terni e sfociato poi nella pubblicazione da parte de I Dischi del Sole del long playing omonimo dei cantori del Gruppo della Valnerina. Composto da Dante Bartolini, Fiore Bartolini, Narciso De Santis, Giuseppe Fiorelli, Amerigo Matteucci, Firpo Matteucci, Luigi Matteucci, Gallerana Orsini, Giuseppe Perelli, Pompilio Pileri, Lucia Pileri, Trento Pitotti, questo collettivo di musicisti, sebbene non caratterizzato da una formazione stabile, rappresentava un esempio importante di fusione e confronto tra la tradizione popolare contadina e il mondo dei lavoratori delle fabbrice, e dunque l'opera di Paparelli e Portelli, fu volta non solo a valorizzare il loro straordinario repertorio di canti ma anche e soprattutto a metere in luce il valore umano dei suoi componenti. Figura centrale di questo gruppo di cantori era senza dubbio, Dante Bartolini, militante comunista e partigiano, del quale si ricorda la grande abilità nell'improvvisare poesie e racconti in ottava rima, ma tutti i componenti del gruppo si contraddistiguevano per un alto livello della coscienza politica e per grandi doti creative e comunicative come nel caso di Amerigo Matteucci, operaio edile e sindaco comunista di Polino, i cui stornelli, come scrive Portelli nella presentazione "hanno la stessa vena satirica delle contemporanee vignette (allora) di Forattini e poi di Vauro. Il lavoro di Paparelli e Portelli fu indirizzato anche alla scoperta di un territorio come il circondario di Terni, e in particolare la bassa valle del Nera, nel quale l'industria era arrivata senza intaccare il patrimonio delle tradizioni rurali, e non è un caso che i canti di mietitura vennero usati come base per parlare della Resistenza in un processo di crescita e trasformazione sorprendente. Questa ricerca non ebbe, dunque, solo fini conoscitivi di studio e documentazione ma piuttosto si poneva come la base di partenza per una successiva fase di intervento, come dimostrano le registrazioni contenute nel long playing dell'epoca, nel quale emerge chiaramente non tanto il folk regionale autentico ma piuttosto la nascita di un collegamento tra antico e moderno, in una contaminazione che vedeva la chitarra di Piero Brega ed il Canzoniere del Lazio affiancarsi alla voce di Amerigo Matteucci o la voce di Giovanna Marini confrontarsi con quella di Dante Bartolini, fino al Brecht messo in musica dagli opera delle Acciaierie. Fu così che un gruppo di semplici cantori popolari, composto da contadini della bassa valle del Nera e da operai delle Acciaierie di Terni, si ritrovarono ad esibirsi nei teatri di Roma e Francoforte, consapevoli dell'importanza della propria matrice culturale, in grado di esprimere le proprie esigenze e le proprie istanze partendo dalla contemporaneità. Questa nuova versione, curata magistralmente da SquiLibri, cristallizza tutto il lavoro compiuto da Paparelli e Portelli riannodando i fili storici della ricerca e fornendone una ricostruzione dettagliatissima che parte da un inquadramento geografico e sociale dell'area della Valnerina per estendersi successivamente ad una analisi approfondita della ricerca, scandagliandone i limiti, il radicamento e l'organizzazione dei materiali sonori, per concludersi con una serie di brevi profili biografici di tutti i protagonisti della ricerca. Il cuore del libro è rappresentato però dalla raccolta commentata di tutti i testi dei brani contenuti nel primo disco, incluso nel cofanetto, e che raccoglie tutte le registrazioni tratte dal long playing originario e una serie di brani esclusi da quella compilazione, non per la loro minore importanza ma piuttosto per motivi di spazio. Chiude il libro una raccolta di commenti canzone per canzone, dei brani contenuti nel secondo disco, nel quale alcuni artisti come Giovanna Marini, Sara Modigliani, Piero Brega, Lucilla Galeazzi e gli Almamegretta rileggono sedici brani del repertorio dei Cantori della Valnerina, a riprova di quanto quell'esperienza di ricerca abbia lasciato il segno in una cultura musicale che va ben oltre la dimensione locale.


Salvatore Esposito

Nuovo Canzoniere Italiano, 29 Gennaio 2012, Teatro Valle Occupato, Roma

Il Nuovo Canzoniere Italiano è stata una delle più importanti realtà musicale italiane degli anni sessanta, sia per la portata del messaggio sociale delle canzoni dei suoi componenti sia soprattutto per la forte spinta impressa alla ricerca attraverso la tradizione musicale italiana. Non è un caso che tra i suoi principali esponenti ci siano due dei principali studiosi e ricercatori italiani come Gianni Bosio e Roberto Leydi, e numerosi esponenti della riproposta del canto sociale e di protesta come Giovanna Marini, Caterina Bueno, Ivan della Mea, Rudi Assuntino, il Gruppo Padano di Piadena.  Storici spettacoli come il Bella Ciao o Ci Ragiono e Canto di Dario Fo, sono rimasti nella memoria di molti così come tutta la splendida collana discografica de I Dischi del Sole che consentì al grande pubblico di conoscere il lavoro di ricerca di gruppi e artisti tra cui il Canzoniere del Lazio con Sara Modigliani, Piero Brega, Francesco Giannattasio e Carlo Siliotto, Sandra e Mimmo Boninelli, il Nuovo Canzoniere Veneto con Gualtiero Bertelli e Luisa Ronchini, il Gruppo Operaio ‘E Zezi di Pomigliano d’Arco, insieme ad una nuova canzone d’autore attenta alle lotte e alle aspirazioni del mondo popolare e proletario, con i lavori di Paolo Pietrangeli, Alberto D’Amico, Pino Masi e ancora Gualtiero Bertelli. 
Questo importante testimone è stato raccolto da istituzioni quali l’Istituto E. De Martino a Sesto Fiorentino, il Circolo G. Bosio a Roma e la Lega di Cultura di Piadena, che grazie alle loro tante iniziative hanno fatto si che non si disperdesse questo patrimonio. Per celebrare i cinquant’anni del Nuovo Canzoniere Italiano, alcuni storici componenti del gruppo come Gualtiero Bertelli, Paolo Pietrangeli, Sandra Boninelli, Giuliano Piazza, Paolo Chiarchi, Claudio Cormio, Rudi Assuntino, Piero Brega, Sara Modigliani e I Giorni Cantati di Calvatone e Piadena, guidati da Giovanna Marini, domenica 29 gennaio si sono ritrovati sul palco del Teatro Valle Occupato, insieme ad alcuni giovani musicisti che hanno inteso proseguirne idealmente il cammino come Alessio Lega, Marco Rovelli e Andrea Labanca, per dare vita ad un concerto nel quale hanno ripercorso in larga parte il loro storico repertorio spaziando dai canti politici, a quelli tradizionali fino a toccare l’attualità con composizioni più recenti. 
E’ stata anche un’occasione importante, per venire in contatto con la coraggiosa realtà del Teatro Valle Occupato, che oggi si appresta a diventare una fondazione, nata dalla lotta di tanti precari del mondo dello spettacolo e trasformatasi in breve tempo in una fucina di iniziative preziose e soprattutto uno dei luoghi di culto della cultura in Italia. Tornando al concerto, la sensazione che si è avuta dalla platea, è stata quella di assistere ad un vero e proprio evento storico, ben lungi dall’amarcord, ma piuttosto un momento prezioso durante il quale diverse generazioni di musicisti e di spettatori si sono ritrovate per confrontarsi su tematiche sempre attuali come la lotta contro il potere e contro le sopraffazioni dell’uomo sull’uomo, ma anche per cantare insieme le storie di un’Italia minore ancora tutta da scoprire. A guidare i musicisti sul palco è una instancabile Giovanna Marini, che durante il concerto non manca mai di raccontare qualche aneddoto legato ai vari brani eseguiti e soprattutto non si tira mai indietro quando c’è da accompagnare ai cori i suoi vecchi amici, che la coadiuvano in modo impeccabile. 
Alla fisarmonica c’è il grande Gualtiero Bertelli, alle chitarre in Piero Brega e Paolo Pietrangeli, mentre delle percussioni si prende cura “a suo modo” il mitico rumorista Paolo Chiarchi. La serata è così ricca di emozioni con Gualtiero Bertelli, che alla chitarra regala le due perle del suo repertorio ovvero la storica Nina e la poetica Noi, o Paolo Chiarchi che imbracciata la chitarra commuove tutti con la struggente Oh Cara Moglie dell’indimenticato Ivan Della Mea, ricordato più volte nel corso del concerto, o ancora Sara Modigliani che interpreta magistralmente Cecilia. Il folto pubblico che occupa il teatro in ogni ordine, segue ogni brano in religioso silenzio, ma di tanto in tanto si abbandona ai cori come nel caso di Su Comunisti della Capitale ed Uno Evviva Giordano Bruno, che chiudevano Quando Nascesti Tune, il primo disco del Canzoniere del Lazio, e qui interpretate magistralmente da un Piero Brega in grandissima forma accompagnato ai cori da Giovanna Marini e Sara Modigliani. 
Non è mancata qualche divagazione nella musica tradizionale, come nei canti de I Giorni Cantati di Calvatone e Piadena, o il canto delle confraternite di Santu Lussurgiu, interpretato dal Quartetto Urbano, o ancora la magnifica resa de l’Attentato a Togliatti di Giuliano Piazza e Sandra Boninelli. Molto applauditi sono stati anche Rudi Assuntino, che ha cantato la sua storica La Rossa Provvidenza meglio nota come Le Basi Americane, e i giovani Alessio Lega, Marco Rovelli e Andrea Labanca, con quest’ultimo che ha cantato un suo brano sulla crisi economica. Splendida è stata poi l’insolita versione corale de I Treni Per Reggio Calabria di Giovanna Marini, accompagnata dal Quartetto Urbano e Alessio Lega, con quest’ultimo che subito dopo ha interpretato Per I Morti Di Reggio Emilia. Il finale ha visto protagonista Paolo Pietrangeli con Contessa con l’accompagnamento ai cori di tutti i musicisti, i quali poi hanno intonato Bandiera Rossa e come bis conclusivo Bella Ciao. Sebbene siano passati cinquant’anni, il Nuovo Canzoniere Italiano e i suoi musicisti rappresentano ancora una voce importante della coscienza civile del nostro paese, e il concerto del Teatro Valle Occupato è stata l’occasione per riannodare i fili della storia, perché dimenticare sarebbe un grande errore. 



Salvatore Esposito

Foto e Video di Salvatore Esposito

Gualtiero Bertelli – Antologia (Alabianca/I Dischi del Sole)

Nello scorso numero abbiamo dedicato ampio spazio ad una lunga intervista a Gualtiero Bertelli, nella quale abbiamo ripercorso insieme a lui tutto il suo vissuto artistico, mancava però un ultimo tassello, ovvero la recensione dell’Antologia edita da Alabianca, e che raccoglie quarantuno brani, di cui sei inediti, tratti da tutta la sua discografia a partire dai Dischi del Sole fino alle più recenti produzioni con Nota. Si tratta di un ritratto a tutto tondo di un cantautore che, come scrive Michele Serra nelle note di copertina: “cantando la classe cantava anche se stesso e viceversa. Le vicende personali, in quegl’anni, erano impensabili al di fuori della storia collettiva”. A differenza di molti altri suoi contemporanei però, Bertelli, forte anche di una formazione musicale non correlata al solo aspetto politico, è riuscito ad uscire dallo schema della canzone di protesta, per diventare la voce poetica del popolo, rileggendo l’attualità e i problemi della società moderna attraverso un approccio più introspettivo e personale. Nelle sue composizioni a partire dal 2001 in poi si avverte chiaramente come abbia sentito l’esigenza di cercare un nuovo pubblico e con esso nuovi stimoli e in questo senso non sono state casuali anche le collaborazioni con vari giornalisti come Gian Antonio Stella, Fabrizio Gatti e Edoardo Pittalis, con i quali ha realizzato numerosi ed applauditi spettacoli, dove il teatro e la canzone diventavano un tutt’uno per raccontare storie in cui l’impegno civile era lo stesso degli anni sessanta ma il linguaggio si è fatto più accattivante e forse meno ostico per quanti non hanno vissuto la stagione della lotta popolare. Bertelli è riuscito così a raggiungere un pubblico più vasto, un pubblico le cui proteste corrono attraverso la rete ma che colto nel vivo, riesce ancora a fermarsi a riflettere. Durante l’ascolto si passa così dalla stagione dei Dischi del Sole con brani come l’ancora attualissima A Portomarghera, Suona la sirena, Stucky, o Primo d'agosto Mestre sessantotto, fino a toccare le splendide pagine di Mi Voria Saver del 1975, nel quale viene ritratta una Venezia ormai priva di quel fervore culturale che l’aveva animata nei decenni precedenti. Arrivano poi A Mi Me Par ed Erba Mata tratte da quel gioiello che è Barche De Carta che nel 1987 gli fece conquistare il Premio Tenco, che fotografano un Bertelli nel pieno di quella sua evoluzione stilistica che lo condurrà ad una vera e propria rinascita con brani come la struggente Sai, o ancora la superba Noi (Che Sui Moli) fino a toccare gl inediti Il mondo Globalizza e Ninna Nanna del Costruttore d'Armi, scritte insieme al giornalista Michele Serra. A completare il tutto nel libretto sono presenti tutti i testi dei brani, comprensivi anche della traduzione per le composizioni in veneziano, una bella introduzione dello stesso Bertelli sulla sua vita e un ricchissimo apparato iconografico. Antologia è, dunque, un ottima base di partenza per conoscere ed approfondire la produzione discografica di Gualtiero Bertelli, scoprendo sia l’intensità e l’impegno sociale delle prime canzoni, sia la bellezza e il fascino delle composizioni più recenti. 



Salvatore Esposito

Orchestra Cocò - Passepartout Canzoni d'Amore (Felmay)

L’Orchestra Cocò nasce quasi per caso con l’incontro tra Augusto Creni (chitarra), Lucio Villani (contrabbasso e voce) e Maturo Marco (chitarra) che, da spettatori, si ritrovano al Festival Internazionale Django Reinhardt di Samois, da quella sera nacque l’idea di suonare insieme partendo proprio dalla comune passione per la musica manuche. Per niente causale è stata poi la scelta del nome Orchestra Cocò, come omaggio a Mimì e Cocò, personaggi del passato rimasti nei modi di dire attuali, ma anche alle grandi orchestre del passato di Angelini e Barzizza. Dopo aver rodato il trio dal vivo in numerosi concerti nelle diverse regioni italiane, ha preso corpo un vasto repertorio che spazia attraverso vari generi musicali partendo dall’amato Django Reinhardt per arrivare, attraverso la canzone italiana degli anni quaranta fino a toccare Vangelis e Johnny Cash, il tutto caratterizzato da un sound molto originale ed accattivante. A coronamento del lungo periodo di rodaggio è arrivato Passepartout, opera prima del trio, che raccoglie sedici brani tra classici della tradizione melodica italiana, dello swing e della canzone internazionale, riarrangiati per voce, due chitarre e contrabbasso. Durante l’ascolto passato, presente e futuro si confondono e si rincorrono spaziando da ironiche riletture di classici della canzone italiana come La Macchina ce l'hai, Che si fa con le Fanciulle a spaccati di grande intensità come nel caso della struggente Nebbia o della sentita Tu che mi fai piangere. Non manca qualche piccola sorpesa come la traduzione italiana di un brano di Brassens La Pecora di Panurge, o la bella rilettura di Martha di Tom Waits, fino a toccare la dolce ninna nanna Petite Homme C'est l'Heure de Faire Dodo, che conclude il disco. Così tra avvolgenti melodie jazz, sonorità antiche e colori manuche, Passepartout è dunque un lasciapassare per un pugno di canzoni ben suonate ed arrangiate in modo originale che ci schiude le porte per un viaggio senza tempo dove Norma Bruni, Natalino Otto, Paolo Conte e Tom Waits si incontrano in una sala da ballo a tarda notte, per cantare le loro canzoni accompagnati da un’orchestra di musicisti gypsy. Un disco da non perdere, insomma, e che promette non solo un po’ di divertimento ma anche tanta bella musica. 


Salvatore Esposito

Marcabru – Derive (Autoprodotto)

Marcabru era un umile trovatore provenzale del XIII secolo, che partendo dalla tradizione popolare dei cantastorie divenne inconsapevolmente l’inventore del trobar clus, una forma poetica del tutto inconsueta per il tempo e che a differenza del trobar ric, si caratterizzava per una grande ricchezza di allegorie e per i tipici vers contradizentz. Ispirandosi all’originalità e all’inventiva di questo antico cantastorie, un gruppo di musicisti dell’Emilia Romagna ha deciso di dare vita ai Marcabru, progetto musicale che nasce dalle ceneri de I Musici, formazione nata circa vent’anni fa e che nel corso degli anni ha perseguito un percorso di ricerca attraverso la musica antica, quella celtica e la tradizione popolare. Dopo alcuni cambi di formazione, i Marcabru hanno trovato un assetto stabile della formazione ora composta da: Fabio Briganti (fiddle, cittern, dulcimer e voce) e Marie Rascoussier (basso, chitarra acustica e voce), gia membri de I Musici, assieme Fiorino Fiorini (didjeridoo, dan moi, giiro, cori) e Fiorenzo Mengozzi (batteria, bodhran, darbuka, egg-shaker, cori), questi ultimi abili nell’arrangiare melodie tradizionali spaziando dalla world music alla musica tradizionale, il tutto con un approccio molto moderno e sperimentale. Rispetto all’esperienza de I Musici ed in particolare al loro ultimo disco Ciapasogn, i Marcabru hanno conservato l’utilizzo del dialetto romagnolo, pur guardando verso la riscoperta di varie lingue europee antiche e moderne come l’inglese o il francese. Dal punto di vista del sound, le influenze spaziano dalla tradizione folk italiana al folk rock di matrice celtica, il tutto caratterizzato dall’uso di strumenti atipici rispetto alla tradizione europea come il didjeridoo, il cui bordone ritmico ed ipnotico caratterizza moltissimo il loro sound insieme al particolare approccio tecnico al basso della Rascoussier. Il loro ultimo album, Derive, raccoglie undici brani, nati da quattro anni di concerti nei quali i brani sono stati rodati e suonati molto dal vivo, e alla fine hanno trovato una radice comune in una frase tratta da Billy Bud di Herman Melville: “Un taglio alla mia gomena, andare alla deriva…”. Si tratta insomma di una sorta di viaggio alla deriva, nel quale ad accompagnarli ci sono gli strumenti che quasi come fossero barche li conducono a solcare ora il mare della tradizione della loro terra con l’iniziale La Barca de Vent, ora ad affiancarsi ad un vascello di pirati con Fire Down Below, fino a toccare prima la poesia di Rimbaud con Roi Blanc poi le coste dell’Oriente con lo strumentale Debka Oud/Debka Chaim. Si fa poi rotta verso l’irlanda con la splendida The Raggle Taggle Gypsy riletta attraverso una chiave che mescola suoni irish e musica klezmer, per poi toccare prima l’Italia con Onda Tonda e poi la Francia con L’Ecolier Assassin. Chiude il disco un bel terzetto di brani con Cluck Old Hen, una splendida rilettura in chiave irish di Wishlist dei Pearl Jam e il tradizionale Weile Waile. Derive è, dunque, un concentrato di suoni, emozioni e suggestioni che difficilmente deluderà coloro che vi si avvicineranno, e senza dubbio rappresenta un punto di svolta importante per la carriera dei Marcabru, che siamo certi in futuro ci regaleranno altre belle sorprese come questo disco. 


Salvatore Esposito

Chiara Idrusa Scrimieri, Danze di Palloni e di Coltelli (Idrusa Visula Lab/Apulia Film Commission)

Finanziato dall'Apulia Film Commission nell'ambito del Progetto Memoria, nato per valorizzare personaggi, eventi e luoghi della Puglia del Novecento attraverso le produzioni di giovani filmaker, Danze di Palloni e Coltelli è un mediometraggio realizzato da Chiara Idrusa Scrimieri, dedicato alla figura di Leonardo Donadei, ballunaru e schermidore di Parabita (Le), noto per la sua grande perizia nel costruire palloni di carta in voto a Sant'Antonio Abate ma anche per la sua spiccata capacità di interpretare la danza a scherma. A dare l'idea di realizzare questa pellicola alla regista salentina è stato Alessandro Coppola dei Nidi D'Arac, il quale una sera dell'agosto del 2008 la invitò ad andare a Parabita dove ebbe modo di vedere l'esibizione di un gruppo di danza a scherma. La molla scattò però durante la cena quando la Scrimieri si rese conto di essere stata condotta nel cuore della sua terra, in quel Salento antico e segreto di cui aveva solo sentito parlare e dal cui fascino venne immediatamente catturata. Nacque così l'esigenza di cristallizzare in qualche modo questo mondo affinchè ne restasse una traccia viva nel tempo, e partendo dalla storia di Leonardo Donadei la regista salentina è riuscita a dare un'immagine molto fedele di quell'insieme di riti e tradizioni tipici dell'area di Parabita (Le) conservando intatti i colori, i suoni, le atmosfere al punto che durante la visione si riescono a percepire anche gli odori. Riscopriamo così quel Salento fatto di feste di paese, di bande musicali, fiocchi di zucchero filato, sospeso tra tradizione popolare e religiosità, tra sacro e profano, danza e musica, e in questo senso preziosissima è anche la colonna sonora realizzata da Alessandro Coppola che contribuisce non poco a rendere ancor più vivide le suggestioni che emergono dalle immagini. Attraverso le immagini entriamo nella quotidianità di Donadei, entrando prima nel suo laboratorio dove costruisce i palloni di carta, poi seguendolo prima nel circolo che gestisce con gli amici e poi su una terrazza dove si allena con il suo gruppo di danza a scherma, particolarissima espressione artistica tipica del Sud del Salento e che durante la Notte di San Rocco a Torrepaduli vive la sua più alta celebrazione, tra codici d'onore, colpi e parole taglienti come coltalli. Il culmine del racconto avviene attorno alla Focara di Novoli tra fuochi e palloni che spiccano il volo, quasi a rappresentare la dualità del loro costruttore sospeso tra cielo e terra, tra codici d'onore non scritti e devozione popolare. Fondamentale per la riuscita di questo film è stata anche la collaborazione del ricercatore e schermidore Davide Monaco il quale ha condotto la regista attraverso i segreti della danza a scherma consentendole di filmarne anche le fasi più segrete della preparazione. Questo lungometraggio della Scrimieri è dunque un esempio di come la riscoperta delle tradizioni salentine non sia limitata alla sola musica ma si estenda anche a tutto quel complesso di tradizioni popolare come la danza a scherma, ancora tutti da scoprire e da studiare. 



Salvatore Esposito

Municipale Balcanica – Foua 1.1 (Beaming Productions/ORDIS GbR)

Proprio mentre è prossima l’uscita del loro terzo album, la Municipale Balcanica, ha da poco dato alle stampe Foua 1.1 edito dall’etichetta berlinese Beaming Productions, un Ep che contiene cinque brani del primo disco della band pugliese, magistralmente remixati da Dj internazionali. Si tratta di brani di grande successo, già ampiamenti noti nei club di tutto il mondo per essere entrati nei repertori di molti DJ appassionati di musica world, e proprio alcuni di questi hanno deciso di rieditare alcune tracce del primo disco proponendo una travolgente commistione sonora tra gli strumenti a fiato e le basi elettroniche, inserendosi così in quella fortunata scia del movimento Balkan Beat. Il risultato è un disco coinvolgente e pieno di fascino, la cui importanza va ben oltre il desiderio di far scatenare e ballare il pubblico ma punta soprattutto ad avvicinarlo a sonorità e culture nuove e non è casuale che abbia subito trovato terreno fertile negli Stati Uniti come in Australia e in varie nazioni d’Europa. Ad aprire il disco è la splendida Foua remixata da uno specialista della world come Stefano Miele, seguita dalla travolgente Odessa Bulgarish di Dj Farrapo in cui la melodia folk è valorizzata dalla eccellente base ritmica scelta per l’occasione. Si passa poi alla tradizione Yiddish con Hava Nagila, qui resa ancor più potente e carica grazie all’ottimo remix di Dj Delay, ma è con Unique Sun, Unique Blood!, ancora di Dj Farrapo che si tocca il vertice del disco, grazie alle sonorità solari e all’ottima base ritmica scelta per l’occasione. Chiude il disco una versione velocissima di Foua radicalmente scomposta dal DJ australiano Bryan May che ne crea una versione rarefatta, misteriosa e intensa. Seppur breve, Foua 1.1 è un ottimo antipasto in attesa del nuovo album della Municipale Balcanica, ma siamo certi che nel prossimo futuro il gruppo pugliese cavalcherà l’onda del successo di questo ep, magari pubblicando un intero disco di remix tratti da tutta la sua produzione. 



Salvatore Esposito

Me'Shell Ndegéocello - Weather (Naive)

Allora, mettiamolo in ordine per bene: Me’ Shell, che significa più o meno, Libera Come un Uccello in swahili, è una bassista e cantante di rara capacità espressiva sia col basso elettrico che con la voce e le canzoni che scrive. Io, personalmente, l’ho notata per la prima volta quando si è trovata ad affiancare John Mellencamp nella rivistazione di Wild Night di Van The Man Morrison, tutta giocata sul sound e sul timing perversamente funk della Nostra. La voce di Me’ Shell sullo strumento è opposta a quella che ha in bocca, il suo phrasing bassistico è sinuoso, ricco di medie e decisamene funk. La sua voce sussurra ed accarezza, sottintendendo più che urlare. Questo Weather è il suo nono album. La Nostra si è data una calmata, lo conferma pure lei sul suo sito, le rabbie e i motivi di queste rabbie ci sono ancora ma la saggezza ha portato a veicolare diversamente la rivolta. L’arte non ha risposte ma solo altre domande. Ed è qui che entra in scena il produttore di questo Weather, da me adorato e rispettato, il grande Joe Henry con il suo alter ego batteristico Jay Bellerose e i suoni polverosi ma affascinanti che Joe è capace di creare per se’ e per gli altri. Il disco si fa delicato, usa tinte acquerello più che olio, le canzoni sono quasi tutte dei midtempo dall’andamento lento e dilatato, non c’è volontà di veicolare una capacità tecnica che la Nostra possiede ma c’è la volontà di far arrivare le canzoni, i loro messaggi aperti a decine di interpretazioni, è un amore appena iniziato o sta raccontando di sua madre? E’ una colonna sonora di un film che deve ancora uscire? Una cover stellare di Chelsea Hotel di Leonard Cohen completa il quadro. Un delicato duetto su Crazy and Wild con Benji Hughes completano in quadro. Una sola avvertenza valida più che in altri casi, se siete ascoltatori compulsivi, il disco non si svela al primo ascolto, anzi, l’apparente ermetismo che permea le registrazioni fa sì che le atmosfere vi entrino sotto pelle, la’ dove sono più vicine all’anima e vi rimangano a lungo. Con la bella musica succede così.


Antonio "Rigo"Righetti

lunedì 23 gennaio 2012

I Personaggi del Folk: Gualtiero Bertelli

Voce storica della canzone di protesta degli anni sessanta, Gualtiero Bertelli, con le sue canzoni, ha attraversato quasi cinquant’anni di storia nazionale facendosi anche portavoce della tradizione musicale veneta, di cui rappresenta uno dei custodi e ricercatori più attenti. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere la sua vicenda artistica a partire dall’esperienza del Canzoniere Popolare Veneto fino a raggiungere i tanti progetti come solisti e da ultimo il suo splendido disco, Il Custode della Miniera, dedicato all’epopea dei cantastorie italiani. 

Gualtiero Bertelli in concerto 
Ci può parlare dei suoi esordi? Quali furono i suoi primi passi nella musica di impegno sociale e nella ricerca?
Ho cominciato a suonare la fisarmonica da piccolissimo, quindi la musica mi ha sempre un po' accompagnato, anche se a fasi alterne. Negli anni sessanta avevo un complessino di musica leggera con il quale facevo musica da ballo per mettere in tasca qualche soldino quando ero studente. All'epoca mi interessavo di politica e frequentavo alcune librerie in cui arrivavano, cosa molto rara a quel tempo, i dischi Italia Canta dove c'erano le canzoni di Cantacronache, questo gruppo di Torino che ha dato il la alla canzone politica, alla ricerca e a canzoni di impegno sociale in Italia, e poi dal 1962 in poi quelle del Nuovo Canzoniere Italiano, che riproponevano canzoni popolari e canti sociali. L'incontro con questo tipo di musica mi ha dato una prospettiva nuova, che non avrei mai immaginato, e cioè che si poteva cantare qualcosa di diverso da "cuore, amore e dolore". Si poteva cantare anche la realtà, la vita di tutti i giorni, e ho incominciato a farlo anch'io intorno al 1963-1964, cantando i fatti che accadevano intorno a me. Mi è venuto spontaneo di usare la lingua che uso normalmente, cioè il veneto, il dialetto. Ho raccontato ciò che succedeva intorno a me, a Venezia, usando la lingua di tutti i giorni. In quel periodo Venezia era una città molto viva culturalmente e politicamente, oltre che molto più abitata di oggi e un gruppo anarchico che in quegli anni gestiva una libreria e galleria d’arte, “Internazionale”, frequentata anche dalla sinistra studentesca e dagli intellettuali di Venezia. Nella galleria si tenevano anche delle conferenze e dei concerti, e queste cantate, diciamo così, erano quasi sempre gestite da Luisa Ronchini, una ceramista che faceva parte di questo gruppo di anarchici e che aveva una voce straordinaria. Lei aveva precedenti esperienze di canto, e su invito dei Dischi Del Sole incominciò a condurre una ricerca a Venezia scoprendo e preservando dall'oblio alcune perle della musica tradizionale veneta. L'incontro con Luisa nel 1964 a casa di comuni amici, ci ha dato l'idea di metterci assieme, io con la mia fisarmonica e le mie prime canzoni e lei con la sua voce ed un chitarrista. Il 22 Ottobre 1964 abbiamo debuttato come Gruppo della Libreria Internazionale, ma immediatamente dopo, verso la fine dell'anno cambiammo nome in Canzoniere Popolare Veneto, nel quale entrò a far parte anche Alberto D'Amico nella primavera del 1965. Lì partì questa meravigliosa avventura. 

Il Canzoniere Popolare Veneto
Successivamente lei ha inciso anche per i Dischi del Sole…
Nel 1965 ho fatto il mio primo disco Sta bruta guera che no xe finia. Allora i Dischi del Sole non facevano ancora lp, ma pubblicava una collana che si chiamava sperimentale perchè sperimentava questa nuova canzone di impegno sociale, in formato extended play, un format che ha avuto poca fortuna perchè venne soppiantato dagli lp. Erano dei piccoli 33 giri con quattro o cinque canzoni. Prima di me erano usciti un paio di dischi di Ivan Della Mea, uno di Amodei, uno di Dario Fo, e poi arrivò il mio. Fu un colpo di fortuna, perchè anche qui si aprì un'altra parentesi importante. La fortuna fu che all'epoca il Nuovo Canzoniere Italiano cercava dei titoli, dei personaggi, dei compositori, dei cantanti che dessero una spinta a questa collana facendo decollare questo progetto. Quindi io arrivamo nel momento giusto con delle cose che erano perfettamente in linea con quella che era la loro idea. Una congiuntura favorevole ha fatto si che da questo disco cominciasse il mio rapporto con Il Nuovo Canzoniere Italiano e ovviamente anche quello con il mio gruppo, tanto è vero che al Folk Festival del 1965, pochi mesi dopo, ci presentammo anche noi con il Canzoniere Popolare Veneto. 

Luisa Ronchini
Lei ha parlato di Luisa Ronchini, mi piacerebbe approfondire la sua vicenda artistica…
L'anno scorso ricorreva il decennale della morte di Luisa Ronchini. Lei era nata a Bergamo settantotto anni fa, e subito dopo la famiglia si trasferì a Bolzano dove è cresciuta. Nel 1960 si trasferì a Venezia, nel frattempo si era avvicinata al pensiero anarchico e non ho mai capito… Lei abitava con sua sorella… e non so se fosse venuta casualmente per stare con lei oppure conoscendo Venezia tramite la sorella, era venuta in contatto con questo gruppo di anarchici. Fatto stà, che arrivata qui, fu assunta da una fornace come ceramista. Questa fornace era di proprietà di Cosparini, una delle figure di punta del gruppo degli anarchici di Venezia, e così entrò in contatto con le attivitò della libreria e della galleria. Lei aveva una voce fuori dal comune, era una donna complessa, non facile perchè aveva un carattere, per così dire, complicato. Lei era molto consapevole del proprio lavoro e anche del proprio valore. Progressivamente si è dedicata sempre di più alla ricerca, al punto da farne l'unico scopo della sua vita. Ad un certo punto, vi si è dedicata quasi esclusivamente. Ha abitato a Venezia fino alla fine dei suoi giorni, quando se l'è portata via una malattia rarissima, e purtroppo le malattie rare sono meno curate delle altre, perchè appunto sono rare. In questi primi anni di attività dal 1961 in poi fino ad undici anni fa, quindi al 2001, ha alternato l'attività di ricerca con la riproposizione sia del canto popolare sia della canzone sociale, arrivando anche a comporre qualche canzone, ma quest'ultima non è stata la parte più rilevante della sua carriera. Ha dato alle stampe anche un libro Ascoltemo Buona Gente, nel quale ha raccolto gran parte delle sue ricerche con allegata una cassetta. Noi abbiamo lavorato assieme nello stesso grupo fino al 1972, quando ad un certo punto per motivi ideologici e spinti anche dal desiderio, più mio che loro, di fare esperienze diverse io sono uscito dal Canzoniere Veneto e lo hanno continuato con Manuela Mago, una straordinaria voce femminile. Io poi ho fondato il Nuovo Canzoniere Veneto che ha avuto due formazioni diverse con il quale ho continuato fino agli anni ottanta. Le nostre diversità erano sostanzialmente rintracciabili nel fatto che io ero legato ad uno strumento e dunque più all'aspetto musicale mentre loro erano più interessati alla vocalità, e giustamente, viste le bellissime voci che si ritrovavano. Per cui hanno continuato un lavoro basato sulla vocalità con il solo accompagnamento di un eccellente chitarrista. Io invece sopratutto con la seconda formazione mi sono dedicato più agli arrangiamenti musicali e alla strumentazione. Io avevo voglia di fare questo tipo di esperienza e poi, dal punto di vista ideologico, io mi avvicinavo più al Manifesto, quindi alla sinistra extra-parlamentare mentre loro erano fedeli al PCI, essendosi allontanati negl'anni settanta dagli anarchici per confluire nel Partito Comunista. Queste sono le ideologie dei tempi, quando si ci divideva anche sul colore della barba di Marx… 

Gualtiero Bertelli in concerto
Ci può parlare dei suoi dischi degli anni sessanta, I Giorni della Lotta e Mi Voria Saver...
I Giorni della Lotta è stato il mio primo lp che ho fatto. Era una novità nel panorama degli lp che all'epoca erano semplicemente delle raccolte di canzoni come del resto lo è Mi Voria Saver, invece il mio primo album era un concept album, che anticipava quella modalità concettuale di fare i dischi che si è sviluppata solo negli anni successivi. Quel disco era dedicato interamente al 1968, con tanto di suoni, ruomori… Purtroppo non è stato ancora riversato in formato cd. Mi Voria Saver è certamente un disco interessante, ma rispecchia più gli anni settanta. Lì c'è la storia della mia città, dall'acqua alta al suo abbandono progressivo, sono tutte storie legate alla vicenda veneziana. Infatti mentre negli anni sessanta era molto viva, poi cominciò a spegnersi, cominciò a cedere abitanti e anche a perdere quel vigore culturale che era molto molto forte. Personaggi molto importanti come Giualiano Scabbia, Perussa, Dal Co che è stato il direttore della Biennale di Architettura, Massimo Cacciari, tutta una serie di personaggi che si sono segnalati anche sul panorama nazionale, sono nati prorio in quel periodo e negli anni settanta questa cosa comincia a spegnersi. Comincia a spegnersi il vigore della città, cedendo questa forza alla terraferma, al porto industriale alle fabbriche e a tutti quei veneziani che hanno trasferito la propria casa attorno a Venezia stessa. Tuttociò lo si avverte in Mi Voria Saver, ed è il filo conduttore della prima parte del disco. Nella seconda parte troviamo poi quel cammeo, quella cosa deliziosa che è Odineide. I cui testi di un'ironia sferzante e grottesca erano di Mario Menghi, studioso di storia contemporanea, che all'epoca giovane laureato scrisse per me quei testi e che divennero questo ironico teatrino di un prete veneto, Don Odino, che rimanda allo stereotipo del veneziano cinematografico dove siamo rappresentati come servette, preti o carabinieri, gente che arriva da una depressione economica notevole. La parte musicale l'ha curata Cignalesi, ci sono fiori di musicisti come Paolo Ciarchi, Rivolta che poi è diventato primo flauto della scala, Marco Lacca al contrabbasso, che in pochissimo tempo delle incisioni diedero una certa freschezza alle incisioni. Si sente che sono arrangiamenti improvvisati e proprio questo da loro freschezza e vitalità. Sono canzoni che danno il senso di cosa potrà succedere nel mio futuro, preannunciano un cambiamento di passo, una fotografia di quel passaggio dall'urlo dell'inventtiva al ragionamento, alla riflessione, alla metafora, aprendosi ad un linguaggio più maturo dal mio punto di vista. Poi c'è una canzone a cui sono legatissimo come Sora Un Treno, che è la storia del mio anno in Puglia, dove ho fatto la terza media.

Gualtiero Bertelli e La Compagnia delle Acque
Come si è evoluto l'approccio alla canzone di impegno sociale e politico dai suoi esordi al Nuovo Canzoniere Popolare Veneto? 
Un aspetto importante è stato, come ho detto, il riappropriarsi della musica e della strumentazione, infatti con il Canzoniere Popolare Veneto mi limitavo a suonare la chitarra e a volte la fisarmonica, ma molto poco perchè sembrava un calcio, un rumore in più rispetto alla scelta del gruppo che era prevalentemente vocale. La vocalità ha le sue idee. Il Nuovo Canzoniere Veneto si è affermato sempre di più sul piano della musica, in rapporto alla forma canzone. Cantavamo anche a due, a quattro voci, però non era quella la grande novità, che consisteva invece nel far dialogare gli strumenti con la voce. Poi le esperienze musicali sono state diverse, per esempio il primo lavoro che ho fatto con la seconda formazione del Nuovo Canzoniere Veneto, ovvero qualla più improntata all'aspetto musicale, è stato uno spettacolo che si chiamava "Dentro La Fabbrica e Fuori", già il titolo la dice lunga, che era basato su poesie di Ferruccio Brugnaro, musicate da me. Ferruccio ora è in pensione, ma lui è un poeta operaio, che lavorava alla Montefibre, e ciclostilava le sue poesie e le distribuiva davanti alla fabriche durante gli scioperi. Queste poesie raccontavano proprio quello che stava succedendo dentro alla fabriche e io ne ho scelto una quindicina, in accordo con lui e le ho musicate costruendo un ragionamento sulla fabbrica di quegl'anni che andava dalle speranze ai cortei, passando per le occupazioni e i picchetti. Lui parlava anche di problemi importanti, che poi emerserno negli anni a venire come la tossicità di alcuni prodotti, per esempio il cloruro di vinile provocava il cancro. Ricordiamoci che per la faccenda del cancro a Marghera c'è stata una assoluzione nel processo famoso proprio perchè si diceva che fino ad allora non esisteva una legge che considerava reato l'uso di tali prodotti chimici. Il dato di fatto è però che già allora si sapeva che la gente moriva e le poesie di Ferruccio sono una testimonianza di questa consapevolezza che c'era. Questo è stato il primo lavoro che abbiamo fatto con questa formazione, poi sono venuti altri basati su canzoni mie e su quelle di Stefano Magliaricatti, che oggi fa il musicista di professione che è emerso proprio in questo gruppo come autore ed interprete di canzoni. 

Gualtiero Bertelli in una foto d'archivio del Premio Tenco
Tornando al periodo dei dischi del Sole, qual'era il suo rapporto con suoi colleghi come Fausto Amodei, Giovanna Marini… 
Era ottimo. Sai, a quei tempi, noi eravamo sparsi per l'Italia, ed ognuno faceva le cose per conto suo. Giovanna a Roma, Fausto a Torino, io a Venezia, ma poi c'erano dei momenti in cui si facevano spettacoli assieme, come faremo il 29 gennaio a Roma al Teatro Valle con tutto il Nuovo Canzoniere Italiano. Ci si vedeva e si metteva su un repertorio comune. Addio Lugano Bella la conoscevamo tutti, Bella Ciao pure. C'era questo pacchetto di canzoni, venti, trenta, quaranta, che erano condivise e che tutti conoscevano. Poi ognuno ci metteva le sue, e ci si vedeva tutti prima dello spettacolo. Sai oggi abbiamo tecnici, spie, controspie, e tutto quanto, e un soundcheck dura o tre ore, invece all'epoca c'erano quattro, cinque microfoni schierati e via, si andava alla garibaldina, e soprattutto ad esempio facevo una canzone io, una Giovanna, poi c'era una in coro come nel caso di Addio Lugano Bella. Il coro partiva, perchè la conoscevamo tutti, ci bastava trovare la tonalità. E dicevamo: "chi parte?" e partiva Giovanna e poi tutti dietro di lei. Si capiva che era una cosa che nasceva lì, ma questo costituiva anche la sua specificità diversamente da spettacoli leccati e preparati nei minimi particolari. Quelle cantate erano molto spontanee e molto vive, per cui i rapporti erano ottimi. Ci si vedeva, ci si sentiva, e abbiamo fatto anche delle cose insieme come nel 1967 quando con il Canzoniere Popolare Veneto abbiamo organizzato tre giornate di Canti dell'Altra Italia, che ha avuto una risonanza enorme in città e non solo. A livello personale ovviamente i rapporti erano eccellenti, sebbene non ci fosse una frequentazione quotidiana. Poi io per trent'anni ho sempre fatto il maestro elementare quindi, diversamente da Giovanna o da Ivan o da Paolo, che dedicavano interamente il loro tempo a suonare, io avevo le vacanze estive per farlo e poi con grandi salti mortali riuscivo a fare qualche serata. Era una grande fatica ma anche un grande piacere. 

Gualtiero Bertelli alla fisarmonica
Quanto è stato importante anche il rapporto con il mondo della ricerca e con personaggi come Roberto Leydi e Gianni Bosio? 
E' stato fondamentale anche perchè mi ha permesso di valorizzare un'aspetto della mia professionalità che non conoscevo, cioè quando ho cominicato a sentire le registrazioni fatte da Lomax nella Laguna di Venezia, mi sono detto: "queste sono cose che conosco. questo modo di cantare mi è familiare" e spontaneamente ho cominciato a cantare come cantavano quelle persone lì. Tanto è vero che Leydi ha sempre apprezzato moltissimo il mio modo di eseguire i canti popolari e considerava Nina uno dei grandi monumenti della nuova canzone popolare. Questo me lo ha detto lui e me lo hanno confermato molti altri. Il mio rapporto con loro è stato ottimo, sia con Gianni Bosio che con Roberto Leydi, con il quale ho fatto un intervista nel 1985. Ci siamo sempre visti e frequentati anche dopo quel periodo. La ricerca è stata per me una componente importante della mia formazione culturale e poi anche un modo di avvicinarmi alla mia città e al territorio veneto diverso da quello che avevo fino allora praticato. Per esempio, dando valore a cose che prima mi sembravano di poca importanza, come i canti da osteria e ho scoperto anche delle cose sorprendenti con alcuni amici e compagni di lavoro. Tanto è vero che quando abbiamo fatto Terra e Acqua, lo spettacolo da cui è stato tratto Addio Venezia Addio abbiamo riportato alla luce canti che la città non sapeva neanche di avere, tra lo stupore di chi come noi era completamente all'oscuro di questo tipo di materiale. 

Gualtiero Bertelli in concerto
Per venire agli anni più recenti sarebbe bello ripercorrere la sua carriera da Barche di Carta ai lavori più recenti… 
Dopo il 1980 ho smesso di suonare praticamente avendo chiuso, per quando mi riguardava l'esperienza con il Canzoniere Popolare Veneto con loro che hanno continuato con un'altro nome a fare altre cose. Scrissi una canzone sola e poi non ho più scritto nulla perchè ero davvero confuso, non sapevo che cosa scrivere e a chi. Era l'epoca delle Brigate Rosse, di Moro, era una situazione davvero complicata per cui davvero mi sono visto le piazze vuote, improvvisamente ho assistito a questo reflusso, come si diceva all'epoca, un ripiegamento. A quel punto non avevo più voglia di suonare, non sapevo ne' cosa ne' a chi cantare, per cui mi sono dedicato ad altro. Questo sino al 1987, e fino ad allora non ho fatto spettacoli, non ho fatto nulla. Nel 1987, come una folgorazione, mi venne fuori questa canzone Barche de Carta, dove uso sempre il veneto ma è una lingua diversa, ricca di metafore, di immagini, di quadri. Quindi non più una canzone che ti spiega cosa devi fare ma la canzone che mette lì delle riflessioni offrendole all'ascoltatre quasi a dirgli "vedi se ti fanno pensare, vedi se ti smuovono, ti fanno reagire". Quindi una canzone meno didascalica ma più provocatoria dal punto di vista del pensare e del prender parte. Con Barche De Carta nasce questa seconda fase della mia vita musicale e da lì tutte le altre canzoni, hanno questo tipo di impostazione. Nel 1987 e sia il disco sia la canzone ebbero la Targa Tenco. Poi un lungo periodo di silenizio, anche se dopo il disco ho fatto una tourneè ma non era il momento, non c'era corrispondenza. Ho continuato però a scrivere canzoni, tanto è vero che nel 2001 ho fatto questo concerto di canzoni nuove in un granaio di una villa, qui sul Brenta e lo abbiamo registrato e così è nato "Quando la Luna è a Mezzogiorno". Subito dopo è nata la collaborazione con Gian Antonio Stella, con il quale già ci conoscevamo, e per la presentazione di un suo libro, Tribù e l'anno successivo lavorammo ancora insieme per L'Orda. Qui a Mira dove abitiamo c'è un teatro e presentammo là il disco, poi l'anno dopo ci siamo ritrovati e mi ha detto "sai il giorno 12 dicembre presento un libro che si chiama "L'Orda", e io gli dissi "vuoi che venga con un gruppo di amici a fare qualche canzone che parla di immigrazione?" e lui accettò ben volentieri, chiedendomi di mandargli i testi. Suonammo così sul palco senza nemmeno sapere di cosa parlasse il libro, lì lui aveva fatto una specie di scaletta ed è stato un successo, con il pubblico a cui è piaciuta moltissimo l'idea e con noi che ci siamo divertiti moltissimo. Io ero con il pianista Paolo Favorido e con tre ragazze che cantavano. Morale della favola mi disse: "senti se ci capita ancora qualche occasione lo rifacciamo" ed io gli dissi "certamente". E' nata così L'Orda che è diventata un vero e proprio format ed è sbocciata questa mia seconda vita musicale. Insieme a Gian Antonio abbiamo fatto altri spettacoli come Odissee, Anni Cinquanta, tutti tratti da libri suoi. Da L'Orda ed Odissee sono nati i dischi sugli immigranti Quando Emigranti e Povera Gente. Con lui abbiamo fatto almeno otto spettacoli tra cui anche uno sulla resistenza, uno sulle donne. Abbimo poi riproposto lo spettacolo Tribù come Tribù Show e da ultimo Negri, Froci, Giudei & Co. tratto dal suo libro omonimo che parla del fascismo e dal quale è nato anche un disco che uscirà a breve. Dopo l'esperienza con Gian Antonio ho lavorato con Edoardo Pittalis, un giornalista del Gazzettino con il quale abbiamo fatto uno spettacolo sulla Grande Guerra, uno sullo sviluppo del Veneto negli ultmi cento anni, Maramao Perchè Sei Morto - L'Italia ai tempi del trio Lescano quindi dedicato al periodo fascista e l'ultimo della serie che è Bambini D'Italia ovvero la storia patria vista con gli occhi dei bambini, dei ragazzi, delle donne, ovvero quelli che hanno avuto meno visibilità ma che pure hanno sofferto questa storia oltre ovviamente a percorrerla. Con Fabrizio Gatti, giornalista de L'Espresso abbiamo realizzato Bilal tratto dal suo libro omonimo che tratta della sua avventura nella quale si è finto immigrato. Ha attraversato il deserto, si è infiltrato in un CPT a Lampedusa e poi è andato nei campi della Puglia a raccogliere i pomodori. Le formazioni musicali cambiano perchè il gruppo La Compagnia delle Acque è un gruppo aperto di musicisti che di volta in volta si ricompone intorno ad un progetto sulla base di cosa serve e di quali sono gli strumenti più utili.

Gualtiero Bertelli e Gian Antonio Stella insieme alla Compagnia delle Acque
Può parlarci del suo ultimo disco, Il Custode della Miniera che ha realizzato con Pittalis? 
E' un progetto che nasce intorno alla figura del cantastorie. La cosa che mi è balzata agli occhi è che in questo tripudio di celebrazioni per l'Unità d'Italia, cosa che io condivido sia chiaro, ci siamo dedicati di più a quelle figure che hanno contribuito in maniera più forte ad unire la nostra nazione e questi sono i cantastorie. Questa gente che passava al nord come al sud, di piazza in piazza, raccontando quelle storie che succedevano nel mondo a persone quasi sempre analfabete, che comunque non leggevano i giornali e non avevano ne' radio ne' televisione. E questo in lingua nazionale, e ciò ha contribuito in modo determinante all'unità linguistica. Credo che si sarebbe dovuto parlare di più di questi operatori di cultura di base e per questo mi è venuto in mente di fare un omaggio a queste figure. Edoardo Pittalis stava scrivendo un libro, L’Acqua, Il Sangue, La Terra, in cui raccontava dieci storie del Novecento, storie vere del veneto. Partiva con Maria Tarnovska, questa principessa russa che è venuta a Venezia per uccidere un suo amante, pensa un po', e finiva con il Vajont, anzi con Venzia che è del 1966. E lui mi disse "Gualtiero quando è il momento di presentare il libro vieni anche tu a cantare le tue canzoni". E io gli dissi:"Perchè non mi mandi i tuoi racconti, che io li trasformo in ballate di cantastorie, usando il loro metro e loro stile. Così tu racconti la storia e io la canto.". Lui rimase subito entusiasta. E così man mano che scriveva i racconti me li ha mandati e io li ho trasformati con rime e strutture diverse a seconda delle canzoni, perchè ho cercato di ripercorrere vari stili poetici e poi ho fatto la musica e nel frattempo li ho anche incisi mettendo su un Orchestrina, una tipica orchestra da ballo dei primi del novecento. Credo che nessun cantastorie si sia potuto permettere di girare con un'orchestrina così. Però è un'altra citazione popolare, perchè non ho cercato di fare un'operazione filologica, perchè non ne avevevo nessuna voglia e forse nemmeno le capacità. Ho voluto dare vita ad un operazione che fosse insieme un omaggio al mondo popolare tanto nello stile dei cantastorie quanto nella musica che è tipicamente da ballo con contrabbasso, chitarra, fisarmonica e violino, con tutte le melodie che vengono dal ballo staccato. Quindi un omaggio sia a chi ha dato un contributo determinante all'Unità di questo paese quindi i cantastorie e la musica popolare. 

Gualtiero Bertelli in concerto
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Come ti ho detto è in uscita questo disco con Gian Antonio Stella, per il quale sto ultimando le ultime cose in studio e alcuni pezzi saranno con la voce mia e quella di Gian Antonio. Dopodichè abbiamo fatto un disco con i canti dell'immigrazione italiana per la Francia, che è già uscito in allegato alla rivista Italians, che raccoglie alcuni brani già usciti e qualche incisione nuova. Sto lavorando a vari progetti, uno sui canti del Natale, uno sul Ciclo dell'Anno sui canti delle questue di San Martino fino alla Pasqua, poi ho in mente qualcosa per il mio settantesimo compleanno e per il mio cinquantesismo anno di attività, poi ancora ho fatto una ricerca sulle parodie, ovvero i canti scritti sulle arie di altre canzoni. Vorrei continuare a lavorare sulla storia dei cantastorie. 




Gualtiero Bertelli – Il Custode Della Miniera (Nota) 


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Ispirato dal libro L’Acqua, Il Sangue e La Terra di Edoardo Pittalis, che raccoglie dieci racconti tratti da fatti realmente accaduti tra il 1906 e il 1966, Il Custode Della Miniera di Gualtiero Bertelli, è un omaggio ed allo stesso tempo una celebrazione dell’epopea dei cantastorie italiani. Seguendo la medesima struttura del libro, il disco raccoglie dieci ballate narrative, composte dallo stesso Bertelli, che rimandano alle dieci storie raccolte da Pittalis, il quale ha aggiunto per l’occasione anche dieci cartelloni illustrativi in stile naif. La bella edizione curata da Nota, prevede oltre ai testi delle canzoni anche una interessante introduzione di Marco Paolini, accompagnata dalle note di copertina redatte da Bertelli e da Pittalis che raccontano un po’ la genesi dell’opera. Ad accompagnare il cantautore veneto, che si destreggia tra il canto e la fisarmonica, troviamo una piccola orchestrina, che rimanda a quelle delle balere dei primi del novecento composta da Simone “Cimo” Nogarin (chitarra e bouzuki), Stefano Olivan (violino, violomba e nichelharp) e Domenico Santaniello (contrabbasso e violoncello). La caratteristica peculiare di questo disco, consiste proprio nella perfetta convivenza tra i suoni e ritmi della musica da ballo con il fluire fascinoso delle liriche della ballata narrativa, un connubio sorprendente nel quale brilla tutto il lavoro di ricerca dell’autore. Ritornano così le storie scure dell’Italia dei primi del Novecento come quella della Contessa Tarnovska o dell’assassina Caterina Fort ma anche fatti di cronaca come i disastri di Marcinelle e del Vajont o ancora l’alluvione di Venzia del 1966. I fatti narrati da Bertelli, accompagnati dalle splendide musiche dell’Orchestrina, riportano alla luce una tradizione antichissima come quella dei cantastorie, e con essa l’insieme di usi tipici della ballata narrativa dall’uso degli aggettivi a quello delle rime passando per le assonanze e tutto l’insieme di figure retoriche proprie della canzone dei primi del Novecento. Il cantautore veneto con Il Custode della Miniera ha aperto così uno spaccato su quella parte minore e dimenticata della storia della nostra nazione, una storia fatta non dai potenti ma dagli uomini che giorno dopo giorno hanno contribuito a fare dell’Italia una nazione. Novello cantastorie, Bertelli si fa portavoce di questi eventi non presenti nei libri di storia, non solo per celebrare quanti con le canzoni raccontavano i fatti di cronaca nelle piazze dei paesi, ma anche per sottolineare come la nostra nazione sia nata sia da piccoli fatti, non solo di cronaca, ma anche da piccoli episodi di eroismo. 



Salvatore Esposito