Mario Brai – Cuntinuitè (S’ardmusic/Egea)

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Un’enclave ligure disposta tra Sardegna sud-occidentale, Spagna e Nord Africa, questa è l’isola di San Pietro, di cui Carloforte – U Paizë, in tabarchino, il dialetto locale che è un genovese ponentino dal sapore arcaico – è l’unico centro urbano. Carloforte è stata fondata nel 1738, sotto l’egida di Carlo Emanuele III sovrano di Sardegna, da coloni di ascendenza ligure provenienti dalla tunisina Tabarka, dove i loro avi si erano insediati due secoli prima per praticare la pesca del corallo. In seguito la comunità tabarchina si è arricchita di altri migranti di provenienza ancora ligure ma anche sarda e campana. È originario di questa magnifica perla mediterranea Mario Brai, cantautore e violinista, studioso e ricercatore della musica e cultura isolana e del dirimpettaio borgo marinaro di Calasetta, nell’isola di Sant’Antioco. “A San Pietro c’è l’ultimo faro a ponente prima di Gibilterra, alla Caletta si vede l’ultimo tramonto in mare prima di quello della costa atlantica nella penisola iberica”, spiega Brai nelle note del booklet. E in “Briciole di Terra” canta: “Cosa posso farci se son nato in una briciola d’Africa e la mia radio prende Radio Tunisi quasi meglio del canale nazionale?”. Cuntinuité ha raccolto ampi consensi tra i giurati del prestigioso Premio Tenco, concorrendo tra i finalisti per l’assegnazione delle Targa per il miglior album in dialetto, vinta poi dalla genovese Roberta Alloisio, artista molto vicina a Brai per sensibilità e ricerca linguistica e musicale. Con un approccio alla tradizione libero e dinamico, sotto la cura fonica di Michele Palmas e gli arrangiamenti accurati di Silvano Lobina, Brai ha realizzato un album nel quale ripropone canzoni già edite nel suo precedente lavoro autoprodotto, sue nuove composizioni e due omaggi (a Fabrizio De André e Andrea Parodi), facendo convivere molteplici architetture musicali nel segno di una comunanza narrativa rappresentata dalla lingua tabarchina, dalla memoria personale e dallo scavo nella storia locale. L’autore carlofortino ha la consapevolezza di chi, riconoscendosi come erede di differenti apporti culturali, si proietta in una tradizione “immaginata”, nel senso che si costituisce mettendo insieme gli imprescindibili richiami storici, musicali e fonici alla propria terra, ma anche giocando fluidamente su fascinazioni linguistiche e musicali sparse tra jazz, echi nordafricani, iberici e canzone d’autore. “La musica […] rimane impigliata a un ricordo e si plasma sugli ascolti di tutta la musica dei popoli”, scrive ancora Brai nelle note di presentazione. Quattordici brani cantati in un idioma che nei suoni e nelle cadenze ricorda il De André del capolavoro Crêuza de mä. E non è casuale che per Brai l’astro di riferimento di questo navigare nel Mare Nostrum sia il Faber del sodalizio mediterraneo con Mauro Pagani. C’è l’Africa nella coralità di “Alé figiö” o nell’andamento sincopato di “Oh amigu ma”, dove riluce la chitarra di Lobina. Il tema dell’acqua bene comune negato, ingabbiato, rubato, sfruttato, avvelenato è presentato in “Sensègua”. L’organetto di Riccardo Tesi ingioiella la title track dal temperamento fossatiano. Due canzoni, una per sola chitarra acustica e voci che nella struttura ricorda un canto di questua, l’altra dalla ritmica rockeggiante, sono dedicate alla festa locale di Sant’Antonio Abate. Intrecci di voci (magnifico il timbro di Cristina Lanzi), bouzouki e violino in “U cöttu e u crüu”, il cui testo è basato su uno degli episodi più drammatici della storia carlofortina: il saccheggio, le violenze e le deportazioni perpetrate dai Mori nel settembre del 1798. Ci sono echi di Spagna in “Briciole di Terra”. “Sinàn Capudàn Pascià” è trasposto in tabarchino: qui splende il canto libero introduttivo di Brai che precede l’ingresso del liuto cantabile di Mauro Palmas, dell’armonium di Luca Nulchis e delle percussioni di Andrea Ruggeri che tratteggiano il tema intimamente mediterraneo del capolavoro firmato De Andrè/Pagani. Altro brano che mette insieme Liguria e Sardegna è lo struggente “U Ruzòiu” dell’indimenticato Andrea Parodi. Circondato da musicisti carlofortini e da eccellenti ospiti, tra cui oltre ai già citati Lobina, Palmas, Ruggeri e Tesi, ricordiamo anche Marcello Peghin e Sunflower Quartet, Mario Brai ha costruito un disco poetico: ammirevole intreccio di passato e presente. 


Ciro De Rosa