BF-CHOICE: Gabriele Coen Sextet – Sephirot. Kabbalah In Music

A quattro anni di distanza dal pregevole “Yiddish Melodies in Jazz", pubblicato dalla Tzadik di John Zorn, il sassofonista, clarinettista e compositore romano Gabriele Coen torna con “Sephirot. Kabbalah In Music”, album ispirato sefirotico della tradizione cabalistica ebraica...

BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

domenica 27 novembre 2011

Speciale Medimex Pt.1

Medimex Serata Inaugurale, Meraviglioso Modugno, 24 Novembre 2011, Teatro Petruzzelli, Bari 

Non avrebbe potuto avere un inizio migliore la prima edizione del Medimex, Fiera delle Musiche del Mediterraneo organizzata da Puglia Sounds e dall’Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo della Regione Puglia, se non con un tributo ad una delle voci più rappresentative di questa regione, Domenico Modugno, al quale è stato dedicato lo splendido spettacolo Meraviglioso Modugno, tenutosi nella storica e splendida cornice del Teatro Petruzzelli Di Bari. L’evento coordinato da Enrico de Angelis, Stefano Senardi e Maria Cristina Zoppa e presentato da quest’ultima e Antonio Silva, ha visto alternarsi sul palco alcuni dei più importanti artisti della scena musicale italiana. A distanza di cinquant’anni le canzoni di Modugno ritornano nello storico teatro del capoluogo pugliese, proprio lì dove per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia fu messo in scena il Rinaldo In Campo, e in questa splendida cornice rivivono le splendide melodie del grande cantattore italiano. Ad aprire il concerto sono i salentini Sud Sound System, che rileggono in frizzanti versioni reggae La Donna Riccia e L’Avventura, riscuotendo subito grande apprezzamento di tutta la platea che via via si va riempiendo. Se molto originale è stata la versione di Piove proposta da Pino Marino in collegamento telefonico con un chitarrista russo, a Cristina Donà va la palma della performance più appassionata con Ora Che Sale Il Giorno e Meraviglioso. I Radiodervish con il loro originale approccio ethno-world aprono uno spaccato sul profondo legame che c’era tra Modugno e le tradizioni popolari a partire da quelle della sua terra per finire a quelle della Campania e della Sicilia, così brillano attraverso la magica e suggestiva voce di Nabil le splendide Amara Terra Mia e Tu Si’ Na Cosa Grande. Molto riuscita è stata anche l’esibizione di Paola Turci che ha incantato il pubblico con Dio Come Ti Amo e La Lontananza eseguite entrambe alla chitarra acustica e con l’accompagnamento di un eccellente violinista ad arricchire le parti melodiche. Mauro Ermanno Giovanardi con il suo gruppo ha eseguito poi Notte di Luna Calante e Una Tromba D’Argento, entrambe caratterizzate da una prova vocale eccellente dell’ex La Crus e da elegantissimi arrangiamenti a metà strada tra i suoni fifthy’s e il jazz. 
Si ritorna all’anima folk di Modugno con Peppe Voltarelli, che con la sua immensa simpatia regala al pubblico del teatro barese una travolgente versione di Lu Tamburreddu, con lui stesso protagonista di un’ottima prova alla chitarra e successivamente una simpatica versione de La Cicoria in duetto con Paola Turci. L’istrionico cantattore Peppe Servillo interpreta con la sua proverbiale verve Lu Pisci Spada e Cosa Sono Le nuvole. Altro vertice della serata è stato, senza dubbio, il set di Simone Cristicchi che indossando lui stesso un frac ha cantato in modo delizioso Un Uomo In Frac e Pasqualino Marajà. Verso il finale arriva sul palco Roy Paci che con il suo peculiare stile musicale colora di jazz, ska e rock Malarazza e Un Pagliaccio, sottolineando tra un brano e l’altro l’importanza di Modugno come ispiratore di quella koinè dialettale che unisce un po’ tutto il Sud Italia dalla Puglia alla Campania dalla Calabria alla Sicilia. Una straordinara Nada accompagnata da Fausto Mesolella alla chitarra ha commosso con le sue eccellenti interpretazioni di Notte Chiara da Rinaldo In Campo e Come Hai Fatto, quest’ultima iniziata recitando e sfociata in un cantato appassionato e trascinante. Daniele Silvestri fa del suo meglio con Mafia in medly con Ninna Nanna e la Sveglietta ma subito dopo gli ruba la scena Vinicio Capossela che insieme alla Sorelle Marinetti esegue dapprima una bella versione di Musetto con tanto di parodia dell’intervista ad una escort, e poi la sua Pryntyl da Marinai Profeti e Balene. Prima della chiusura della serata lo stesso Capossela è stato premiato con il Premio Medimex come miglior artista italiano dal Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e dal Sindaco di Bari, Michele Emiliano, con quest’ultimo che non ha mancato di sottolineare la troppa libertà con la quale l’autore di Che Cos’è L’Amor ha approcciato il brano di Modugno, interpolandolo con una personale nota polemica sulla politica. Dopo essersi scusato con il Sindaco e con il pubblico, Vinicio Capossela, ha eseguito un brano di Enzo Del Re, composto sulla melodia di Amara Terra Mia, in omaggio alla tradizione musicale pugliese, con l’accompagnamento della chitarra battente. Meraviglioso Modugno, ha celebrato in modo degno una delle figure più importanti della storia della musica italiana, riuscendo a cogliere tutta la complessità della sua figura artistica. 



Alcune Immagini dal MEDIMEX

L'Ingresso alla Fiera
Alcuni degli stands

Medimex, Intervista a Claudio "Cavallo" Giagnotti dei Mascarimirì



Medimex, Wine Sound System, Blowin’ In The Wine – Speciale Puglia con Don Pasta, Lounge Area, Nuovo Padiglione Fiera del Levante, Bari 

Dopo il successo di Meraviglioso Modugno e l’inaugurazione ufficiale della fiera, il Medimex ha vissuto un altro momento interessante con Blowin’ In The Wine – Speciale Puglia la performance eno-gastronomica di Donpasta, eclettico economista, Dj e grande appassionato di vini e cucina, che attraverso una sorprendente degustazione di vini rigorosamente pugliesi ha presentato alcuni dei musicisti che si esibiranno durante la kermesse pugliese. Dopo una partenza affidata ai Talkin’ Heads che hanno accompagnato i primi sorsi di un ottimo rosso prodotto dall’Associazione Libera in terreni confiscati alla mafia, Donpasta ha presentato coinvolto nei suoi sorprendenti abbinamenti musica e vino, i Mascarimirì ed in particolare Claudio “Cavallo” Giagnotti e per l’occasione è stato scelto John Coltrane che ha accompagnato il prosieguo della degustazione, insieme ad ottimi tarallini e friselline locali. La degustazione di un eccellente Nero di Troia della Casa Vinicola Fujanera, è stato accompagnato dal reggaemuffin di McGregor, il cui abbinamento è stato scelto dalla cantante reggae salentina Mama Marjas. 
All’astro nascente della scena musicale salentina Erica Mou è toccato invece l’abbinamento con un altro ottimo vino ovvero un Primitivo di Minervino, la cui degustazione è stata accompagnata dai punk melodico di P.I.L. e da un Don Pasta nelle vesti di difensore dei venditori abusivi di polpo crudo, da lui (e non solo) ritenuto molto superiore al trendy sushi. L’ultima degustazione ha visto protagonista la musica tradizionale salentina con Antonio Castrignanò, una delle voci più famose dell’Orchestra della Notta della Taranta, il quale ha scelto musiche africane per accompagnare il rosso Calamuri, un superbo nero di Boccagna, strutturato ma allo stesso tempo ricco di intense note aromatiche. Il breve ma intenso showcase di Donpasta ha rappresento un’esperienza multisensoriale dove olfatto, udito e gusto hanno avuto modo di penetrare per un attimo nel meraviglioso cuore del Salento mescolandole la musica, il vino e i sapori della sua terra. 



Medimex, Mascarimirì e Moussu T & lei Joventes live @ RAI Radio 3 Alte Frequenze, RAI Radio 3 Space 
Breve ma molto intenso è stato il live act dei salentini Mascarimirì e dei Marsigliesi Moussu T & lei Joventes sulle frequenze di Rai Radio 3 Alte Frequenze, i quali presentati da Valerio Corzani, offerto un piccolo assagio promozionale dei rispettivi e più recenti dischi. Entrambe le band saranno poi protagonisti nei giorni successivi durante gli showcase allo Showville, ma questa performance radiofonica ha rappresentato un ottimo antipasto. I Mascarimirì guidati dal geniale Claudio “Cavallo” Giagnotti hanno letteramente inondato il folto pubblico presente nello space di Rai 3, con la loro travolgente carica sonora nella quale le sonorità tradizionali salentine, i ritmi della pizzica e quelli balkanici dei rom si fondono in sound particolarissimo, nel suono di Gitanistan. I due brani presentati confermano come il percorso intrapreso dalla band salentina stia dando frutti importanti sia in termini prettamente artistici sia dal punto di vista della potenza e della forza della loro proposta musicale. I marsigliesi Moussu T & lei Joventes hanno dal canto loro retto benissimo il confronto con Cavallo e soci di cui sono tra l’altro molto amici, sfoggiando suoni e melodie scanzonate ma allo stesso tempo travolgenti nella loro spontaneità. Nello stile di Moussu T il cantautorato francese va a braccetto con le melodie tradizionali dell’area di Marsiglia, il tutto spinto da una spigliatissima e versatile band che lo accompagna in ogni scorribanda sonora.





Salvatore Esposito

Tarantula Garganica, i suoni e i ritmi del Gargano

Il loro nome, Tarantula Garganica, ispirato ad un celebre brano tradizionale della Capitanata, evoca un patrimonio musicale antichissimo la cui magia musicale è ancora in vita grazie agli ultimi cantori rimasti in vita. Rapiti dal fascino di queste antichissime musiche da ballo e dalle voci dei cantori, questi quattro musicisti di Monte Sant’Angelo qualche anno fa hanno intrapreso un percorso di ricerca volto alla riproposta dei brani tradizionali del Gargano. Abbiamo intervistato Giuseppe Totaro, voce e chitarra battente dei Tarantula Garganica per ripercorrere con lui la loro vicenda artistica, approfondire i loro dischi e parlare dei loro progetti futuri. 

Come nasce il progetto Tarantula Garganica? 
Il progetto Tarantula Garganica nasce a Monte Sant’Angelo nel 2002. Il gruppo è formato da quattro musicisti con la passione per la musica popolare. Prendiamo il nome dal tipo di musica che suoniamo e dalla nostra terra, un nome che è il simbolo delle tradizioni popolari pugliesi; nome che evoca subito il suono e il ritmo della tarantella, della chitarra battente e delle castagnole, magia musicale ancora vivissima e tutta da scoprire: con i suoi cantori, i suoi danzatori, la loro musica travolgente, fonte inesauribile di canti, balli e poesie. 

Come si è indirizzata la vostra ricerca attraverso le fonti della musica tradizionale del Gargano? 
Monte Sant’Angelo ha un grande patrimonio tradizionale ed uno stretto legame con la tarantella, dovuto al fatto che da secoli è meta di pellegrinaggi al Santuario di San Michele Arcangelo. In passato si fabbricavano funi e le si commerciavano con Napoli, punto di passaggio della transumanza. Quindi Monte è stata negli anni un centro di raccolta e di divulgazione delle tradizioni popolari musicali dell’intero Gargano e non solo. I primi passi li abbiamo mossi interrogando gli anziani cantori dei vari centri del Gargano (Monte Sant’Angelo, Carpino e San Giovanni Rotondo), consultando libri, vecchi filmati e registrazioni, riscoprendo e valorizzando i canti, le poesie, i balli di una cultura ormai lontana che ancora appartiene al Gargano, iniziando un viaggio oltre i confini del magico mondo della musica e della poesia popolare, cercando di scoprire cosa si nasconde dietro il fascino della Tarantella del Gargano. Fascino che cerchiamo di trasmettere ad un pubblico sempre più numeroso. 

Spesso si identifica la tradizione musicale della Puglia con il Salento, dimenticando l'importanza del Gargano con la sua tarantella, i suoi cantori ma anche con le strapullette...Quali sono le differenze tra la Tarantella del Gargano e la Pizzica? 
Le differenza tra queste due tradizioni sono siderali. Queste differenze sono spiegabili innanzitutto dal punto di vista socio-morfologico. Il nostro territorio per la propria conformazione presenta pochi paesi sparsi su un territorio enorme. Quindi si possono scorgere differenze notevoli tra i vari territori con differenze musicali, dialettali e abitudinali. Questo offre un panorama tradizionale molto eterogeneo ancora tutto da scoprire. Al contrario il Salento è posto su un territorio molto più omogeneo e confortevole. Molti paesi posti a poca distanza l’uno dall’altro, ridimensionando di contro le differenze tra gli stessi. Se si guarda alle differenze strettamente musicali si nota subito la differenza tra le due culture. Differenze percepibili nel ballo, cadenze, ritmo e strumenti usati. Allo stato attuale il Salento enfatizza soprattutto il ritmo, vedi l’uso abnorme di tamburelli all’interno delle varie formazioni musicali. Il Gargano mette l’accento soprattutto sulla melodia. Melodie a volte borderline, ovvero sempre al limite dell’intonazione intesa i maniera canonica. In altri casi con intonazioni perfette. Tutto questo in alcuni casi avveniva anche all’interno degli stessi gruppi, vedi Cantori di Carpino. 

Esiste ancora una tradizione rurale nel Gargano o è del tutto sparita con la morte progressiva dei vari cantori? 
Se esiste tuttora una tradizione rurale nel Gargano non so dirlo con certezza ma ho qualche dubbio. Ci possiamo affidare di contro alla mole sterminata di materiale che i cantori, anche grazie all’ausilio di antropologi e studiosi vari ci hanno lasciato. La tradizione rurale garganica si basava su canti della fatica, e oggi ho l’impressione che abbia assunto un aspetto puramente ludico. Questo al cospetto dei cambiamenti socio-economici. La morte di un cantore è paragonabile all’incendio di un intera biblioteca. Per fortuna oltre al materiale che ci hanno lasciato, c’è tanta gente giovane come noi che ha avuto la fortuna di conoscerne alcuni di loro, interrogarli, passare delle giornate a suonare insieme. Sicuramente non è la stessa cosa ma si ha un buon punto di riferimento per continuare a tramandare la tradizione nel migliore dei modi. 

Il vostro primo disco Sope A Na Muntagne mescola i sonetti di Carpino con le tarantalle di Monte Sant'Angelo e San Nicandro Garganico, cosa unisce queste particolari tradizioni musicali locali? 
Sope A Na Muntagne contiene, oltre a qualche brano nostro, le tarantelle più rappresentative del Gargano con brani che spaziano dai bellissimi sonetti di Carpino, alle tarantelle di Monte Sant’Angelo, a quella di San Marco in Lamis. Un discorso musicale incentrato perfettamente sulla tarantella, evidenziandone due aspetti fondamentali: il ballo e la poesia. Ascoltando questo lavoro si ha la sensazione che i brani siano tutti collegati tra loro come tante radici che fanno parte dello stesso albero. 

In Quelle Strette Vie del Sud, oltre ai brani tradizionali del Gargano trovano posto due tradizionali campani, come mai questa scelta? 
In Quelle strette vie del Sud avevamo iniziato un lavoro di allargamento di orizzonti, spostando le nostre attenzioni anche su altri panorami musicali, con il tempo ci siamo resi conto che c’era ancora tanto da scoprire all’interno della nostra tradizione. Da questo punto di vista quindi si può dire che abbiamo fato un passo indietro. 

Chi Non Capisce L'Amore Abbastanza invece focalizza la sua attenzione su San Giovanni Rotondo, altro paese importantissimo per la tradizione musicale del Gargano.. 
Chi Non Capisce L’Amore Abbastanza è il nostro lavoro più compiuto, quello che in generale preferiamo, sia perché abbiamo dato spazio alle trascinati tarantelle di San Giovanni Rotondo, sia perché abbiamo inserito dei brani nostri Pe st’ammore e Chi arrobbe li donn, che rispecchiano in pieno il titolo dell’album. 

Puoi parlarci del disco All'Use Antiche con i Cantori di Monte Sant' Angelo? 
Il senso del disco All’Use Antiche (trad. Usanze Antiche) è tutto racchiuso nel titolo. In questo album ci siamo messi a completa disposizione dei Cantori di Monte San’Angelo, riportando alla luce il loro vero modo di cantare, suonare e interpretare i vecchi brani. Attraverso questi brani abbiamo dato meno spazio alla sperimentazione e alla contaminazione, proprio per mettere in risaldo l’energia dei Cantori. Questo disco segna anche la rinascita per Monte Sant’Angelo di un grandissimo Cantore “Michele Totaro” detto “Ciuquette” che era finito nel dimenticatoio. 

Nel 2009 avete realizzato un libro con cd dedicato a Michele Totaro “Ciucquette” cantore di Monte Sant’Angelo, puoi raccontarci di questo albero di canto e del libro a lui dedicato? 
E’ una persona splendida, molto allegra. La sua presenza in ogni contesto era garanzia di divertimento, aveva un aneddoto per ogni cosa, era un piacere stare con lui perché non ci si annoiava mai. Ciò che lo rendeva particolarmente accattivante, sublime ed inimitabile, era la sua voce con la quale interpretava le miriadi di canzoni popolari facendole rivivere, dandole un senso perché le note, prima di uscire dalle sue corde vocali, venivano filtrate dal cuore, dalla sua sensibilità, dal suo modo di essere e di porsi. Era un fiume in piena. Esternava senza sosta il suo vissuto, le sue impressioni e considerazioni su quanto gli era accaduto nella vita: lavoro, tempo libero, la sua partecipazione al gruppo folkloristico “La Pacchianella”, il suo rapporto con gli amici con i quali si esibiva in piacevoli “quadretti” di spensieratezza ed allegria. La gente gradiva la sua giovialità e lo ricorda ancora con affetto. La sua collaborazione con noi è durata pochissimo, a causa della sua scomparsa improvvisa avvenuta il 3 gennaio 2009 all’età di 87 anni. Ha partecipato alla realizzazione dei 2 cd assieme ai Cantori di Monte Sant’Angelo ed ha effettuato, con noi, una sola esibizione live a Monte Sant’Angelo, dove c’era tutta la città ad acclamarlo. Il materiale contenuto nel libro-cd a lui dedicato e prodotto nel 2009, è per la maggio parte la registrazione effettuata negli intervalli trascorsi tra la preparazione dei brani degli ultimi cd dei Cantori di Monte Sant’Angelo All’Use Antiche e ‘nfanne ‘nfanne. Nel libro, racconti, canti e aneddoti registrati sono stati fedelmente tradotti per permettere a quanti non avessero dimestichezza nella lettura del dialetto montanaro, di poterli cogliere e apprezzarli con più facilità. I suoi aneddoti, le sue esternazioni, i suoi accenni a motivetti della passata gioventù, sono la sintesi significativa del personaggio. 

Quanto è importante per voi la dimensione live? 
 La dimensione live è la nostra vera linfa. Quello che ci permette di andare avanti, confrontarci crescere, conoscere. Il live ci mette sulla stessa lunghezza d’onda del pubblico, ci sincronizza nel bit; il gruppo suona, il pubblico balla. L’empatia che si crea è difficile da spiegare con le parole, si può avvertire solo facendo parte di questa magia. Nel vostro DNA musicale c'è più riproposta o più sperimentazione sonora? Nel nostro dna vi è un chiaro compromesso: riproporre pezzi musicali del passato, ovvero brani che hanno fatto la storia musicale garganica, senza mai perdere di vista la sperimentazione sonora, la contaminazione “soft”, ovvero non stravolgere la struttura del brano e non eccedere con strumenti non consoni; Fondere in maniera indolore riproposta e sperimentazione. 

Quali Sono i vostri progetti per il futuro? 
Attualmente stiamo registrando il nostro quarto disco, in più vogliamo portare avanti il Raduno dei Suonatori di Tarantella che quest’anno ha avuto la prima edizione a Monte Sant’Angelo con una grande partecipazione di musicisti, ballerini e simpatizzanti. Da ultimo stiamo pensando alla realizzazione di un documentario sui Cantori di Monte Sant’Angelo. 


Tarantula Garganica: una retrospettiva discografica 
Il progetto Tarantula Garganica nasce nel 2002 a Monte Sant’Angelo allorquando quattro musicisti del luogo, Giuseppe Totaro, Matteo Ortuso, Antonio Silvestri e Andrea Stuppiello si ritrovano a fare musica con l’intento di riproporre quel prezioso corpus di canti tradizionali legati alla musica del Gargano, il tutto senza perdere di vista anche la dimensione coreutica ed infatti al gruppo ben presto si uniscono due ballerine, Carmela Taronna e Nicoletta La Torre. Nell’estate del 2004 arriva il loro primo disco, Sope A Na Muntagne, che raccoglie undici brani tra i più rappresentativi della tradizione musicale del Gargano. Durante l’ascolto si spazia dai Sunette di Carpino alle tarantelle di Monte Sant’Angelo e quelle di San Marco in Lamis, il tutto caratterizzato da arrangiamenti semplici ma allo stesso tempo efficaci, in grado di mantenere intatto il fascino degli originali. In questo senso va lodato l’ottimo approccio vocale di Totaro e Ortuso, che rifacendosi ai cantori del luogo approcciano i vari brani in modo elegante e rispettoso. Emergono così brani come l’inziale Fidele Avima Ess, il canto devozionale Sante Michele, una splendida Rodianella di Carpino e la Zampognata che chiude il disco. 
A distanza di un anno viene pubblicato Quelle Strette Vie Del Sud, altra bella autoproduzione nata sotto l’egida dell’associazione culturale Museca, e che prosegue il cammino del primo disco, allargando il raggio della ricerca verso la tarantella campana. Il gruppo per l’occasione oltre ai quattro componenti originari, vede la sua line up arricchita da alcuni ospiti come Anna Maria d’Apolito (voce), Michele Sansone (flauto), Luigi Notarangelo (controbbasso) e Antonio Bisceglia (organetto). Rispetto al disco precedente il suono è più ricco e il gruppo si mostra completamente a suo agio anche quando approcciano brani come Il Canto dei Sanfedisti e Michelemmà, provenienti dalla Campania, certo si nota una certa disomogeneità del repertorio, ma il tutto è funzionale ad un percorso di ricerca per recuperare il filo rosso che unisce la Capitanata alla tradizione musicale napoletana. Durante l’ascolto non si può non restare favorevolmente impressionati dall’ascolto di canti come ‘mbasciatore, La Vije La Funtanella e una splendida Viestana, riproposta in una bella versione con chitarra battente e percussioni in grande evidenza. 
L’ultimo disco del gruppo in ordine di tempo è Chi Non Capisce l’Amore Abbastanza, pubblicato nel 2006 e dedicato a tre dei principali cantori del Gargano ovvero Andrea Sacco, Matteo Salvatore e Matteo Giuliani. Il disco raccoglie dieci brani e si apre ripartendo da dove si era cominciato con il primo lavoro in studio, ovvero con due Rodianelle di Carpino per poi spaziare a brani originali composti da Giuseppe Totaro come Pe St’Ammore, Zumparella e Pifferata, a belle riproposizioni di brani tradizionali come la Cerignulana, Iamece A Retrà e Tarantella alla M. Giuliani, provenienti dall’area di San Giovanni Rotondo. Proprio l’essersi focalizzati su un’altra area importante del Gargano quale quella della città di Padre Pio, rappresenta un’importante novità per questo disco rispetto ai precedenti, infatti attraverso questi nuovi recuperi riemerge un lato poco noto della musica tradizionale di quel luogo, area fortemente rurale e ben nota agli etnomusicologi per le Sunette e le Strapulette. L’attività di ricerca del gruppo prosegue nel 2008 con la fortunata collaborazione con i Cantori di Monte Sant’Angelo, con cui realizzando due splendidi dischi All’Use Antiche e ‘Nfanne ‘Nfanne nonché un libro con cd dedicato a Michele Totaro, storica voce della tradizione montanara. Ascoltare le produzioni dei Tarantula Garganica, è come fare un viaggio in dietro nel tempo, riscoprendo antichi suoni e melodie che appartengono al mondo rurale della Capitanata. Il loro percorso di ricerca, ma soprattutto il contatto diretto con i cantori del luogo ha fatto si che il loro stile fosse completamente estraneo alla contaminazione, ma si sia indirizzato verso una rielaborazione rigorosa dei materiali tradizionali.



Salvatore Esposito

Beppe Gambetta - Live At The Teatro Della Corte, The First 10 Years (Gadfly Records)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!

Beppe Gambetta è senza dubbio uno dei più importanti chitarristi italiani, non solo per la sua grande familiarità con gli ambienti folk e country americani, ma soprattutto per essere uno dei pochi nostri esponenti della nuova musica acustica. Sarebbe limitativo comunque concentrare il suo eclettismo in poche righe perché il chitarrista genovese vanta interessi differenziati che spaiano dalla cucina all’insegnamento fino a toccare ovviamente la chitarra e il suo ormai annuale Acoustic Nights, che dal 2001 è diventato un appuntamento fisso al Teatro della Corte di Genova. Questo evento negli anni è diventato un momento di incontro preziosissimo per tutti gli amanti della chitarra acustica, per i quali è un’occasione spesso unica per ascoltare non solo gli artisti italiani ma anche quelli europei ed americani. A distanza di dieci anni dalla prima edizione, Beppe Gambetta ha deciso di raccogliere in un disco, Live At The Teatro Della Corte – The First 10 Years, il meglio delle performance dal vivo di queste edizioni, che ovviamente vedono coinvolti una lunghissima schiera di ospiti tra cui vale la pena citare l’ex Byrds Gene Parson, Patty Larkin, Martino Coppo, Mike Marshall, Don Ross e Tony McManus. Si spazia così da brani tradizionali italiani a quelli americani passando per composizioni originali, il tutto senza che per un attimo si perda quella magia che solo la chitarra di Gambetta riesce a ricreare. In una sequenza alternata quasi perfetta tra strumentali e cantati, scorrono piccoli gioielli come il duetto con Brad Davis in Blackberry Blossom o il tradizionale slovacco Vlašico/Czardas eseguita insieme a Miso Vavro, o ancora una magnifica Romance in Durango di Bob Dylan che allo stesso tempo omaggia anche la traduzione di Fabrizio De Andrè riportando alcune strofe in italiano. Tra i brani originali brillano Indifference eseguita insieme a Mike Marshall, la dolcissima Stefania scritta dal conterraneo Pasquale Taraffo e la splendida Procession, che in questa versione live si esalta nella sua spettacolare sequenza melodica. Questo splendido live è così un eccellente documento della preziosa opera di Beppe Gambetta non solo come musicista, la cui carriera ormai parla da se, ma anche come punto di riferimento per quanti amano la chitarra acustica e ovviamente il suo legame con la tradizione country e folk americana. Live At Teatro Della Corte non dovrebbe, dunque, mancare agli appassionati del genere ma ci sentiamo di consigliarlo vivamente anche a coloro che vogliono avvicinarsi alla produzione artistica di questo grande chitarrista italiano. 


Salvatore Esposito

Mantice – Incontri e Racconti (Autoprodotto)

Nati oltre venticinque anni fa, i Mantice, sono un gruppo della provincia di Latina impegnato da tempo nella ricerca, nel recupero e nella reinterpretazione dei canti e delle musiche tradizionali dei Monti Lepini. In tutti questi anni, caratterizzati tanto da concerti quanto da contatti diretti con gli informatori, era mancato però un disco, che in qualche modo cristallizzasse la loro esperienza di musicisti e di ricercatori. Ritrovatisi in studio per registrare alcuni demo, piano piano il gruppo si è ritrovato tra le mani un disco completo, è nato così Incontri e Racconti, una splendida raccolta di quattordici brani tradizionali, incisi dal vivo in studio e riarrangiati magistralmente da Orlando D’Achille e Maurizio Villa. Ciò che colpisce sin da subito, durante l’ascolto è l’immediatezza del suono, la cui ruvidezza in alcuni frangenti è superata dal fascino delle melodie e dalla bravura della cantante Tiziana Spini. I musicisti guidati dall’organetto di Marco Delfino, dialogano alla perfezione come dimostrano gli eleganti intrecci melodici tra la chitarra di Paolo Incollingo, l’organetto di Laura Perazzotti e i fiati di Orlando D’Achille, il tutto supportato dalle ritmiche dei tamburelli di Gianni Netto. Alle registrazioni hanno preso parte molti ospiti tra nomi noti e meno noti e tra questi vale la pena citare Maria Moramarco, Davide Conte, Alessandro Del Signore, Maurizio Villa, Marc Jacomelli. Il disco è così l’occasione per ripercorre insieme ai Mantice il loro percorso di ricerca partendo dalla zona dei Monti Lepini dove si è concentrato maggiormente il loro lavoro per estendersi poi all’Agro Pontino, alla Marsica ed in fine all’Irpinia, il tutto spaziando da canti di lavoro, serenate, canzoni narrative, canti di questua e musiche da ballo. Il cuore del disco è rappresentato da brani come la ballata d’amore Alziti Bella, il salterello In Mezzo al Mio Petto, gli Stornelli a ‘n Tuzzà, la dolcissima Ninna Nanna e la struggente La Bella Ninfa, tutti trasmessi da Graziella Di Prospero e Giorgio Pedrazzi, e provenienti dall’area dei Lepini, ma ad arricchire il repertorio troviamo due splendide serenate apprese da Filippo Di Loreto, un anziano suonatore di Civitella Alfedana, e Son Vegnesto In Piscinara, un’antico brano dell’area di Latina risalente alla bonifica pontificia dell’area allorquando i coloni veneti giunsero portando con se le loro tradizioni musicali. A completare il disco troviamo un valzer francese Violetta appreso da Ambrogio Sparagna, il Saltarello di Priverno trasmesso da Francesco Aresu, un anziano suonatore di violino, e altri tradizionali laziali come Jemose Bella Mia, Il Saltarello e Ballarella. Un discorso a parte lo merita invece Montemarano, qui riproposta in una versione che mette insieme alcune strofe apprese da Mario Salvi e Ambrogio Sparagna e che si caratterizza per la linea melodica guidata da un bell’intreccio tra flauto e chitarra battente. Incontri e Racconti rappresenta per i Mantice un punto d’arrivo importante ma anche un nuovo inizio in quanto mentre suggella venticinque anni di attività, gli apre le porte alla discografia, dando avvio ad una nuova fase, nella quale ci auspichiamo continuino ad incidere canti dell’area laziale per mantenere vivo il fuoco della tradizione.

Salvatore Esposito

Banda Olifante - 10.000 Migrants (Felmay)

Nata nel 2008 da un’idea di due eccellenti musicisti quali Massimo Eusebio e Stefano Bertozzi, nel giro di pochissimi anni la Banda Olfante si è segnalata come una delle più sorprendenti realtà sia della world music sia del jazz, dando alle stampe un ottimo disco di esordio nel 2009 ed facendo una intensa attività live sia in Italia sia all’estero prendendo parte a festival come Stanser Musiktage e Dorbirn. Sebbene la loro sede operativa sia in Romagna, la banda ma sarebbe più giusto parlare di un collettivo di musicisti, visto che raccoglie ben quindici musicisti, ha avuto come sua caratteristica peculiare quella di essere sempre aperta alle collaborazioni, spaziando dal Nord America all’Africa, il tutto senza perdere di vista l’Italia, e questo senza mai rimanere vincolata a stilemi preconfezionati ma mettendo in mostra sempre il suo eclettismo. A distanza di due anni, Banda Olifante torna con un nuovo album 10.000 Migrants, disco che sin dal titolo vuole sensibilizzare l’ascoltatore verso tematiche sociali come la tolleranza, l’accoglienza e la diversità, partendo da un sound globale. A differenza del precedente che spaziava da sonorità messicane a composizioni di Oliver Lake, passando attraverso i suoni delle campagne e delle aie romagnole, questo nuovo disco nel rinsaldare maggiormente il legame con il jazz pone l’accento su sonorità marcatamente afroamericane. Dal punto di vista prettamente sonoro emerge chiaramente come l’intesa attività live di questi anni abbia contribuito in modo determinante a creare un maggior affiatamento tra i vari componenti del gruppo e non è casuale che laddove si ha l’impressione che le melodie siano più immediate e dirette, nascondano una più complessa struttura musicale dove è lasciato molto spazio all’improvvisazione e alla tecnica dei singoli. Attraverso i dodici brani in scaletta, si spazia così dalle sonorità vagamente klezmer dell’iniziale Klezmex ai suoni dell’africa evocati in African Dandy, fino a toccare prima il jazz e la world music con la title track e poi le atmosfere ambient della splendida Mangiatori di Stelle. Il vertice del disco sono fascinosa Elephant Dance con gli ottoni di Marcello Ottolini in grande evidenza e la spettacolare Le Chemin du Griot, caratterizzata dal cantato di Aladjibirame “As” Niang e da un lungo ed evocativo assolo di Mamadou Diabaté alla cora che sfocia in un dialogo con il sax tenore di Marcello Tosi. In generale comunque tutte le composizioni di Stefano Bertozzi si lasciano apprezzare in tutta la loro grande varietà di strutture melodiche, ritmiche e timbriche, mettendo in luce tutte le potenzialità della Banda Olifante, che si segnala con questo disco come una delle realtà musicali più brillanti e sorprendenti della scena musicale italiana in generale e di quella jazz in particolare. 

Salvatore Esposito

Margot – Margot (Nota)

Margherita Galante Garrone, meglio nata come Margot, è stata un delle principali protagoniste di spicco del gruppo di Cantacronache insieme a Michele Straniero, Fausto Amodei, e Sergio Liberovici, divenuto successivamente suo marito. In quegli anni oltre a riproporre le canzoni tradizionali del patrimonio popolare italiane, Margot si cominciò a dedicare anche alla composizione di brani propri e di quel periodo è una delle sue canzoni storiche, Le Nostre Domande, nella quale veniva affrontato con molto coraggio il tema del femminismo. Dopo la fine dell’esperienza con il Cantacronache, debuttò come solista pubblicando due canzoni scritte per Julian Garcia Grimau e una versione della famosa Le déserteur di Boris Vian, per poi uscire di scena con la nascita del suo primo figlio. Rientrò negli anni settanta per un disco con la Divergo di Mario De Luigi e la Fonit-Cetra, ma successivamente si dedicò al teatro fino al 1987 quando diede vita al teatro dei marionette Gran Teatrino La Fede Delle Femmine, insieme a Paola Pilla e a Margherita Beato. Proprio da questa esperienza, di recente è rinata l’esigenza di incidere un nuovo album con i vari brani composti nel corso degli anni. E’ come se nulla fosse cambiato rispetto agli anni del Cantacronache, nei suoi testi c’è la stessa necessità di denuncia, la stessa urgenza espressiva, e la stessa rabbia mascherata dall’ironia. Le sedici canzoni nuove contenute in questo come-back album omonimo, edito da Nota, sono composizioni necessarie, nate da una forte esigenza comunicativa, e quasi quelle canzoni nascessero da sole dalle sue, disegnano il teatrino tragico della nostra società, della politica, degli ideali traditi. Si tratta di composizioni dense di poesia che mettendo a nudo un epoca di basso impero, allo stesso tempo lasciano trasparire storie private, elementi essenziali della canzone di protesta. Come le marionette del Gran Teatrino, le canzoni di Margot descrivono un mondo pieno di contraddizioni, dove finzione e realtà sono confuse in un angosciante di disinteresse e triste rassegnazione. Questo disco ci riconsegna dunque una delle più preziose voci della canzone di protesta italiana, che senza suonare mai fuori tempo massimo, è ancora in grado di smuovere le nostre anime e le nostre coscienze grazie alle sue canzoni, basta avere fermarsi ed ascoltarla solo attentamente. Dopo avrete chiara la sensazione che ne sia valsa la pena. 

 Salvatore Esposito

Tamburellisti di Torrepaduli/Briganti di Terra D'Ortranto

Tamburellisti di Torrepaduli - Taranta Taranta (Irma Records/Maffucci Music/Italian World Music) 
Ben noto per essere uno dei più famosi studiosi del tarantismo, Pierpaolo De Giorgi è anche il leader e il fondatore dei Tamburellisti di Torrepaduli, gruppo salentino nato negli anni ottanta e diventato negli anni una delle formazioni di punta della scena musicale del tacco d’Italia, grazie ad una intensa attività dal vivo sia all’Italia sia all’estero, e diversi dischi di successo. L’ultimo lavoro discografico del gruppo, Taranta Taranta, giunto alla seconda ristampa in poche settimane, è da considerarsi un piccolo best seller, avendo raccolto un grande successo non solo di vendite. Il disco registrato presso gli studi della Corrado Productions di Supersano (Le) e distribuito da Edel, presenta undici brani originali a firma di Pierpaolo De Giorgi, ispirati da strutture tradizionali tipiche della pizzica e caratterizzati da testi per lo più in italiano, riperrendo per certi versi quel cantautorato di matrice folk dato a battesimo da Eugenio Bennato. Il risultato è gradevole, soprattutto dal punto di vista musicale, infatti i musicisti Salvatore Crudo (tamburello), Rocco Luca (tamburello), Donato Nuzzo (fisarmonica) e Valentina Cariulo (violino), contribuiscono in modo determinante alla riuscita dei vari brani che si caratterizzano per arrangiamenti particolaremente brillanti dove emerge tutta la loro raffinata tecnica esecutiva. Quasi fosse una sorta di concept album sul tarantismo, questa nuova raccolta di canzoni dei Tamburellisti parte dal concetto quasi salvifico della taranta come una sorta di panacea che può cambiare il mondo (Balla e sogna), per passare a quello della danza con Balla Taranta, fino a toccare l'amore con La Chitarra è una taranta e La Danza dell'Usignolo che ospita la bella voce di Cinzia Corrado. Si prosegue con Dionisiaca nella quale brilla l'ottima fisarmonica, il canto ecologista Dov'è Andata Primavera e le più leggere Mare Nostrum, Mieru Meu e Ritmo Meridiano, quest'ultima caratterizzata da una bella struttura armonica. Chiude il disco la sperimentale Virus Tarantulae il cui testo non rende giustizia alla bella struttura ritmica. Pur concedendo qualcosa dal punto di vista della qualità dei testi, Taranta Taranta è un disco piacevole e che si lascia ascoltare e rappresenta un giusto complemento ai più approfonditi e dettagliati studi di Pierpaolo De Giorgi sulla tradizione musicale del Salento. 


I Briganti di Terra D'Otranto - Focu De Paja (Italian World Music) 
Noti per essere uno dei gruppi più apprezzati della scena musicale salentina, i Briganti di Terra D'Otranto, vantano un intenso percorso musicale che li ha condotti nel corso degli anni a passare dalla semplice riproposta di materiali tradizionali alla composizione di brani originali caratterizzati dall'uso del dialetto ed ispirati dalle strutture tipiche della pizzica o dei canti di lavoro. Questa fortunata formula che ha fatto la fortuna di dischi come Gola De Lu Riu e lo splendido Tirajentu ritorna anche in Focu De Paja, che tuttavia a differenza dei precedenti presenta un sound meno ruvido e più elegante, il tutto senza però perdere di vista il legame con la tradizione. Il disco presenta undici brani tra compoposizioni originali e tradizionali, durante i quali si alternano e duettano le voci Tonino Friolo (chitarra, basso e percussioni), Giovanni Sperti (chitarra) e Antonella Esposito, mentre la linea melodica è impreziosita dal violino di Christian Palma e dal flauto di Stefano Blanco e sostenuta dai tamburelli di Andrea Cappello e Amedeo De Netto, con l'aggiunta di una sezione di fiati ribattezzata Fanfara dei Briganti. Durante l'ascolto brillano soprattutto i brani tradizionali come la splendida pizzica Essiti Cacciatori De Sti Sciardini, il canto di lavoro E Lu Sule Calau Calau e la struggente Aremu Rendineddha interpretata magistralmente dalla voce di Antonella Esposito. Di buon livello sono anche le composizioni originali come Zumpa, Core Schiattusu, e Na Sturiella, tuttavia l'episodio migliore è Pensieri De Nu Brigante, che riprende il tema del brigantaggio nel Salento. Sebbene Focu De Paja regga molto bene il confronto con i dischi precedenti, alla fine si ha la sensazione che nel complesso i Briganti, cercando una crescita nel loro stile musicale abbiano subito una lieve involuzione che li fa procedere un po' con il freno a mano tirato, ancora incerti se proseguire con la riproposta di brani tradizionali o imboccare con più coraggio e decisione la via delle composizioni originali. 


Salvatore Esposito

Storie di Cantautori Pt.3 – Lissander Brasca, Ninfa Giannuzzi, Manè, Nidi di Nebbia, Giuseppe Reghini

Lissander Brasca - Sot La Cender (Autoprodotto) 
Eclettico polistrumentista e cantautore lombardo, Lissander Brasca vanta un curriculum di tutto rispetto come dimostra la partecipazione al Premio Tenco nel 1995, giusto qualche anno dopo il suo esordio. Dopo essere sparito dalle scene, nel 2009 ha cominciato a prendere corpo il progetto di realizzare un disco, è nato così Sot La Cender, che raccoglie dieci brani originali scritti una sorta di koinè lombarda, ovvero mescolando i vari dialetti della Lombardia. Una scelta che si può dire molto originale, a cui se ne accoppia un’altra, ovvero il suo sound che abbraccia influenze che spaziano dal folk-rock americano, al combat rock passando per la canzone d’autore. Pur battendo un sentiero già percorso da Davide Van De Sfroos, Brasca dimostra di avere grandi potenzialità come cantautore, come dimostra anche la qualità dei testi che spaziano da situazioni paradossali e grottesche (Guerra e Ricco Spietato) alla poesia (L’Albero è Cresciuto, Luigi Luigi) passando per qualche accenno alla politica con la splendida El penser de la mort in due parti. Non manca qualche bella ballata come nel caso della intensa Fabrega o qualche divagazione nel folk come nel caso di Lissindrine Ship-Train Rhythm che rimanda al repertorio delle Quattro Province. Sot La Cender è dunque un disco molto originale tanto nei suoni quanto nei testi, e siamo certi che Brasca nel prossimo futuro sarà capace di sorprenderci. Le potenzialità non mancano. 


Ninfa Giannuzzi - Funzione Preparatrice Di Un Regno (Amo Per Amo)
Nota per essere, fino a qualche anno fa, una delle voci dell'Orchestra Della Notte Della Taranta, Ninfa Giannuzzi, è senza dubbio uno dei grandi talenti della scena musicale salentina e non solo per essere una raffinata interprete dei brani della tradizione ma anche perchè in parallelo ha coltivato interessi musicali diversificati come dimostra l'ottimo disco d'esordio Tis Klèi, che mescolava canti che spaziavano dal Libano al Sudamerica fino a raggiungere il suo Salento. Il suo eclettismo musicale, e soprattuto il desiderio di volersi esprimere a pieno come artista a tutto tondo l'hanno condotta tra il 2008 e il 2009 ad ideare insime a due eccellenti musicisti quali Dario Margiotta (chitarra) ed Egidio Marullo (batteria), Funzione Preparatrice Di Un Regno, uno spettacolo teatrale che la vedeva alternare brani propri a rivisitazioni di Kurt Weill e Edith Piaff. I nove brani composti all'epoca per la piece teatrale sono stati ora raccolti nel disco omonimo, pubblicato dall'Associazione Culturale Amo per Amo, e che ci svela la cantante salentina nell'inedita veste di cantautrice. Ad accompagnarla oltre a Marullo e Margiotta, troviamo anche altri musicisti salentini noti per essere o per essere stati parte anch'essi dell'Orchestra della Notte della Taranta come Emanuele Licci (chitarra elettrica), Roberta Mazzotta (violino), Admir Shkurtaj (fisarmonica), Valerio Daniele (chitarra elettrica), Marco Della Gatta (pianoforte), e Giuseppe Spedicato (basso). Il risultato è un disco di grande suggestione poetica, con la Giannuzzi perfetta nell'approcciare brani dalle strutture musicali complesse, che mescolano canzone d'autore, rock e teatro, come nel caso della splendida Trama Difettosa, un brano che rimanda alla migliore tradizione cantautorale italiana ma impreziosito da un arrangiamento superbo o la torrida Elogio Al Rancore. Il disco non è mai avaro di emozioni e ogni brano lascia il suo segno, anche dopo un solo ascolto, sia per la forza dei testi sia per le strutture melodiche sempre eleganti ed accattivanti. Ogni traccia rappresenta uno stato d'animo, un'emozione, un'inquietudine profonda che nasce da un'esistenza spesa sull'orlo del baratro, in un equilibrio tra sogni e bisogni, il tutto con la tensione continua di uscire dal silenzio e il desiderio di comunicare. E' così che nasce l'esigenza di dare vita ad un regno nuovo in cui rifuggiarsi come un sogno, come quello spazio evocato nella struggente Spazio Mortale. Chiudono il disco due piccoli gioielli ovvero Miele D'Api tratta da Le Fleu del poeta simbolista belga Emil Verhaeren e Modi Di Vedere Il Mare ispirata all'omonimo racconto di Luis Sepulveda, che aprono uno spaccato su quello che era l'idea dello spettacolo teatrale ovvero unire in un tutt'uno canzone d'autore, poesia e teatro. 



Manè - RadioWave FM.10 (Factory Music Records) 
Pierangelo Manenti, in arte Manè, oltre ad essere un produttore ed un compositore, è uno dei rari esempi di cantautore nell’ambito dell’elettronica, con alle spalle un apprezzato disco di debutto, Cromo Inverso pubblicato nel 2004. Il suo stile mescola influenze che spaziano dai Depeache Mode ai Queen, passando per David Bowie e il glam rock, il tutto con una buona dose di originalità soprattutto a livello di produzione. Per festeggiare il suo decimo anno di attività, Manè ha dato alle stampe un Ep, RadioWave FM.10 che raccoglie due nuovi brani, ovvero Rolls Royce e Verso Il Mare e due versione speciali di Nereide e Immagine. Si tratta di un lavoro che concettualmente anticipa quello che sarà il suo prossimo album, Clockwork Orangina, inciso con la partecipazione di Valerio Gaffurini e Alessandro Ducoli. L’ascolto tanto dei brani nuovi quanto delle versioni alternative, è assolutamente coinvolgente ed in particolare piace Rolls Royce che su internet e in qualche radio ha avuto subito un grande successo. Le ormai note potenzialità cantautorali di Manè e il pregio delle sue composizioni di essere assolutamente radiofriendly rappresentano un ottima base di partenza per quello che sarà il suo nuovo album.




Nidi Di Nebbia - Nidi Di Nebbia (Autoprodotto) 
Il progetto Nidi Di Nebbia nasce nel 2010, quasi casualmente, dall’idea di due amici Tommaso Giovanardi e Matteo Barbieri di concretizzare il loro sogno di realizzare un disco con brani originali, dopo una lunga esperienza in una cover band di Neil Young, i Painters. Tutto è cominciato quasi per gioco con Giovanardi che doveva incidere un brano per la sua ragazza e poi quasi automaticamente i suoi testi hanno incontrato le musiche di Barbieri e nell’arco di un mese si sono ritrovati un intero disco. Ispirate dai paesaggi autunnali dell’Emilia, i brani raccolti nel disco godono di una scrittura semplice eppure molto diretta che pesca nella migliore tradizione americana a partire dal loro nume tutelare Neil Young, più volte omaggiato ora con un riff ora con qualche atmosfera affine ai suoi dischi più poetici. Il risultato si può dire assolutamente soddisfacente per essere un disco di debutto, ma ciò che colpisce in modo particolare è la capacità dei Nidi di Nebbia di muoversi con agilità attraverso le ballate come La Signora Verde e i brani più rock come nella sorprendente Correnti Sconosciuta che rimanda al Neil Young di Le Noise. Tra i vertici del disco vanno segnalate Sette Giorni Lontano con il banjo di Giorgio Pallotti in bella evidenza, Viaggiatore Su un Mare Di Nebbia e Blues Del Vicolo Grigio, che mettono bene in evidenza tutte le potenzialità di questo gruppo. Questo debutto omonimo dei Nidi Di Nebbia è un bell esempio di cantautorato artigianale, fatto con passione e dedizione e siamo certi che per il futuro, con maggiori mezzi a disposizione questi ragazzi sapranno farsi valere certamente. 


Giuseppe Righini - In Apnea (NdA Press/Interno 4 Records) 
Segnalatosi come una delle migliori proposte della raccolta La Leva Cantautorale degli Anni Zero, Giuseppe Righini con il suo secondo album In Apnea, ha dato prova di essere un songwriter di razza, con l’aggiunta di essere anche uno scrittore dai tratti molto poetici e dal grande lirismo. Il trentottenne riminese infatti con questo nuovo album ha voluto unire le due passioni, quella per la canzone d’autore e quella per la scrittura accompagnando al disco un libro contenente dei microracconti di grande intensità corredati da splendide illustrazioni di Alexa Invrea. Dal punto di vista sonoro le sue canzoni rimandano ora a David Sylvian ora all’ultimo Andrea Chimenti, il tutto senza però perdere di vista la propria personalità artistica e lavorando in sottrazione e scarnificando le linee melodiche. Emergono così i brani in tutta la loro potenza lirica e il loro fascino poetico come dimostrano le splendide I Fiori Di Plastica, la title track e L’Ultimo Sogno di Arthur Rimbaud. Il vertice del disco però è rappresentato da Anima d'animale, un intensa riflessione del rapporto tra uomo e animali, ma soprattutto dalla struggente E Mio Padre Se Ne Vola Via, una delle più intense e commoventi canzoni italiane degli ultimi anni. Muovendosi di pari passo rispetto ai racconti contenuti nel libro, le canzoni contenute nel disco compongono un progetto artistico di rara bellezza nel quale l’eccellente songwriting di Righini si accompagna in modo eccellente ai suoi racconti quasi questi ultimi fossero delle appendici inscindibili. In Apnea è dunque un piccolo gioiello dal leggere ed ascoltare in contemporanea.



Salvatore Esposito

Joe Henry Reverie (Anti)

Joe Henry è musicista e produttore dotato di una estrema prolificità , capace di atmosfere romantiche e perdenti, da crepuscolo di grande città del wasteland americano ma con un occhio di riguardo verso l’Europa. Immaginatevi un quadro di Edward Hopper. Joe fa la colonna sonora ideale. Una dozzina di begli album, che spaziano dal genere recentemente chiamato alt-country a un pizzico di jazz e l’impronta di un Randy Newman su tutto. Personalmente seguo le gesta di Joe dal suo favoloso ellepì “ShuffleTown” del 1990, dentro c’era già la sua cifra stilistica, rappresentata da una strana vocalità a metà tra Dylan e Newman (un timbro nasale e ferroso) mescolata con voicings degli accordi di chi ha frequentato il jazz, a riprova di questo amore, Shuffletown si fregiava della presenza dellal tromba di Don Cherry. Mi è piaciuto tanto il suo dolente “Scar” del 2001, ove Joe si metteva i panni polverosi di un Tom Waits più leggero e ti faceva invaghire dell’”ambiente” attorno alla batteria con delle canzoni suadenti ed eleganti, proprio come di lui si è invaghita , perlomeno artisticamente, Veronica Ciccone, in arte Madonna, che gli fa da etichetta per qualche disco. Ho apprezzato il produttore quando ha preso le redini di un trionfante e uplifting Solomon Burke producendogli il capolavoro raffinato di “Don’t Give Up On Me”. Il lavoro di Reverie parte da un giorno del Ringraziamento che Joe ha trascorso a casa del suo fido e geniale drummer Jay Bellerose a condividere l’ascolto di uno stellare album come “Money Jungle” frutto dell’incontro tra Duke Ellington, Charlie Mingus e il genio batteristico di Max Roach, insomma non proprio una band di esordienti. Joe chiama a raccolta nel suo home studio, Jay , il contrabbassista David Piltch e il pianista Keefus Ciancia , li mette nella sala di ripresa il più vicino possibile, anche fisicamente, agli altri, apre le finestre dello studio e , in tre giorni, registra dieci canzoni, con postini e cani che abbaiano che entrano allegramente nella registrazione. Marc Ribot di passaggio vicino allo studio aggiunge la sua acustica minimale e l’Ukulele National ( un dobro minuscolo a quattro corde...) e pochi altri colori completano un disco che restituisce valore alle paroole delle canzoni, una specie di “Basement Tapes” del 21°Secolo, creato con grande maestria da un raffinato esteta del suono. La tessitura del suono è restituita nella sua pienezza, potete sentire bei rumori dell’ambiente fatto di aria e colore che era attorno ai musicisti mentre parlavano con le note. Sono cose che una persona decide di far sentire. Jay Bellerose usa un drum kit che è una raccolta amorevole di diverse batterie vintage, pezzi di Gretsch e Ludwig restaurati e uniti a creare un kit di percussioni con una voce. Aggiunge una veridicità alle registrazioni che mi fa venire voglia di aprire le finestre e cantare. Anche se Joe ha compiuto 50 anni e a me spetta tra 2 anni. Ma non ci credo. Su tutti i pezzi si eleva il treno ritmico e le spazzolate di note al piano di Odetta. Ben tornato Joe Henry.



Antonio "Rigo"Righetti
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martedì 22 novembre 2011

Khaossia, gli Antichi Suoni del Salento

Salentino di origini ma ormai da alcuni anni di base a Cremona, Luca Congedo, è un talentuoso musicista dalla formazione rigorosa non solo in ambito musicale, ma anche in quello letterario. Laureato in lettere con una tesi su "La committenza musicale nel XVIII secolo in Terra d'Otranto" e diplomato in flauto traverso presso il prestigioso Conservatorio "Tito Schipa" di Lecce, Congedo dopo una lunga militanza in diversi gruppi come The Buskers e L'Euredice, nel 2005 ha dato vita al progetto Khaossia, ensamble che nasce con lo scopo di ricercare e recuperare le antiche fonti della musica tradizionale salentina, seguendo un percorso differente rispetto a quello delle tante formazioni dedite alla riproposta. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere insieme a lui il suo percorso artistico e quello con i Khaossia, soffermandoci sui vari dischi ed in particolare sull'ultimo lavoro Le Grechesche. 

Come nasce il progetto Khaossia? 
I Khaossia nascono del 2005 a Cremona, sull'onda di un altro gruppo di musica irlandese da me fondato e che mi ha seguito durante le mie "emigrazioni", i Buskers. Spesso capitava infatti che, mentre suonavo musica irlandese, il pubblico, a conoscenza delle mie origini salentine, mi chiedesse la classica pizzica. Al che mi è sembrato opportuno distinguere i due generi in gruppi dall'identità precisa. 

La vostra formazione è prevalentemente di conservatorio, come è nata la passione per la riscoperta delle radici della musica tradizionale? 
Quando mi sono avvicinato alla musica popolare nel 1996, e successivamente ho fondato i Khaossia, ciò che mi ha spinto è stato l'orgoglio di poter diffondere la cultura della mia terra e il ricordare, attraverso suoni ancestrali, la generazione contadina dei miei nonni, vissuti tra soprusi dei padroni e fatica nei campi. La loro musica, come mi raccontava mia nonna che lavorava il tabacco, era uno dei pochi momenti di emancipazione e sollievo a una vita difficile. Spesso mi domando cosa penserebbe ora mia nonna e la mia prozia del movimento della neopizzica, della Notte della Taranta e degli stage di danza, a volte forzatamente ampollosi e tecnicistici, organizzati in tutto il mondo a fronte della semplicità e della spontaneità che caratterizzavano i loro canti da lavoro e della pizzica. Nei Khaossia si incontrano entrambi le tipologie di musicisti: coloro che provengono da una formazione classica e chi, invece, è partito dalla musica della sua terra attraverso la tradizione orale e l'imitazione. Quest'ultimi, pur non avendo a volte nemmeno i rudimenti della teoria musicale classica, contribuiscono a fornire la linfa popolare al gruppo. Avere un'impostazione "da Conservatorio italiano"(spesso legata a programmi, contenuti e metodi ancora ottocenteschi e in cui alla musica come arte è, spesso, preferita una visione di musica prettamente "tecnicistica") non favorisce un approccio alla musica tradizionale. Personalmente ho dovuto faticare non poco a fidarmi più del mio orecchio che non dello spartito e a superare delle rigidità inculcatemi. 

La vostra proposta musicale parte dalle radici salentine per allargarsi a sonorità elleniche e irlandesi, puoi descriverci il vostro percorso di ricerca sulle fonti tradizionali? 
Voglio subito precisare che i Khaossia non sono, non possono e non voglio essere i "leggittimi, unici e veri portatori della tradizione dei loro nonni", come sento dire da tanti gruppi miei conterranei. Noi siamo un semplice gruppo di riproposta che interpreta e ricerca, con la propria umiltà, sensibilità e il proprio bagaglio di esperienze, i suoni ancestrali tramandatici e le sonorità che meglio traducono le atmosfere di una terra dolce e amara nello stesso tempo. Viviana Calabrese è stata sicuramente colei che ha portato la tradizione orale all'interno dei Khaossia, attraverso esperienze dirette dei suoi familiari a lei successivamente trasmesse. Lo studio poi di fonti storiche, come il De arte magnetica di Kircher, e del lavoro pregievole e fondamentale di studiosi, come De Martino o Lomax, e di coloro che hanno creduto instancabilmente nella musica salentina in epoca non sospetta, come Daniele Durante, Luigi Chiriatti, Giorgio Di Lecce, Pino Zimba e tanti altri, ci ha indicato una via. Accanto al sapere ci è servito il voler percepire ciò che gli elementi naturali del Salento ci trasmettono, in una visione quasi panteistica. L'amore per la Grecia e per l'Irlanda, non poteva non influire nello stile dei Khaossia. Quando eravamo a Lecce, il nostro amore per la musica popolare salentina era molto intimo, dato che proprio in quel periodo avvenne l'esplosione del movimento della pizzica con un fiorire spasmodico e incontrollato di gruppi e gruppettini "tarantolati", da cui ci siamo defilati. Viviana Calabrese, Vincenzo Urso e io optammo quindi per il nostro grande amore....la musica irlandese. L'esperienza in quel mondo sonoro ha poi influito perentoriamente nell'elaborazione dei successivi arrangiamenti dei Khaossia. 

Puoi parlarci del vostro disco di debutto De Migratione? 
De Migratione nasce grazie all'incontro con il compositore e pluristrumentista cremonese Fabio Turchetti che, con la sua esperienza, diede al gruppo appena nato una visione più matura e orientata. Fabio, infatti, curò, e cura tuttora, l'aspetto discografico ospitandoci nella sua etichetta indipendente CPC. Si trattò di un primo approccio per i Khaossia alla realizzazione di un CD, pertanto, come penso la maggior parte dei gruppi salentini all'esordio, decidemmo di registrare i brani "classici". Da tutte le registrazioni dei Khaossia non si percepisce mai una spasmodica attenzione alla precisione tecnica. A noi questo più che un difetto appare una voglia di naturalezza nel ciò che facciamo e che vogliamo trasmettere sempre sia nel live che nelle registrazioni. De Migratione è un omaggio a tutti gli emigranti, in particolare salentini, che nel corso dei secoli hanno dovuto lasciare i propri cari, le loro terre, la quotidianità per intraprendere viaggi a volte senza meta e senza aspettative, costretti dalla penuria di lavoro e condizioni minime di vita. Un'emigrazione che lega tutte le generazioni e di cui io ne sono un esempio. 

Nel vostro disco di debutto De Migratione, al fianco di brani noti come Fiore di Tutti i Fiori, Lu Sule Calau Calau e Lu Rusciu De Lu Mare, trovano posto anche brani del seicento e del settecento, puoi parlarci di questa opera di archeologia musicale? 
I brani di Ignacio Jerusalem e Leonardo Leo sono dei sentiti riconoscimenti a due nostri grandi compositori conterranei del passato e rappresentano gli elementi estrinseci presenti nei Khaossia della mia specializzazione nella musica antica e nei flauti storici. In particolare abbiamo voluto evidenziare, nel nostro piccolo, la figura di Jerusalem: un compositore leccese che nel'700, partendo da Lecce al seguito di una compagnia teatrale, arrivò nel Nuovo Mondo, a Città del Messico, dove divenne maestro di cappella della cattedrale e uno dei più importanti musicisti settecenteschi delle Americhe. Ovviamente famoso nel mondo, per lo meno accademico, ma un perfetto sconosciuto per i miei concittadini. In De Migratione ne abbiamo voluto ricordare la sua figura incidendo, con gli strumenti antichi, gli incipit delle sue opere. 

Com'è nata l'idea di riproporre in chiave moderna il dramma settecentesco La Rassa a Bute? 
La Rassa è un'altra testimonianza dell'attenzione alla storia da parte dei Khaossia. Ci fu segnalato dal direttore della Biblioteca Provinciale di Lecce, il prof. Laporta, un manoscritto, "La rassa a bute" appunto, ovvero un libretto di un dramma per musica in lingua leccese di cui è andata totalmente persa la partitura. Da qui l'idea di ricomporre la musica, compito affidato a Fabio Turchetti. Lo studio di registrazione della Sudest, immerso nelle campagne di Guagnano tra uliveti e viti di Negramaro, hanno fatto il resto. 

Come si è indirizzato il vostro lavoro di rielaborazione per questo disco? 
La Rassa è un'opera che ci sta molto a cuore, partorita con non poche difficoltà riguardanti le scelte compositive. Eravamo davanti a due scelte: utilizzare un surrogato di prassi compositiva barocca o portare tutto a pizzica! Ovviamente non abbiamo scelto nessuna delle due opzioni, bensì abbiamo cercato di coniugare il rispetto storico del libretto con un'attenzione alle sonorità del territorio e lo stile esecutivo dei Khaossia. Il prodotto finale è stato un cd che alterna recitati, recitativi e arie "col da capo" che ripercorrono la quotidianità di un tempo lontano, ma indefinito, e di uno spazio che richiama la terra del Salento. Nella produzione, che, con grandi difficoltà, stiamo cercando di proporre in versione scenica, hanno collaborato il grande e giovanissimo attore Giancarlo Picci e gli amici Giovanni Amati, Mauro Durante, Vincenzo Urso e Davide Grazioli. 

Puoi parlarci del disco Dialogo inciso con Fabio Turchetti e Butrus Bishara? 
Dialogo è il risultato di un altro progetto che porto avanti in collaborazione con Fabio. Il gruppo l'abbiamo denominato Ghazal (il nome indica dei componimenti poetici di carattere amoroso risalente al VI secolo in Persia, ma non caratterizzati da una lingua specifica) ed è il contenitore deputato a racchiudere le nostre sperimentazioni nella World Music. Dialogo è il titolo per definire delle vere e proprie conversazioni in musica tra strumenti etnici dalle origini geografiche decisamente distanti tra loro. Nel cd, infatti, sono presenti l'oud arabo, il dizi cinese, il bandoneon argentino, la traversa rinascimentale, ecc. Strumenti così diversi, ma capaci di un dialogo armonico e multietnico. 

Il disco diviso in due parti mescola brani originali e tradizioni provenienti dalla Galizia, dalla Provenza, dalla Grecia e dalla Spagna, cosa ha ispirato quest'opera? 
Anche in questo caso, sia dal punto di vista discografico che compositivo, il lavoro è stato affidato a Fabio Turchetti. La sua passione per l'oud, l'amore per il flamenco e la musica greca e arabo-andalusa risalente al periodo fra il IX ed il XV secolo, e l'incontro tra un palestinese, un cremonese e un leccese sono stati gli ingredienti base per la realizzazione di questo cd. Il repertorio è formato, nella prima parte registrata in diretta su Radio Antenna 5, da brani in gran parte di origine medioevale, un epoca storica in cui la musica dei trovatori provenzali non era molto diversa da quella dei poeti andalusi o siciliani. Completa il cd un gruppo di brani scritti appositamente per questo organico, liberamente ispirati alle poesie della poetessa rom Mariella Mehr. A breve uscirà il secondo progetto dei Ghazal, attualmente in fase di missaggio. 

Ci puoi parlare del vostro ultimo disco Le Grechesche? 
Le grechesche sono la produzione discografica con più tempo di gestazione dei Khaossia. L'idea originaria era quella di creare un collegamento tra Salento, Venezia, Grecia. Dalle nostre ore passate nella Biblioteca della Facoltà di Musicologia di Cremona abbiamo ripescato i Madrigali et ricercari a 4 del veneziano Andrea Gabrieli, pubblicati nel 1589, che racchiudono in sè anche le splendide Grechesche, villanelle alla veneziana su testo eterogeno (misto tra veneziano, dalmata, istriano e greco) di Antonio Molino. Il loro rimaneggiamento in chiave folk, lo stretto legame tra Venezia e la Terra d'Otranto e la nostra passione per la storia hanno fatto il resto. Come si è evoluto il suono dei Khaossia da De Migratione al nuovo album? Riteniamo che ci sia stata una maturazione tra De Migratione e Le grechesche. I suoni, gli arrangiamenti, la stessa conformazione dell'ensemble, il contenuto dell'ultimo cd rappresentano la voglia di ricercare nuovi orizzonti per i Khaossia, pur tenendo il Salento come punto di riferimento costante e immutevole. Torneremo a produrre registrazioni legate ai classici della tradizione popolare salentina, ma probabilmente saranno una fotografia o una serie di istantanee legate ai nostri live. 

Cosa ha ispirato il nuovo lavoro? 
Dietro le Grechesche abbiamo immaginato una vera e propria storia. Nel loro terzo cd i Khaossia si vestono da galeotti a bordo della Galea di Annibale Basalù, console per la Repubblica di Venezia a Otranto nel XVI secolo. Con lui intraprendono un ipotetico viaggio dai salotti della ricca e opulenta Serenissima lungo le colonie dello Stato da Màr, lì dove domina il leone di San Marco, per giungere in Terra d'Otranto. I brani sono stati composti ispirandosi alle atmosfere dei vari porti toccati nel loro viaggio. Si è cercato di far emergere nei luoghi, metaforicamente rappresentati dalle singole tracce, una matrice comune, ovvero quel dna marino e mediterraneo che rendeva luoghi lontani molto più vicini di quanto si possa immaginare. 

Recentemente in occasione dei 150 anni dell'Unità D'Italia avete dato vita ad un opera storico-musicale "Due dei Mille: Pietro Ripari e Moisè Maldacea - Quadri musicali ispirati alle loro gesta", com'è nata l'idea di realizzarla? 
L'idea nasce da un desiderio storico-patriottico di interpretare a nostro modo, e nel nostro piccolo, l'Unità d'Italia. La ricorrenza dei 150 anni non poteva vederci estranei dal celebrarla. Abbiamo cercato quindi di non creare un prodotto banale, commerciale e fine a se stesso, ma che trasmettesse una profonda connotazione unitaria, a testimonianza di un'Unità conquistata con i molti e indicibili sacrifici di ogni italiano del Nord, del Centro e del Sud, scevra dagli stereotipi comuni sul tema. Non ci bastava ricantare in chiave folk i classici delle canzoni risorgimentali, ci interessava raccontare delle storie in musica. Più precisamente due storie: quella di un garibaldino del Nord, il cremonese Pietro Ripari, medico di Garibaldi, e un garibaldino del Sud, il foggiano Moisè Maldacea, eroe di altri tempi. Abbiamo così cercato, e trovato, le loro memorie che raccontano, dal punto di vista dei testimoni, la Spedizione dei Mille; da quelle siamo partiti per sonorizzare alcune parti recitate e musicare le canzoni che hanno accompagnato quella spedizione e tutto il Risorgimento. Ne è uscita una produzione molto toccante, che per primi ci ha costretto a riflettere su qualcosa che abbiamo sempre dato per scontato, ma che non lo è affatto: il sacrificio dei nostri avi per un valore, l'unità, oggi messo in discussione da chi rinnega il passato e vede cinicamente ed egoisticamente il presente. Due dei Mille ti costringe ad abbandonare gli stereotipi che la scuola ha trasmesso in uno studio frettoloso e generalista, per vivere con i veri protagonisti, con i loro stati d'animo, le loro ansie, le loro aspettative, le loro delusioni, la "storia dal basso". 

Puoi parlarci del vostro approccio con la realtà live? 
Viviamo il live come un dialogo continuo tra noi e il pubblico che rappresenta una componente essenziale del concerto. I Khaossia non provano, salvo rari momenti, tutto ciò che viene prodotto si realizza sul palco. Ogni concerto è creato nello stesso momento in cui si svolge, non ci piace avere dei "cibi preconfezionati". Questo ovviamente può avvenire perchè c'è una grande intesa tra noi e perchè privilegiamo la spontaneità alla precisione, che tuttavia esiste. Il nostro obiettivo è quello di divertirci e far divertire chi ci regala la sua presenza. Riteniamo che per questo genere di musica, se vogliamo lontanamente riprodurre l'atmosfera ancestrale dei canti popolari dei nostri nonni, non possiamo che creare il concerto con chi ci ascolta e balla nei nostri spettacoli. Ci consideriamo un gruppo salentino "da esportazione", infatti suoniamo raramente nel Salento, dove non condividiamo nè la competizione esasperata e distruttiva nè l'arroganza di alcuni nostri colleghi, e dove alcune dinamiche manageriali, tipiche del nostro territorio, ci sono avulse. Invece adoriamo sentir cantare con noi il pubblico americano, svizzero o anche italiano, in un leccese stentato, il ritornello di Santu Paulu; perchè, pur consapevoli che sia solo la parte superficiale dell'immensa cultura salentina a viaggiare nel Mondo, riteniamo che in altri tempi, non molto lontani, la stragrande maggioranza di quelli che ora cantano e ballano con noi all'estero, non avevano nemmeno idea dell'esistenza del Salento. Questo ci rende orgogliosi e ne diamo merito a chi ci ha preceduto con serietà e caparbietà. In conclusione se cantare il tormentone "Lu rusciu te lu mare" nel Salento mi "turba", farlo dove è poco conosciuto o non lo è affatto....mi commuove. 

A differenza dei tanti gruppi che fanno musica di riproposta voi, pur partendo dalla riproposizione dei brani tradizionali, avete seguito un percorso differente puntando su un approccio che mescolasse musica classica, teatro e ovviamente radici popolari, come mai questa scelta in controtendenza? 
Come ho detto, sono componenti insite nel DNA dei Khaossia e dovute al bagaglio pregresso di esperienze di ognuno di noi. Del resto a molti gruppi salentini va il grande merito che, partendo da un repertorio comune e condiviso, questi abbiano poi tracciato una loro strada originale, divenendo non solo gruppo di riproposta, ma, contemporaneamente, di innovazione capaci di affermarsi a livello internazionale. 

Concludendo Due Dei Mille diventerà un disco? 
Al momento no. Il nostro progetto è quello di portarlo in teatro e possibilmente diffonderlo il più possibile. Sul piano discografico, in questi giorni, uscirà la terza produzione Khaossia, sempre su etichetta CPC, "Le grechesche", che ti anticipo sarà un viaggio lungo le colonie e possedimenti veneziani del 1500, Terra d'Otranto compresa, a bordo di una galea.... I galeotti Khaossia al seguito della famiglia Basalù! 


Khaossia - De Migratione (Consorzio Produttori Cremonesi) 
L'ensamble Khaossia nasce nel 2005 dall'incontro tra il musicista di origine salentina Luca Congedo e il ricercatore e compositore Fabio Turchetti, già fondatore e guida dell'etichetta Consorzo Produttori Cremonesi, i quali partendo dall'esperienza maturata in vari ambiti folk, sin da subito hanno puntato ad una proposta musicale che guardava alle radici più profonde ed antiche della musica salentina, offrendo all'ascoltatore la possibilità di venire in contatto con materiali poco noti riemersi da un lungo percorso di ricerca. Pubblicato nel 2007, De Migratione è il loro album di debutto e vede la line up della band composta da Viviana Calabrese (voce e tamburi a cornice), Stefano Torre (voce, chitarra e tamburi a cornice), oltre che dai già citati Luca Congedo (flauto traverso, flauto dolce, tin whistle e flauti etnici) e Fabio Turchetti (organetto diatonico). Il disco è stato ispirato alla figura di Ignatio Jerusalem, musicista salentino e già maestro di Cappella, che nel Settecento dalla Puglia emigrò a Città del Messico dove si affermò come compositore di musica sacra, e la cui storia è sovrapponibile a quella di alcuni membri del gruppo che partiti dal Meridione si sono ritrovati i una città del nord a suonare la musica della loro terra. Attraverso i sedici brani del disco si spazia da classici della tradizione salentina come Lu Rusciu De Lu Mare, Fiore di Tutti i Fiori e Damme Nu Ricciu, fino a brani della tradizione campana come Il Guarracino e del Gargano con La Tarantella del Gargano e Tarantella di Sannicandro. Le perle del disco sono però la rivisitazione di una composizione di Leonardo Leo, musicista pugliese nato a San Vito dei Normanni nel 1694 e le due arie brevi tratte dal catalogo di Jerusalem. Ciò che colpisce durante l'ascolto sono sia gli ottimi arrangiamenti basati su eleganti strutture acustiche, sia la bella voce di Viviana Calabrese, che aggiunge non poco fascino ai vari brani.


Khaossia - La Rassa A Bute (Consorzio Produttori Cremonesi) 
A distanza di tre anni dal disco di esordio, il percorso artistico dei Khaossia si arricchisce di un nuovo lavoro, La Rassa A Bute, un progetto che nasce da un importante opera di archeologia musicale che li ha visti impegnati nel recupero e nella riproposizione di alcuni estratti di un dramma in musica in lingua salentina di autore ignoto, risalente molto probabilmente agli inizi del Settecento e di cui nella Biblioteca Provinciale di Lecce è conservato solo il testo. A farsi carico della riscrittura delle partiture musicali e degli arrangiamenti è stato Fabio Turchetti, il quale ha inteso far tornare a nuova vita questo importante pezzo di storia della musica del tacco d'Italia, ricercando nella musica tradizionale i temi musicali e le melodie più adatte all'atmosfera farsesca del testo originario. Per l'occasione la line up del gruppo si è arricchita con gli ingressi di altri due musicisti Vincenzo Urso (voce, tamburello e chitarra) e Giovanni Amati (voce e tamburello) e dell'attore Giancarlo Picci, il quale si è fatto carico delle parti recitate. Il risultato è documentato magnificamente dal disco, dal cui ascolto emerge in tutta evidenza come l'approccio dell'ensamble salentino-cremonese si sia indirizzato verso una riscrittura rispettosa sia dal punto di vista dei temi tradizionali sia da quello prettamente classico. In questo senso va lodato sia il lavoro di Turchetti che è riuscito a ridonare al testo una nuova vita cucendogli addosso un abito sonoro perfetto sia quello degli altri componenti del gruppo, che saggiamente guidati dal talento di Luca Congedo e dalla voce antica e bellissima di Viviana Calabrese sono riusciti a rendere in modo magico ogni nota. 


Turchetti, Bishara, Congedo - Dialogo (Consorzio Produttori Cremonesi) 
Registrato in due diverse session, la prima live a Radio Antenna 5 nel giugno del 2009 e la seconda in studio nel febbraio del 2010, Dialogo è un interessante side-project che ha visto protagonisti due dei membri fondatori dei Khaossia ovvero Fabio Turchetti e Luca Congedo insieme al liutaio e musicista palestinese Butrus Bishara. Si tratta di un disco dal grande fascino, in quanto avvicina e mette a confronto tre artisti con storie, percorsi e personalità diverse, che si ritrovano unite dalla comune passione per la musica tradizioanle. La prima parte Dialogo, brilla per la grande spontaneità e per la scioltezza con la quale i musicisti approcciano il repertorio dei brani scelti, dando vita ad un eccellente interplay tra l'oud di Bishara, il bandoneòn di Turchetti e il flauto suonato da Congedo. La splendida Castrojeriz di Turchetti ci schiude così le porte per accompagnarci in un viaggio ricco di suggestioni che ci conduce dapprima in Provenza con De La Lensor Com'vel, poi in Andalusia con Kharka fino a toccare la Grecia con una elegantissima rumba ed in fine la Catalogna con Stella Splendens. A guidare la linea melodica e a disegnare splendidi arabeschi sonori è il flauto di Congedo, mentre Turchetti al bandenòn lo segue imprimendo ai brani un'atmosfera quasi esotica, il tutto mentre Bishara all'oud si fa carica di evocare con i suoi interventi atmosfere orientali, in un fluire di splendide immagini sonore. Più meditativa è invece la seconda parte, registrata in studio ed intitolata Quadri, composta da cinque brani originali di Turchetti ispirati dalla lettura di alcune poesie di Mariella Mehr. La struttura dei brani è solo all'apparenza semplice ma nasconde una grande ricchezza dal punto di vista delle strutture melodiche, dove nel dialogo tra l'oud e il flauto si inserisce anche il pianoforte suonato dallo stesso musicista cremonese. Tra i brani più intensi vale la pena segnalare la dolcissima Una Luce e la conclusiva A Quest'Ora che a ritmo di danza suggella un disco in cui il concetto di world music viene quasi sovvertito a favore di una musicalità che nasce dal popolo per diventare un linguaggio universale. 

Khaossia - Le Grechesche (Consorzio Produttori Cremonesi) 

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!

A poca distanza dal successi riscosso con lo spettacolo "Due Dei Mille: Pietro Ripari e Moisè Maldacea - Quadri musicali ispirati alle loro gesta", i Khaossia hanno di recente dato alle stampe il loro terzo disco in studio, Le Grechesche, che rappresenta senza dubbio la loro opera più ambiziosa. Vestendo i panni di alcuni galeotti a bordo della Galea del Console della Serenissima Repubblica di Venezia, Annibale Basalù, il gruppo salentino ha dato vita ad un racconto in musica ambientato nel XVI Secolo, e durante il quale raccontano un ipotetico viaggio che parte dalla Laguna Veneta, attraversa le colonie dello Stato da Màr e raggiunge in fine al Terra D'Otranto. Il disco mette in fila sia brani originali ispirati ai vari porti toccati nel loro viaggio musicale su testi del poeta e compositore veneziano Antonio Molino detto Burchiella, sia composizioni attinte dal repertorio antico, recuperando e rileggendo attraverso gli stilemi folk, quattro Grechesche, ovvero una sorta di villanelle burlesche, pubblicate nel 1571 da Andre Gabrieli. Emerge così quel legame strettissimo che c'era tra Venezia e la Terra D'Otranto, le cui tracce sono rimaste vive nella storia a partire dal 836 quando i veneziani aiutarono i Longobardi e i Bizantini a resistere alle incursioni dei Saraceni, fino a far diventare il Salento un vero e proprio avamposto della Serenissima. Rispetto ai dischi precedenti Le Grechesche, rappresenta un'ulteriore passo in avanti per i Khaossia che ben lungi dal ripercorrere le vie vie della riproposta, seguono un originale percorso di ricerca più profondo, cercando di recuperare quel sottile e profondissimo legame che unisce la musica classica a quella popolare. In questo senso va sottolineato come siano riusciti a ricreare dal punto di vista prettamente sonoro quell'atmosfera di continui scambi culturali che legava e lega ancora le varie popolazioni del mediterraneo, facendo dialogare strumenti di estrazione etnica differente come il laouto cretese, il violino, la traversa e il tamburello. Questo nuovo disco è dunque una scommessa vinta, essendo un lavoro concettualmente rigoroso tanto dal punto di vista della storia narrata tanto da quello prettamente musicale. 


Salvatore Esposito