venerdì 30 dicembre 2011

Mino De Santis, le piccole storie cantate del Salento

Il Salento è una terra ricchissima di cultura, di tradizioni e di bellezze, ma anche di problemi e contraddizioni, soprattutto nel sua scena musicale. Se da un lato, ci sono una miriade di gruppi che tentano affannosamente di cavalcare l'onda lunga del successo della Notte della Taranta, esiste in parallelo una larga schiera di musicisti e gruppi che viceversa rifuggono i luoghi comuni, che tanto bene si sposano con la rima Sule, Mare e Jentu, per perseguire un proprio percorso di ricerca. Una delle più belle sorprese che ci sono venute dal Tacco D'Italia, è però un cantautore, Mino De Santis, che giunge al suo debutto discografico all'età di quarantacinque anni, ma alle spalle vanta una lunghissima gavetta e un repertorio immenso di canzoni scritte in dialetto salentino. Lo abbiamo intervistato, per parlare del suo disco, Scarcagnizzu, edito dall'Associazione Culturale Fondo Verri, e per approfondirlo con lui partendo dalla sua formazione ed analizzando la sua ispirazione. 

Come ti sei avvicinato alla musica ed in particolare al cantautorato? 
La musica nella mia famiglia ha avuto sempre una rilevante importanza. In casa mia si cantava e si suonava sempre, quindi diciamo che sono vissuto in un ambiente molto favorevole da questo punto di vista. Per quanto riguarda la musica cantautoriale, negli anni della mia formazione musicale credo fosse all’apice, al suo meglio. Era impossibile non restare affascinati da cantuautori come De Andrè, Conte, Gaber, Lolli, Bertoli Guccini e tanti altri. E poi oltre alla musica ho sempre prestato grandissima attenzione ai testi, mi ricordo che già da ragazzo mi cercavo gli accordi su una vecchia chitarra che mi trovavo in casa, appartenuta a chissà chi. Quando hai cominciato a scrivere canzoni in dialetto? Da giovanissimo, non avevo nemmeno 18 anni credo, dapprima raccontando e descrivendo situazioni strettamente paesane, poi piano piano con tematiche a più largo raggio. Comunque si, da molto giovane. 

Sono quasi vent'anni che scrivi canzoni e ne hai accumulato quasi duecento, quali sono le tue principali ispirazioni? 
Si è vero. Ne ho scritte tante ma non ho ispirazioni specifiche, vedo, guardo osservo sintetizzo storie ed emozioni o comunque modi di fare e di essere che mi colpiscono sia in positivo che in negativo, cerco di raccontare stando sempre molto attento a non cadere nella trappola della retorica e dei luoghi comuni. 

Come nasce Scarcagnizzu il tuo primo album e come mai hai impiegato tanti anni per farlo uscire? 
Avrei potuto farlo molto tempo prima ma non ne sentivo l’esigenza, mi piaceva cantare le mie cose tra gli amici, nelle belle cene all’insegna del vino e del cazzeggio. Senza mai prendere troppo sul serio ciò che scrivevo, tutto questo fino a quando una fatidica sera del 2010 ho incontrato gli amici dell’associazione “Fondo Verri” di Lecce, i quali ascoltandomi sono rimasti colpiti al punto di propormi poi di fare un disco che mi avrebbero prodotto, così è stato. Così è nato “Scarcagnizzu”.

Quali sono le tue principali influenze dal punto di vista cantautore? 
Le influenze sono tante e svariate, sono il bagaglio di musica che mi porto dietro da tanti anni e credo siano inevitabili. Penso che ormai nessuno possa inventare niente di nuovo se non partendo da basi vecchie, rielaborando e personalizzando certi stili. De Andrè sicuramente è uno dei miei modelli ma non l’unico, a sua volta anche De Andrè ha avuto punti di ispirazione e modelli da seguire. Credo che sia un discorso che vale per chiunque faccia arte, dalla musica alla pittura, fino al teatro e alla poesia. 

Scarcagnizzu è un'istantanea del Salento, ed il suo pregio ma anche il suo limite è secondo me il trattare situazioni, eventi tipici, spaccati troppo particolari perchè possano essere compresi da chi non conosce bene ed a fondo la realtà vera di questa splendida terra... 
Con “scarcagnizzu “ non ho mai avuto la pretesa di far comprendere il Salento a chi non lo conosce, piuttosto credo che abbia avuto il “merito”, se di merito si può parlare, di far guardare con occhi diversi il Salento ai salentini stessi. 

In questo senso ti cito ad esempio Lu Masculazzu, nella quale ritrai un padre che sospira tutta la vita un figlio maschi ed alla fine gli nascono otto femmine.  Questa è una cosa abbastanza comune al sud ma magari il quisque de populi di Abbiategrasso, non capirà il senso di questa canzone, che al contrario è profondissimo e ritrae uno spaccato della famiglia del Sud in generale e del Salento in particolare... 
Lu masculazzu come tante altre canzoni che ho scritto esaspera ed estremizza una situazione, che è verosimile e sottolinea, come dicevo prima con l’ironia, un modo di pensare tipico meridionale. Si ride pensando a questo povero cristo che non riesce ad avere il figlio maschio, ma si ride della stupidità di mentalità tutte nostre e grazie a Dio in via di estinzione. 

Tra i brani più belli del disco ci sono i tre dedicati agli animali ovvero Lu Cavaddhu Malecarne, La Malota & Lu Salanitru e Lu Cane. Secondo il mio parere la portata di queste canzoni è un po'come quella delle favole di Esopo in cui gli animali diventano il mezzo per parlare dei difetti degli uomini. Come sono nati questi brani, e cosa li ha ispirati? 
Esattamente. La risposta è tutta nella tua domanda. Parlare degli animali per parlare degli uomini: un cane randagio che ci dice quanto costa veramente quella libertà tanto sospirata e declamata ma per la quale pochissimi sono disposti a pagarne il prezzo reale, il prezzo che ci preclude dal poter aspirare a una bella cuccia, una minestrina calda ecc ecc; un cavallo che finisce a “pezzetti” perché si rifiuta di sottostare al giogo della fusta, la malota e il salanitru perseguitati non solo in quanto animali ma anche per il loro essere “brutti e schifosi”. In questi animali ognuno di noi potrebbe individuare qualcuno che conosce o che vede ogni giorno come il cavallo ribelle, il cane randagio, la malota o lu salanitru. 

Vanne alla Svizzera affronta il tema dell'immigrazione, visto con gli occhi dei Salentini che andavano a cercare fortuna oltralpe. Cosa è cambiato da quanto gli immigrati eravamo noi italiani? 
E’ cambiato che oggi ci troviamo a stare dall’altra parte e spesso a non capire chi come noi un pò di anni fa, deve lasciare la sua terra e la sua famiglia per cercare un lavoro un aiuto una comprensione, non ricordandosi mai che la terra in cui viviamo tra l’altro è stata creata senza confini, che il “benessere” di alcuni è sempre a scapito di altri, che il “nemico” non può in nessun modo essere chi ha fame ma chi affama, le banche, i politici corrotti, quelli che sfruttano il prossimo ecc ecc ecc. ed infine credo che non c’è da stupirsi se chi è stato derubato e colonizzato per secoli oggi venga a bussare alle nostre porte…vivere è un diritto. 

Festa Patronale è la fotografia perfetta delle feste di piazza salentine, puoi parlarci di questa canzone? 
“La festa patronale” parla da se, descrive questo momento che un po tutti abbiamo vissuto,è appunto una sorta di fotografia con l’ingrandimento su alcuni dettagli, un quadro verista di una situazione in cui il sacro e il profano si confondono, si sovrappongono si accavallano, mentre “la Madonna te susu se li gusta “ 

Hai detto che il Salento è uno stato d'animo, perché questa definizione? 
Il Salento è si uno stato d’animo, un modo di essere. Il Salento non lo limito a pura definizione geografica di una terra benedetta quale la nostra, ma un insieme di comportamenti, un modo di rapportarsi con la realtà e i tempi che inesorabilmente corrono, mi piace pensare al Salento come estrema resistenza all’idea insana di mondo globalizzato, come una terra in cui i rapporti umani vanno oltre le logiche del mercato, una terra in cui una strana energia ci fa sentire uguali e allo stesso tempo diversi dal resto del mondo, dove chiunque vuole può farne parte in qualunque momento. Dici ca su pacciu ?! 

In Salentu Lentu Lentu, dai una sferzata al tamburello, è un modo per uscire dai luoghi comuni? 
Ho risposto più volte a questa domanda dicendo che a mio avviso il tamburello, e tutto ciò che gli gira attorno, “nu centra nu cazzu” se viene estrapolato da contesti precisi. Voglio dire che la nostra musica nasce dalla sofferenza, dalla fatica, dalla lotta e dalle rivendicazioni contadine, e credo che ciò valga per la musiche del sud del mondo e non solo d’Italia. Questo Sud ha sempre subito offese e prevaricazioni, è stato teatro di assurde ingiustizie sociali, di sfruttamento e di umiliazioni, non è solo gioia, svago e divertimento e credo che non ci sia errore più grande che decontestualizzare la canzone popolare, proporla con leggerezza nelle sagre di paese piuttosto che in una festa patronale tra un piatto di pezzetti e un bicchiere di vino, senza ricordare ne spiegare specialmente alle nuove generazioni cosa c’è dietro quelle canzoni, penso ad esempio a lu sole calau calau o a fimmene fimmene e tanti altri canti. Io amo la musica popolare nella misura in cui rimane tale e non perde il suo più alto significato per cedere al populismo, alla moda del momento, alle manovre di marketing e al mercato come un qualsiasi altro prodotto pubblicizzato, promosso e poi fotografato e filmato dall’impavido e curioso settentrionale di turno con la Canon appesa al collo che tutto riprende ma niente vede !!! Questo è il senso della frase nella canzone “ Salentu”. Quindi nulla contro il tamburello per carità, anzi !!! 

Arbu Te Ulie è senza dubbio il tuo brano più poetico, cosa ti ha ispirato per questo brano? 
L’ulivo è già un’ispirazione di per se, è una pianta centenaria che è li ferma ed osserva…è l’anima del Salento, rappresenta davvero le nostre radici, ho solo immaginato di potergli dare una voce per parlare, per raccontarci ciò che è stato, l’ulivo parla dei nostri padri delle loro fatiche, e credo che le nostre rappresentanze politiche che tanto sbraitano l’importanza delle “tradizioni” in primis dovrebbero proteggere e preservare questo nostro monumento naturale. 

Ciò che mi ha colpito del disco dal punto di vista musicale sono gli arrangiamenti molto moderni, molto vicini al jazz e al blues, ma strettamente connessi alla tradizione... 
La tradizione non la vedo come un’ancora che deve tenerci necessariamente legati a certi canoni musicali, piuttosto è un punto di partenza per creare il “nuovo”,ed i linguaggi possono essere tra i più svariati . 

Come si sono svolte le sessions del disco? Puoi parlarci dei tuoi collaboratori ed in particolare di Valerio Daniele e Dario Muci, che fanno davvero la differenza? 
Valerio Daniele, Dario Muci ed Emanuele Coluccia sono tre grandi professionisti che stimo e ammiro moltissimo dal punto di vista artistico, e non di meno dal punto di vista umano, che è la prima cosa. Senza di loro le canzoni sarebbero state voce e chitarra, come si dice da noi alla beddha mea, alla buona. Li conoscevo già artisticamente, Dario secondo me, l’ho detto più volte in più occasioni, è la voce maschile più bella del Salento. Oserei dire che è la voce del Salento è poi lui canta con l’anima e sono fiero e lusingato che lui abbia accettato di cantare con me in Salentu e Arbulu te ulie. Emanuele Coluccia (sax e pianoforte) e Valerio Daniele (chitarra acustica e miraggi) sono due musicisti bravissimi con una grandissima sensibilità musicale…credo che non avrei potuto sperare di meglio.

Quali sono i tuoi progetti futuri? So che hai un disco in uscita in primavera.. 
Si, a primavera se tutto va bene uscirà il mio nuovo disco. Ma per ora non aggiungo altro. E' una sorpresa.

  


Mino De Santis - Scarcagnizzu, Vento Dal Basso (Fondo Verri) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Nato a Tuglie (Le) quarantacinque anni fa, Mino De Santis, da oltre vent'anni scrive canzoni, unendo la sua passione per il cantautorato con quella per le radici della sua terra, il Salento. Il suo nome circolava tra gli appassionati, ma ascoltare dal vivo o su disco le sue canzoni, era impresa difficile, perchè lui ha sempre preferito cantarle durante le cene con i suoi amici, e a fare un disco, prorio non ci aveva mai pensato. A cambiare le carte in tavola è stato l'incontro con l'Associazione Fondo Verri di Lecce, che gli ha proposto di realizzare un disco in studio, e radunati alcuni amici come Valerio Daniele (chitarra), Dario Muci (voce) ed Emanuele Coluccia (piano e fiati), si è subito messo al lavoro. Così a giungno di quest'anno è uscito Scarcagnizzu, il suo album di debutto, che presenta una piccola selezione di undici brani del suo sterminato repertorio di oltre duecento canzoni, ma che nel loro insieme vanno a comporre una raccolta di racconti in musica, che aprono uno spaccato sul Salento più vero ed autentico, sospeso tra tradizioni antiche e modernità, tra bellezze e contraddizioni, il tutto sempre mantenendosi a distanza di sicurezza dai luoghi comuni, a cui non lesina sferzate come nel caso di Salentu, cantata in duetto con Dario Muci. Le canzoni di Mino De Santis hanno però una caratteristica importante, che ormai è sempre più difficile trovare anche nei dischi di grandi cantautori, raccontano storie, storie piccole ma dense di risvolti profondi, spesso metaforiche e di tanto in tanto anche ironiche o commoventi. Quasi fosse un novello Brassens tutto salentino, lui predilige una scrittura vera, senza filtri, senza giri di parole, ed è per questo che brani come Lu Cavaddhru Malecarne, in cui viene descritto un cavallo che non riconosce l'autorità del suo padrone e che a fatica cerca di fargli trainare il carretto, rappresentano metafore a tutto tondo che mescolano riflessioni personali con spaccati di critica sociale e politica. Si spazia così dagli emigranti arricchiti di Vanne Alla Svizzera, alla metafora sui reietti di La Malota & Lu Salanitru, passando attraverso le vie di un paesino colorate dagli impettiti cittadini che indossano il vestito buono per La Festa Patronale, fino ad arrivare alla tormentata vicenda di un padre che non riesce ad avere un figlio maschio a cui lasciare terreni ed animali de Lu Masculazzu. Il vertice del disco è però un brano di grande spessore poetico ovvero Arbu Te Ulje, in cui l'albero d'ulivo diventa metafora e simbolo della storia e della tradizione del Salento, una storia composta da tante storie fatte di prevericazioni, fatica ed ingiustizie dei padroni. Chiude il disco Tuttu è Cultura, un brano che è un monito a non lasciarsi trascinare dal fermento della riscoperta selvaggia delle tradizioni salentine dove anche le purpette e le pittule diventano motivo per eventi culturali, contenitori selvaggi dove imperano menefreghismo ed opportunismo. Mescolando Brassens con il miglior cantautorato italiano e vestendo i panni di un moderno cantastorie salentino, Mino De Santis con le sue canzoni ha aperto uno spaccato critico sulla sua terra, facendo emergere con ironia tutte le sue contraddizioni ma anche la sua storia più intima. 


Salvatore Esposito