Ry Cooder - Pull Up Some Dust and Sit Down (Nonesuch)

Il fresco Grammy Nominated Ry Cooder per il “Best Americana Album” ora incide per la raffinata etichetta Nonesuch, già casa discografica di Emmylou Harris e Pat Metheny tanto per citare due nomi. Il disco che esce nel 2011 è figlio dell’indignazione del mai domo Ry dall’occhio di vetro e dalla slide assassina, generato dal suo furore civile che è , a sua volta, da ascrivere alla tradizione nobile americana di Woody Guthrie e del man in black Johnny Cash, due riferimenti assolutamente trasversali che il Nostro ha ampiamente omaggiato nel corso della sua luccicante carriera. Ho incontrato per la prima volta la musica raffinata e originale sintetizzata da Ryland Cooder in un non meglio precisato anno situato a metà esatta degli anni settanta, allora mio padre gestiva un leggendario bar situato all’interno del mercato coperto di via Albinelli, il Bar Schiavoni, un piccolo bar ove la generazione uscita dalla seconda guerra mondiale si incontrava quasi miracolosamente con i primi hippy o capelloni che dir si voglia. Dentro al bar, io, giovane virgulto, ricordo ex-partigiani che raccontavano le storie di un aereo di nome Pippo che faceva propaganda antifascista e guardavo questa strana umanità parlare, parlare a vanvera come spesso si fa nei pubblici esercizi. Un giorno, un ragazzo mi chiede se mi piace la musica ed io, già “partito” dopo aver visto al cinema Woodstock gli dico:“ Certo”. “Allora domani ti porto un ellepì”. Il giorno dopo Franco mi consegna per 1000 lire “Paradise And Lunch” e io vado a casa e mi innamoro della sintesi obliqua di Ry. Da Jesus on The Mainline a It’s All Over Now, fino ai suoi scintillanti pezzi originali divento un patito di Ry e lo seguo negli anni, è stato lui a farmi ascoltare per primo Johnny Cash, è stato da lui che ho sentito Woody Guthrie ed ho capito che Elvis Presley è INDISCUTIBILMENTE il RE. Dirvi quanto abbia influenzato il mio bassismo il senso del tempo e del groove che traspare da ogni disco di Ry richiederebbe altro spazio. Vi dico solo che il mio batterista preferito è Jim Keltner, da sempre coi suoi rayban scuri e le maracas dietro a Ry. Cooder l’ho visto live coi Little Village in un leggendario ed indimenticabile concerto a Correggio, insieme a Nick Lowe e John Hiatt negli anni 90. Ry ha viaggiato verso l’oriente con un disco straordinario come Meeting By The River insieme a V.M. Bhatt, poi è stato a Cuba per Buena Vista Social Club, è andato in Africa per Talking Timbuktu con Ali Farka Toure’, si è fatto irlandese coi Chieftains senza perdere la sua personalità. L’avventiura musicale di Ry passa dallo studio delle accordature aperte che gli vennero saccheggiate da Keith Richards, fino agli esperimenti sonori di quel capolavoro di colonna sonora che è Paris Texas. Adesso Ry è più che mai attivo ed è arrabbiato a morte coi banchieri e col capitalismo, il pezzo di apertura di questo cd del 2011 è un invettiva divertente e drammatica contro quel tipo di mondo gonfiato di dollari fintamente esagerati. Tutto il disco è influenzato dalla reazione alla crisi economica che Ry addossa completamente a personaggi incravattati e ben pettinati che si sono occupati di mungere a morte la mucca del capitalismo. Ry si augura che John Lee Hooker col suo stomp selvaggio possa diventare presidente degli stati uniti d’America. Come al solito, il quadro offerto da Ry è assolutamente cristallino nei suoni, perfetto nel groove e assolutamente misurato nelle espressioni prettamente chitarristiche del Nostro eroe che è uno dei pochi chitarristi capaci di tenere le chitarre al guinzaglio. Vi assicuro che questo è un disco che durerà nel tempo e migliorerà ad ogni ascolto, soprattutto se siete capaci di non inserire Ry Cooder e la sua musica dentro uno steccato. Trattasi di grande, grandissima musica prodotta e realizzata ai massimi livelli. Ascoltare a volume adeguato...




Antonio "Rigo"Righetti