Brian Eno, “Ships”, Teatro La Fenice, Biennale Musica, Venezia, 21 ottobre 2023

A Brian Eno la Biennale Musica ha consegnato il Leone d’Oro alla carriera 2023 “per la sua ricerca sulla qualità, la bellezza e la diffusione del suono digitale e la sua concezione dello spazio acustico come strumento compositivo”. L’invito della direttrice artistica della Biennale Musica, Lucia Ronchetti, comprendeva due concerti (alle 15.00 e alle 20.00) da tenersi il 21 ottobre con un’orchestra sinfonica; un tipo di ensemble “distante dalla mia sensibilità musicale” ha commentato Eno “fino a quando ho incontrato la Baltic Sea Philharmonic diretta da Kristjan Järvi”. "Volevo un’orchestra che suonasse musica come vorrei suonarla io: con il cuore e non solo con la partitura. Volevo che i musicisti fossero giovani, freschi ed entusiasti. Quando ho visto per la prima volta la Baltic Sea Philharmonic tutto questo c’era... e poi ho notato che aveva il nome di un mare. È stato un colpo di fulmine!". Con loro, e con la sua idea di tecnologia applicata al suono, Eno si è presentato al Teatro La Fenice dove ha presentato “Ships”; fra i protagonisti anche l’attore Peter Serafinowicz, la cantante Melanie Pappenheim, il chitarrista Leo Abrahams, il software designer Peter Chilvers. ed elaborate per lo spazio acustico del teatro. Ad ottobre, “Ships” attraccherà anche nei porti
della Philharmonie Berlin, La Seine Musicale (Parigi), TivoliVredenburg (Utrecht) e Royal Festival Hall, Southbank (Londra). I primi cinquanta minuti del concerto riprendono i quattro movimenti di “The Ship”, l’album pubblicato nel 2016 in cui Eno propone anche parti vocali, per lo più slegate dalla forma canzone: “È un’atmosfera in cui si muovono personaggi sparsi, persi nello spazio indefinito creato dalla musica. Il contesto veicola un’idea di ineludibilità, sensazioni che vengono da un’epoca di guerra. Ad un’orchestra, offre anche un senso di scala, qualcosa che permette a molte persone di lavorare insieme”. L’idea di esplorare nuove dimensioni nelle performance musicali è esplicita nelle collaborazioni della Baltic Sea Philharmonic: dal cantante e compositore estone Mick Pedaja (2019) al gruppo britannico indie-pop band Bastille (2020) alla pianista Olga Scheps (2022). Sono l’orchestra adatta a infondere ulteriore linfa alle generative composizioni di Eno? I concerti del Teatro La Fenice dicono un chiaro sì. La Baltic Sea Philharmonic sul palco non porta neppure uno spartito, neppure per il direttore; quasi non vi sono sedie, giusto per i tre violoncelli; i circa quaranta musicisti entrano nello spazio scenico (ed escono) in momenti diversi,
raggruppandosi di volta in volta secondo le modalità con cui vengono “costruendo” il suono; Kristjan Järvi (con oltre sessanta album al suo attivo) non ha bacchetta e non ricorre ai gesti convenzionali dei direttori: presta attenzione soprattutto ai timbri e alle dinamiche di volume, apre e chiude le braccia, traccia linee con le dita della mano, va verso l’alto e verso il basso, gira su sé stesso, usa tutto il suo corpo per segnalare la pulsazione ritmica, o la sua assenza; può arrivare a saltare velocissimo e a lungo a piedi giunti sul posto quasi stesse saltando la corda; integra i gesti con il ricorso a shaker (che raccomanda al pubblico: “in ogni casa, uno per ogni membro della famiglia”) e un tamburo a cornice. Si aggiunga una ispirata e meticolosa gestione sia dell’amplificazione sonora, sia delle luci e si potrà provare ad immaginare quanto il pubblico abbia potuto sentire l’intero teatro risuonare a diverse altezze e con diversi gradi di intensità in sintonia con l’ampio ventaglio di sollecitazioni acustiche a disposizione dell’orchestra. Eno aveva cominciato a sviluppare l’attenzione per i contesti in cui la musica ha luogo (e l'idea di una “ambient music”) negli anni Settanta, durante una degenza in ospedale, a seguito di un serio incidente d'auto. Un visitatore l’aveva lasciato facendo partire una registrazione di musica per arpa. Purtroppo (o per fortuna) il volume era troppo basso perché Eno potesse
ascoltare adeguatamente la musica prodotta dall’arpa che, in quell’occasione, si trovava a competere con le gocce di pioggia che picchiettavano sulla finestra della camera. Non potendo alzare il volume della musica perché non riusciva a muoversi dal letto, Eno provò inizialmente frustrazione, ma, con il passare del tempo, cominciò a immaginare un nuovo genere di musica "che non si imponesse sullo spazio, ma che creasse una sorta di paesaggio a cui poter appartenere". Nacque la serie Ambient, introdotta da “Music For Airports”. Quella attenzione per una musica “situata” e per le caratteristiche del luogo che ospita il gesto sonoro è stata una delle carte vincenti di “Ships”: quasi al buio, con parsimonia strumentale, i musicisti hanno cominciato ad entrare e a spostarsi in scena evocando con i fiati (a cominciare dai flauti traversi) le sirene delle navi e poi le vibrazioni delle sartie, costruendo gradualmente un universo di onde. Gli strumenti dell’orchestra danno maggiore corpo, ampiezza e finezza sonora alle intenzioni di Eno riguardo ai quattro movimenti di “The Ship”, il suo venticinquesimo album (a quattro anni da “Lux”): “un disco di canzoni slegate dalle normali basi quanto a struttura ritmica e progressioni di accordi, permettendo alla voce di esistere nel proprio spazio e nel proprio tempo, come evento in un paesaggio. Volevo collocare gli eventi sonori in uno spazio
libero e aperto. Uno dei punti di partenza è stata la mia fascinazione per la Prima guerra Mondiale, straordinaria follia transculturale nata da uno scontro di arroganza tra imperi. Seguì subito dopo l'affondamento del Titanic, che per me è il suo analogo. Il Titanic era la nave inaffondabile, l'apice della potenza tecnica umana, destinata a essere il più grande trionfo dell'uomo sulla natura e il trionfo della volontà e dell'acciaio sull’umanità. Il doppio fallimento catastrofico ha posto le basi per un secolo di drammatici esperimenti sulle relazioni tra gli esseri umani e i mondi che si creano. Pensavo a quei vasti campi belgi dove la Prima guerra mondiale si è consumata in modo angoscioso; e al vasto oceano profondo dove è affondato il Titanic; e a quanta poca differenza abbiano fatto le speranze e le delusioni umane. Quei campi persistono mentre noi passiamo in una nuvola di chiacchiere”. Indirettamente, “Ships” dialoga col precedente album “vocale”, “Another Day on Earth” (2005): se allora si era trattato di adattare andamento e timbri dell’ambient music alla forma canzone, per i primi tre movimenti di “The Ship”, dedicati per oltre quaranta minuti alle onde e al sole, sono le strofe a snodarsi lentamente, ispirate dalla poetica dell’ambient music. Fa eccezione il quarto movimento, cover di un brano firmato da Lou Reed per il terzo album (1969) dei Velvet Underground: “I’m set free”, versi che Eno
definisce “ancora più importanti oggi di allora”. Qui il suono orchestrale si fa più potente e serrato, costruendo un ponte con la successiva mezz’ora di canzoni, a partire dal “vecchio ricordo che non suono in pubblico da molto tempo”: “By this river” (da “Before and After Science” del 1977) per poi saltare a “Who gives a thought”, “There Were Bells” e “Making Gardens Out of Silence” tratte dal suo album solista del 2022 “ForeverAndEverNoMore”. Ad ognuna l’ensemble e l’accurato gioco di luci sa donare un vestito nuovo che, rispetto alle versioni già incise, non gira pagina, ma sembra piuttosto approfondirne il carattere originale e la capacità delle voci di amplificare il flusso sonoro, sia quando sono vicine al loro timbro originale, sia quando sono filtrate da effetti vecchi e nuovi, dal Kaoss pad al ring modulator, agli algoritmi che slabbrano il ritmo e dialogano con la dizione di Peter Serafinowicz. Alla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, la domenica seguente la prima mondiale di “Ships”, Brian Eno ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera della Biennale Musica per il suo lavoro sul suono digitale e sullo spazio acustico come strumento compositivo in linea con il tema “Micro-Musica” del 67° Festival Internazionale di Musica Contemporanea, attento al “fascino e la ricchezza espressiva del suono digitale”


Alessio Surian

Foto e video di Alessio Surian

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