Ali Doğan Gönültaş – Kiğı (Autoprodotto/Mapamundi Musica, 2023)

Ali Doğan Gönültaş, nativo di Kiğı, nell’Anatolia orientale, di famiglia alevita e curda, ha lavorato a lungo da archeologo per poi intraprendere la carriera musicale da polistrumentista, cantante, autore e arrangiatore con il gruppo Ze Tijê, da lui fondato. La band ha realizzato due album, “Yanlışımız Var!” (2015) e “Ur” (2019), entrambi di impronta post rock. A partire dal 2018, da solista, Gönültaş ha prodotto il progetto Xo Bi Xo, in cui canta canzoni in kurmanci e turco oltre che in zazaki, la sua lingua madre, su cui ha le idee chiare: “L'esistenza della lingua zazaki è direttamente correlata alle produzioni da realizzare in quella lingua. Se una lingua non viene parlata o respirata nella vita quotidiana, una produzione realizzata in quella lingua ha solo un significato museale. A questo proposito, dobbiamo prima pensare a come possiamo mantenere viva la nostra lingua madre. Oggi ci troviamo di fronte alla perdita della nostra lingua come risultato di decenni di politiche di negazione e assimilazione”. Gönültaş ha contribuito alle colonne sonore dei film “My Own Life” (2014) e “Şeng” (2021), ha partecipato al progetto "La voce della città come esempio di patrimonio culturale immateriale (Diyarbakır)”. Nel 2022, gli è stato dato mandato dal figlio dell’anziano storyteller (dengbêj) Seîdê Goyî di tradizione Botan, originario del distretto di Uludere della provincia di Şırnak, di arrangiare e produrre prima i brani di “Stranên Dilê Min” (“Canzoni del mio cuore”, in curdo) e poi, l’anno successivo, quelli dell’album di lunga durata “Jinê” (in curdo significa sia “donna” che “vita”). Entrambi gli album sono stati registrati sotto la direzione e gli arrangiamenti di Ali Doğan Gönültaş. Quanto a “Kiğı”, è l’esito dei suoi studi di storia orale che lo hanno condotto a dieci lunghi anni di ricerca sul campo; un lavoro autoprodotto e pubblicato nel 2022 in digitale, ma che nel 2023 è stato realizzato anche in formato fisico. In “Kiği”, Ali Doğan Gönültaş (voce e tembur) cura gli arrangiamenti, canta e suona in alcuni brani ma affida la maggioranza delle esecuzioni a musicisti professionisti di ottima levatura: Firat Çakilci (clarinetto e voce), Emre Bakar (dede saz, divan bağlama e cura), Tarik Aslan (percussioni), Eri Arslan (mey, duduk e zurna), Ayfer Düzdaş, Gulan Kiliçgedik, Evin Gülün e Çağatay Gödek (voce). Si tratta di uno sguardo personale sulla storia musicale del villaggio di Kiğı, cantata nelle lingue regionali kurmancî, kırdaskî, armeno e turco, oltre che in zazaki Gönültaş. Il musicista propone versioni stilizzate di materiali tradizionali, raccolti nella sua regione di origine, accompagnati nel booklet da sintetiche note esplicative. Composto da dieci tracce, l’album si apre con l’incalzante “Bostano” (Giardino), cantata in zazaki: per voce, tembur, mey, zurna e percussioni, dove un uomo esprime ironicamente l’amore per la donna amata e per il suo giardino. Si cambia lingua con “Kütahya’nın Dağları/Mi Ra Naye” (Le montagne di Kütahya). Dopo una lunga introduzione di tembur, entra la prima voce, poi la seconda, sostenuta dalle percussioni. Nel canto in kurmanci e turco, ambientato negli anni Trenta del secolo scorso, un coscritto si lamenta, descrivendo la sua esperienza discriminatoria dovuta al fatto di non saper parlare turco. Corde, clarinetto e percussioni animano la terza traccia, “Entercîme”, che si traduce all’incirca come “venditore di vestiti” in cui un venditore ambulante di tessuti e vestiti che va di villaggio in villaggio cerca di sedurre la figlia di un capo villaggio. I trascorsi rock di Ali aleggiano su “Nara Min” (Mia preziosa), un tema amoroso in zazaki, che si erge come uno dei motivi più avvincenti dell’album. Segue “Nazo”, una bella serenata tradizionale con liriche in turco, in cui Ali imbraccia il tembur. Si passa, quindi, alla altrettanto bella “Mi lar Mayram” (Non piangere Mayram). Nella canzone, che è un lamento in armeno per una ragazza data in sposa in giovane età, brilla la voce limpida di Gulan Kiliçgedik, che si erge solitaria per essere accompagnata nella parte centrale e finale dal caldo soffio del duduk. Kiğı era anche un antico insediamento armeno e la sua musicalità è profondamente influenzata dalla musica armena. Ancora dalla comunità armena proviene la danza “Bar E’lek” (Balliamo), eseguita nei matrimoni tradizionali. Sempre parte dei canti nuziali è la successiva “Em Kolime” (Sono un contadino), con cui ci portiamo tra le comunità curde. Cantata in kirdaski e turco, la canzone, che procede con un andamento in crescendo, ritrae un uomo messo in ridicolo per essere un contadino curdo. Sul un ciclo ritmico in 9/8 “Yandi Yürek” (Cuore arso), altro intensa sequenza del disco, è un accorato canto accompagnato dal tembur sull’amore divino su testo turco di Kul Nesimi, vissuto nel XVII secolo. Un vivace strumentale chiude il lavoro: “Khalo Gağun” (Il Vecchio di dicembre), eseguita a tembur, tamburo e zurna, deriva da un rituale che si svolge ogni ultima settimana di dicembre, associato a una tradizione religiosa anatolica e, andando più indietro nel tempo, mesopotamica, che cristiani, musulmani e aleviti designano con nomi diversi. Con il tempo, il rituale ha assunto la fisionomia di uno spettacolo teatrale a carattere ricreativo. In viaggio nell’Anatolia multilingue, tra canti di gioia e di amarezza, guidati da un artista da conoscere e da approfondire. 


Ciro De Rosa

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