Suonno d’Ajere – Nun v’annammurate (Italian World Beat, 2024)

Su queste pagine abbiamo visto crescere i Suonno D’Ajere a partire dal loro disco d’esordio, “Suspiro”, cui sono seguiti i fasti di concerti, tour intercontinentali e showcase a fiere mondiali degli operatori delle musiche del mondo. Cosa non da poco: quella dei Suonno d’Ajere è una strada artistica, benedetta dai massimi esperti del canto di Napoli, che assomma studio, ricerca e ampi sprazzi di creatività. Dopo aver pubblicato i singoli “Fotografia” e “E ggioche ‘e prestiggio”, il trio napoletano composto da Irene Scarpato (voce), Marcello Smigliante Gentile (mandolino, mandola, mandoloncello, cori) e Gian Marco Libeccio (chitarra classica, chitarra elettrica, chitarra acustica, cori), nato all’incirca otto anni fa nello stile di un concertino primo novecento ma con un piglio minimal, lancia il secondo capitolo discografico, “Nun v’ammammurate” (Italian World Beat), presentato nei mesi scorsi a Napoli al Trianon di Napoli in un set di carattere teatrale-narrativo, che ha visto in scena in alcuni brani anche tre fiati e tre percussioni. Il nuovo album è stato portato al Festival Popolare Italiano presso il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma, e a Milano. In seguito, anche all’estero, dove la band si sta ben inserendo nei circuiti internazionali, a Malmö e al Czech Music Crossroads, il bel festival di Ostrava. Nelle dieci tracce, il trio amplifica la sua ricerca, scorrazzando tra canzoni celebri e repertori meno noti, per non dire minori, ascrivibili a diverse anime della canzone napoletana. Abbraccia in larga parte il Novecento, a partire dalla seconda metà degli anni Venti, senza imporsi limiti cronologici, inserendo inediti propri e d’autore che attingono alla contemporaneità, facendo intravedere possibili futuri scenari compositivi. 
In un pomeriggio napoletano, allo spazio NEA di Piazza Bellini, abbiamo incontrato Irene, Gian Marco e Marcello.

Quando vi siete ‘annammurate’ della canzone napoletana?
Gian Marco Libeccio - Per un verso o per un altro, penso che tutti e tre già lo eravamo prima di formare i Suonno d’Ajere. Forse, uno dei primi approcci alla musica, anche singolarmente, è stata la canzone napoletana o almeno per me lo è stata.
Irene Scarpato - A casa mia si ascoltava molto Murolo, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Beppe Barra… Quindi, sì i primi concerti sono stati di musica popolare. 
Marcello Smigliante Gentile - Suonando il mandolino, io ho vissuto una storia diversa. Per me fondare questo progetto è stato proprio il modo per amarla, perché venivo da un periodo in cui in qualche modo non la sopportavo più. Suonando il mandolino, a 18-20 anni, ti lascio immaginare in che situazioni mi sono ritrovato per lavorare. Ma va benissimo, non le disdegno. Personalmente, però, è stato un modo per riconoscere che questo repertorio, in realtà, ha qualcosa da dire, ha qualcosa da raccontare: andiamolo a vedere. 
Irene Scarpato - Io e Gian Marco studiavamo musica jazz e durante questo percorso, uscivano fuori anche pezzi classici napoletani, molto interessanti da studiare da un punto di vista armonico e melodico. Ho pensato perché devo insistere a fare una cosa che è lontana dal mio mondo e non fare i miei, diciamo così, i nostri standards? Però tutto questo non è stato fatto a tavolino, è successo perché poi ci siamo conosciuti
e ci siamo identificati in questa cosa.

Dopo la lusinghiera accoglienza al vostro disco d’esordio, avete pubblicato “Nun v’annammurate”. Come si sviluppa la ricerca dei materiali? 
Irene Scarpato - Abbiamo imparato grazie alla nostra relazione con Pasquale Scialò e con Salvatore Palomba. Loro sono stati un po’ il nostro archivio per chiedere di suggerirci brani o di cercare canzoni della Piedigrotta che non avevano vinto. Per esempio, nel disco c’è “’Mparame ‘a via d’ ‘a casa mia” che Scialò ci affidò tanti anni fa nello spettacolo “Cantieri Viviani”. “‘A gelusia” ce l’ha consigliata Palomba su nostra richiesta, perché volevamo trovare un brano che fosse simile a un pezzo da sceneggiata come “E ppentite” del primo disco, perché quel mondo ci era piaciuto. Naturalmente c’è lo studio di personaggi del passato come Farfariello. 
Gian Marco Libeccio - C'è stata anche la casualità, alcune cose sono state trovate sul web, come per esempio “’E ggioche ‘e prestigio”. 
Irene Scarpato - Come per il primo album, è stato fatto un lavoro per bilanciare la tracklist, attingendo ai vari generi della tradizione vocale napoletana, con un ascolto massivo per poi iniziare a selezionare. Sul web ci sono veri e propri archivi, ci sono anche amici che ci hanno detto: ‘Venite a casa perché teniamo una serie di partiture’. Se una canzone attira la nostra attenzione, poi cerchiamo le diverse incisioni e le varie edizioni.  
Gian Marco Libeccio - Un’altra fonte potrà essere sicuramente l’archivio dell’Auditorium Novecento
dopo che hanno acquisito la Phonotype Record. Tra l’altro, stanno mettendo su Spotify il catalogo storico. 

A proposito di Phonotype, avete registrato proprio in un luogo unico come l’Auditorium Novecento, studio di registrazione della storica etichetta napoletana.
Gian Marco Libeccio - Oggi, i dischi li puoi fare a casa. Lo studio ti serve se tu hai bisogno di macchine che stanno o della sala che suona in modo particolare. Per noi che suoniamo in acustico e spesso lo facciamo in presa diretta, tutti e tre insieme, occorre un posto di un certo modo. 
Irene Scarpato - Anche il primo disco l’abbiamo registrato all’Auditorium. Io ragiono così: un disco dei Suonno d’Ajere o si fa là o non si fa… per i microfoni, per la sala… E poi che figata!
Gian Marco Libeccio - La maggior parte delle cose è stata registrata in presa diretta, ci sono delle sovraincisioni, anche per dei problemi di salute che Irene ha avuto nel corso della registrazione. 
Irene Scarpato - Loro due registrano sempre insieme, tenendo presente come io canto. Lavorando sui brani prima di registrare, noi diamo l'andamento al brano, loro lo memorizzano completamente, perché questa è una musica dove l'interpretazione è tutto, dove ci deve essere attenzione per tutte le piccole cose, i dettagli. Se togli tutto questo, i brani non respirano più, non emozionano più, non sono più gli stessi. Registrare live è un punto d’arrivo di un lavoro fatto intorno a un tavolo, in maniera ravvicinata. 

Con quali procedure lavorate? 
Marcello Smigliante Gentile - È un processo che si fa insieme, a parte qualche brano. A volte ci può essere anche uno ‘scontro’. 
Irene Scarpato - A volte loro tirano me. Per esempio “‘A Gelusia” è nata da un lavoro di rilettura della parte musicale.
Gian Marco Libeccio - Nel caso de “‘A Gelusia” c’era una volontà di andare in una direzione sonora che fosse quella del fado. La cosa che accomuna il nostro lavoro, in entrambi i dischi, è che noi scegliamo le canzoni prevalentemente per un interesse o del testo o della melodia. È difficile che queste due cose non ci siano, quindi sicuramente l’aspetto della vocalità è centrale. Molto spesso, come è accaduto per esempio in ‘A Gelusia”, c’è stato un adattamento, perché è molto interessante andare verso la direzione cui accennavo. 
Irene Scarpato - Non dimentichiamo che noi lavoriamo sull’originale, quindi io conosco l'originale e loro magari spingono in una direzione. Magari mi tirano in quella direzione. Cioè a volte sono loro a tirare me, altre volte, invece, è proprio la voce a trainare il resto. 

A proposito dei testi delle canzoni: vi ponete dei paletti rispetto ai contenuti?
Irene Scarpato - Ti vorremmo dire di sì, ma in realtà alla fine non lo facciamo (ride, ndr). In passato mi sono posta molto questa domanda, perché quando abbiamo iniziato a suonare, eravamo in spazi anche politici. Anzi, ci siamo conosciuti in uno spazio politico, a Materdei. 
Marcello Smigliante Gentile -
La questione è interessante, non è che non ci facciamo il problema. Dopodiché siamo anche disposti a fare dei compromessi, perché i fruitori è bene che in certi casi capiscano che cosa stiamo andando a fare. “Amore Busciardo” è un brano che ha del machismo nel testo. Però, se vai a vedere il contesto, il tempo in cui è stato scritto…
Irene Scarpato - Era il ’44 - Quello era il contesto in cui il soldato si faceva promettere amore eterno cantando “Nun te si’ nchiusa cchiù dint’ ’o cunvento, nun te si’ fatta cchiù monaca santa…Che m’ ’o faciste a fa’ stu giuramento?”. Dobbiamo contestualizzarlo per forza. È un brano fortemente indicativo di quel momento, è molto interessante proprio per questo. Alla fine è una bellissima canzone e perderla ci dispiacerebbe. 
Marcello Smigliante Gentile - Alla fine, il centro del brano non è il maschilismo, ma il dramma di questo poeta che racconta… Il problema è che nel dramma d’amore, ci mette il maschilismo.
Gian Marco Libeccio - Nel live facciamo “Dove sta Zazà”?”. Già di per sé è un brano un po’ ambiguo. Quando arriviamo alla “Zazà ritrovata”, che è l’ultima che eseguiamo, dove si canta “O Mia Zazà come ti hanno mai ridotta / Sei tutta sgangherata…” È terribile…
Irene Scarpato - È veramente scomoda, però è così carino pensare che questa canzone si è evoluta e addirittura è stata scritta una canzone sul ritrovamento di Zazà. È importante portare alla luce anche dei processi che si usavano all’interno della tradizione, della scrittura principalmente, di come si evolveva, di come si riscriveva. Che poi su alcune cose uno chiude un po’ gli occhi… e le fa. Però, all'interno dell'album ci sta “Ammore Busciardo” e ci sta “Munno Cane”, a quel punto penso che non ci siamo dubbi su qual è la nostra linea. Si potrebbe parlare anche delle canzoni napoletane femministe, ma ci vuole il 
tempo per fare le cose. Si potrebbero fare monografie… Ci dovete dare il tempo!

Aprite con “Fotografia”, un brano vostro, e chiudete con “Munno Cane”, entrambe canzoni composte nel 2023: la ricerca non punta solo sul passato…
Irene Scarpato - “Fotografia” esce dal sentirsi liberi di interpretare quello che può essere un testo, che porto io o, nel caso di “Suspiro”, che porta Marcello. Secondo me, Marcello ci va naturalmente sul linguaggio della canzone napoletana classica. Poi arriva Gian Marco che dà il suo contributo, che è diverso da un punto di vista di stile, è più moderno e meno classico, legato anche allo strumento che suona. Non ci dimentichiamo che Gian Marco non nasce come un chitarrista classico. Questo va ben chiarito: è prestato alla chitarra classica e oggi senza le sue questo progetto non potrebbe esistere. Non è un chitarrismo classico il suo. La ricerca non si ferma solo al passato… sarebbe troppo poco.
Gian Marco Libeccio - “Munno Cane” è di Toto Toralbo, che ce l’ha fatto ascoltare e noi l’abbiamo fatta nostra, soprattutto Irene, perché lui aveva un suo modo di interpretarlo. Abbiamo lavorato molto su come incedere su ciascuna sillaba….
Marcello Smigliante Gentile - È molto teatrale. Lui va su un effetto sussurrato, mentre Irene ha una qualità molto più ariosa. 
Irene Scarpato - L’incontro con Toto ha significato fare un lavoro di sottrazione. Quando ho ascoltato il brano, mi sono detta: ‘Adesso è mio’. Perché è davvero intenso in un napoletano scritto bene, che potrebbe essere serenamente accostato alla classica. 
Marcello Smigliante Gentile - Sugli inediti, c’è un discorso generale: fin dagli albori volevamo un po’ provare a scrivere, provare a fare una canzone napoletana scritta oggi, che però non significa avere un
riferimento melodico-armonico evocativo di quel repertorio, ma semplicemente porsi in linea con quello del passato. Quindi, penso e spero che continueremo con la produzione di inediti. Il sogno sarebbe proprio fare un qualcosa da questo punto di vista, che oggi non c'è. Perché forse oggi l'unica cosa che è davvero made in Naples sono i neomelodici e forse Liberato. Perché trapper, rapper, eccetera sono cose che rispetto, che mi piacciono tantissimo, però sono un fenomeno più grande fatto con il nostro dialetto. 

C’è una canzone nel disco che fotografa l’identità di oggi dei Suonno D’Ajere?
Marcello Smigliante Gentile - La mia risposta è: ‘Dillo tu! Secondo te? 
Irene Scarpato - E ne discutiamo… 

Penso a “Mare ‘ e Mergellina” di Viviani, che rileggete in maniera originale, oppure “‘A Gelusia”, volendo andare sui classici. Entrambe possono ben rappresentarvi. Però, ci sono pure altre canzoni che enfatizzano altre cifre interpretative…
Gina Marco Libeccio - Ci sta che sia “Mare ‘e Mergellina”, perché siamo sicuramente più lirici, nel senso… tra il drammatico e il solenne. Sicuramente quel mondo là, ci viene bene.
Irene Scarpato - Perché siamo stati probabilmente di più in quel mondo. 

Irene, guardi a modelli canori del passato? O, detto diversamente, quali sono i santini di Irene Scarpato?
Irene Scarpato - Ne ho avuto una sola in adolescenza ed era Mina. Nella canzone napoletana, lavorando e studiando queste cose, sono andata a guardare per esempio Gilda Mignonette o Giulietta Sacco per delle cose in particolare, che io non ho o non avevo, che poi ho acquisito studiando: un tipo di melisma, un tipo di vibrato. Sono delle caratteristiche vocali che mi interessavano. Però, una che potrebbe essere un mio santino è Ria Rosa. Mi interessa molto più della parte estetica, come lei si poneva dal punto di vista interpretativo. Lei mi ha proprio sorpresa, mi ha aperto un altro mondo. Per quanto riguarda le influenze esterne, sono fissata da un po’ di anni col fado. Quindi penso che prima o poi ce la farò ad andare a studiare con un maestro di fado e portarmi dentro in quello che facciamo quel tipo di impostazione vocale, che è diversa. Ci trovo per quello che riesco a fare così in maniera intuitiva, molto spesso quella roba non si può proprio fare per il tessuto armonico del brano. E poi Diego El Cigala, prima delle sue produzioni folli. Guardo a delle cose di tango. Ad oggi, rispetto al primo disco, sto cercando un suono più contemporaneo che appartenga di più a me. Anche se ogni volta che canto alla maniera più antica, tutti dicono che è più interessante, che è più identificativo, che c'è una grande identità là, che quella sono io. Però, io sono alla ricerca, secondo me quella è una zona di comfort che ho trovato, ma provo a fare delle operazioni diverse e di prendermi delle cose dall’estero.

E tu Marcello?
Marcello Smigliante Gentile - Prima di iniziare a suonare con loro, ero molto collocato nel mondo mandolinistico e dei plettri, anche internazionale. Dopo di che me ne sono allontanato, non perché abbiano qualcosa di sbagliato ma perché non mi interessava, perché ci notavo un’ossessione nel voler rivalutare questo strumento, sul dire che questo strumento è uno strumento nobile. Che sono tutte cose vere, però c'era una tale ossessione su quel fatto che un certo punto mi sono stufato. Dal punto di vista strumentale, se ti devo fare un nome, ti posso fare il nome di Giovanni Gioviale, che era un mandolinista siciliano di inizio Novecento che scriveva anche e che aveva un linguaggio pazzesco, anche nella scrittura. Forse ho più modelli musicali, però anche su quello vado in difficoltà perché davvero non riesco ad identificarne uno. Nel mio baglio culturale ci sono gli studi di classica che ho fatto: Mozart, Stravinsky e mo’ ci vuole, ci sono anche Liberato e Geolier. Una delle persone con cui ho avuto anche il piacere di lavorare, che mi è sempre piaciuto tantissimo come gusto nell’arrangiamento della canzone napoletana in generale, è Antonello Paliotti, che da un punto di vista narrativo è sempre stato assolutamente geniale, con un bagaglio culturale immenso.

È il turno di Gian Marco…
Gian Marco Libeccio - Per me, chitarristicamente ci sono dei riferimenti importantissimi nella canzone napoletana. La cosa più semplice, che a me piace fare di più, è ascoltare i cantanti che si accompagnano 
bene, che hanno un gusto nell’accompagnarsi e una tecnica. Dovendo io accompagnare, dovendo essere un po’ la base, cerco di capire che cosa funziona, l’essenziale per cui la voce o il mandolino che stanno là, hanno l’appoggio. Al contempo, cerco di fare mia l’essenzialità, sviluppando un linguaggio che sia quanto più personale. Ciò è frutto del fatto che ho un ruolo. Chi lo fa bene? Un cantante che si accompagna. Se senti Mario Gangi (1923 - 2010, ndr) suonare, lui è un solista. Qua si tratta del fatto che io non ho quel tipo di linguaggio, perché non ho fatto quel tipo di studio, ma si tratta anche di un altro ruolo. Insieme tutti e tre facciamo melodia, armonia e ritmo. Ovviamente, tutti lavoriamo nella stessa direzione, ma ci sono dei compiti più precisi per gli strumenti che suoniamo. Di conseguenza, io devo lavorare in quella direzione. Il mio interesse è: ‘Come valorizzo questa cosa che sta avvenendo?’. Personalmente immagino sempre la sezione ritmica di una band o di un'orchestra, anche senza batteria. Come si muove sotto l'armonia in questa cosa? Come posso rendere tutto per quello che mi è possibile con gli strumenti ma considerando anche il mio gusto? Di chitarristi che hanno questo ruolo ce ne stanno. Gli ascolti che ho fatto di chitarristi sono tutti solisti… Vanno in direzioni completamente diverse. Però è sempre interessante sentire come loro si accompagnano, che cosa gli dà sotto la base per muoversi in libertà ed esprimere al meglio il concetto. 

Tra gli ospiti c’è un quartetto d’archi e poi ci sono i cantanti: Raiz in “Ammore Busciardo” e Sorelle Marinetti in “Il Vesuvio a Parigi”?
Irene Scarpato - Di Raiz, dovevamo trovare una voce che rappresentasse l'intenzione del brano. Lui è sicuramente meglio di me, è perfetto per quello che fa. 
Marcello Smigliante Gentile -
L’idea di Irene era di trovare un coro che avesse il linguaggio di quel brano. Le Sorelle Marinetti sono state felici ed interessate al brano e al fatto che dovessero cantare un po' più napoletano. Però funziona, funziona anche che se sbagliano qualche pronuncia.
Gian Marco Libeccio - Funziona anche che se pronunciano bene, dai! Anche perché la versione che noi abbiamo sentito è quella di Gloria Christian, che fondamentalmente non cantava troppo bene. 

Parliamo del live di presentazione di “Nun v’annammurate” al Trianon di Napoli. È stato anche sorprendente per l’approccio teatrale-narrativo, l’uso dei fiati e delle percussioni. 
Marcello Smigliante Gentile - In tutti e tre c’è una voglia di ampliare l’aspetto sonoro. I fiati sono stata un’idea un po’ casuale e un po’ voluta, e sono stati una scoperta. Noi volevamo il quartetto d’archi nel live, come già in live del passato al Piccolo Bellini. Non trovavamo un altro quartetto e a un certo punto mi è venuto in mente che potevamo fare il quartetto di legni. Non era il caso di inserire i brass perché ti portano da un'altra parte. Quindi, abbiamo fatto questo trio che fondamentalmente a me sono tre amici… Comunque, è stata una scoperta perché appunto poi le parti erano scritte per archi, io mi sono messo là, le ho un po' aggiustate, le ho un po' cambiate e le parti funzionavano benissimo per loro. Con le percussioni, a partire da fine giugno, abbiamo un concerto a Waidhofen, vicino Vienna, che è all’aperto, inizieremo a proporre un concerto con un percussionista, Salvio La Rocca. Questa è un’esigenza che abbiamo sentito nel confrontarci con i contesti della musica world. Per quanto riguarda il trio di fiati non è sempre facile collocarli. Per altri ampliamenti orchestrali, si vedrà: ci sono dei progetti. 
Irene Scarpato -
Rispetto alle percussioni, per un sacco di tempo ci siamo difesi, perché il rischio di andare a sporcare, a rovinare questa musica è dietro l’angolo. Dobbiamo tenere la misura. 
Marcello Smigliante Gentile - Occorrerà fare dei compromessi tra due anime. Il fatto che siamo tre, ha creato un'identità fortissima, in cui ci sentiamo noi e in cui ci riconosce anche il pubblico. Non che siamo mainstream ma il nostro piccolo pubblico ci riconosce in quello che siamo. Quindi c’è un po’ c'è la paura di ampliare lo spettro sonoro e un po' c'è la voglia. Personalmente, sono molto fiducioso perché credo che noi tre abbiamo dimostrato a noi stessi che abbiamo un gusto, abbiamo fatto una scelta, ci siamo dimostrati più e più volte in piccole e grandi cose capaci di renderci conto dove la contaminazione diventava... bagarìa.
Irene Scarpato - O volgarità... Lo spettacolo con un lavoro più approfondito sulla drammaturgia è la nostra speranza per il prossimo inverno.

Quale è il contesto più consono per Suonno d’Ajere?
Gian Marco Libeccio - Il nostro habitat naturale fino ad adesso è stato il teatro, nella sua versione più classica. Quindi anche lo spettacolo che abbiamo fatto è teatrale in un’accezione classica del teatro. Non abbiamo mai fatto una festa di piazza per nostre caratteristiche.
Irene Scarpato - Il teatro è il mio posto. Il posto dei Suonno d’Ajere è sicuramente il teatro. Dall'altra parte, qualcosa che è una via di mezzo: un concerto da ascolto però all’aperto nella versione attuale oggi un po’ lo soffro, perché non si crea quel tipo di concentrazione, non si crea l’atmosfera del teatro. Preferisco che ci strutturiamo in modo da poter affrontare diversi palchi. Mi sento più serena ad affrontare palchi di mezzo. 
Marcello Smigliante Gentile - Ci sono tante idee, dobbiamo trovare la strada. Tra luglio e agosto saremo in Austria. Poi, saremo al Music World Festival di Bratislava. A settembre a Varsavia e possibilmente Belgrado. A ottobre di nuovo in Corea, Taiwan e forse riusciremo a essere in Giappone. A novembre saremo a Rabat, a Visa for Music.



Suonno d’Ajere – Nun v’annammurate (Italian World Beat, 2024)
Il secondo capitolo discografico dei Suonno D’Ajere, raffinato concertino napoletano del nuovo millennio, prende titolo da un verso di “Munno Cane”, una canzone composta dal cantautore Toto Toralbo, che chiude l’album aperto, invece, da “Fotografia”, scrittura del trio che cresce su un mai eccessivo fraseggio melodico del mandolino e sostenuta dalla chitarra a dare respiro al canto. Sono scelte estetiche che fanno intravedere sviluppi compositivi rivolti alla contemporaneità, intento non facile nella mappa sonora della “città cantante”, talvolta compressa tra forme quasi ormai stereotipate urban dialettali e il portato dei padri nobili. Registrato all'Auditorium Novecento, storico tempio della canzone napoletana, sala da concerti oltre che studio di registrazione che emana magia, il lavoro esplora differenti registri canori e repertori: è la chiave di volta della proposta musicale di Irene Scarpato (voce), Gian Marco Libeccio (chitarra classica, acustica, elettrica e cori) e Marcello Smigliante Gentile (mandolino, mandola, mandoloncello, cori e rumoristica). Perché il trio approfondisce una varietà di stati d’animo e di figurazioni delle relazioni amorose modellati sulla cifra narrativa mutevole della canzone napoletana. 
Quello dei Suonno d’Ajere è un pregevole convivere tra le sfumature della voce di Scarpato – versatile e credibile nell’impadronirsi dei diversi repertori, ricercando e ricamando ornamentazioni e abbellimenti appropriati –, e i felici intrecci di corde di Smigliante Gentile e Libeccio che fluttuano tra modi classici, frizzanti profili manouche, guizzi swing e innesti country e blues. Dopo tutto, l’ibridazione non è un tratto fondativo di quella poliedrica categoria denominata canzone napoletana? Così scorrendo la tracklist, si passa dal vivace esotismo del calypso vernacolare “d’è spaghette a vongole”, “’O calippese napulitano” (datato 1955, motivo della coppia Nisa-Malgoni) alla drammaticità di “’A Gelusia” (“Damme ’nu poco ’adduóbbeco ’int’ô vino, si ’n’ato ammore dint’ô core tiene. E mentre sto durmenno a suonno chino, ’nzuonno mme sonno ca mme vuó cchiù bene”), che ci riporta alla metà degli anni Trenta”, pezzo forte della grande ma sfortunata Lina Resal, di cui ci piace qui ricordare anche la versione dell’immensa Giulietta Sacco. Di poco antecedente è “Mare ‘e Margellina” di Viviani, accompagnata dal quartetto d’archi Mitja. È uno degli episodi di punta del disco per l’interpretazione originale proposta dal trio. Segue la gustosissima, macchiettista “‘E ggioche ‘e prestiggio” (autori Pisano e Cioffi: siamo ancora del 1955). Raiz porta il suo timbro scuro e carnale adagiato su tinte bluesy in “Ammore busciardo” il cui scenario è quello del secondo conflitto mondiale (era il 1944 quando la composero Enzo Di Gianni e Enzo Barile); il racconto di un soldato che torna a casa trovando la sua donna, che gli aveva promesso amore eterno, sposata a un altro. Si cambia del tutto registro con la beffarda “‘A canzone d’o roccocò”, trionfo di spumeggianti intarsi di corde; un brano nato dal sodalizio della coppia vincente di autori De Crescenzo e Vian, dove è una donna a respingere con ironia un corteggiatore. Irresistibile anche “Il Vesuvio a Parigi”, segnata dai passaggi swingati in combutta con le voci de Le Sorelle Marinetti. Qui un napoletano “nnammurato” cerca invano di persuadere la “bella parisienne” a trasferirsi a Napoli con lui. Dal repertorio di Farfariello, intrattenitore della scena macchiettistica dell’emigrazione napoletana a ‘Nuova York’, salta fuori dal cilindro dei Suonno D’Ajere l’etilica “’Mparame ‘a via ‘e casa mia”, dai risvolti country & western, dove il protagonista è uno sradicato e tristazzuolo emigrato napoletano che finisce in manette dopo una sortita a “Broduè” (“Portame a casa mia, me voglio anda’ a cucca’, me ne so’ asciuto ajere non saccio cchiù addo’ sta. M’ha fatto male, i’ crere, quell’urtemo bicchiere. Chi m’empara pe’ cortesia ‘a via d’‘a casa mia”). Che poi non è altro che un adattamento di “Show me the way to go home" del 1925 di Irvin King, alias Jimmy Campbell e Reginald Connelly. Infine, la tensione della già menzionata, splendida “Munno Cane” di Toralbo (ospite come vocalist), immagine potente del tormento ma anche della determinazione di una Filumena Marturano costretta a vendere il proprio corpo ma che si promette di andare un giorno, finalmente, davanti al mare (“voglio piglià tutta l’aria nfaccia ‘e stu paese/ voglio scetà ‘o core pe’ na mezz’ora/ comme a na creatura annant’ ‘e fravole ammature”). La ricerca nel canto di Partenope dei Suonno d’Ajere, consapevole e dal gran estro, non si nutre di nostalgia passatista, prosegue con passione e dedizione, con sagacia e slancio creativo.


Ciro De Rosa

Foto di Anna Abet (1 e 13), Michal Dědič (5, 6 e 10), Nelson Alvarez (7, 8, 9, ), 

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