Malcom Holcombe – Bits & Pieces (Proper Music/Need to Know, 2023)

Tutto ritorna all’osso con Malcom Holcombe, redivivo della scena folk country americana, sempre andato per la sua strada. Voce rarefatta, roca, approccio vocale da raccontatore, con sforzo fonetico incredibile, chitarra piena e chiara, imbracciata con la tenacia di chi non può farne a meno, di chi vive per quella cosa lì: riportare le proprie visioni in canzoni, affrontare gli altri con il canto e dire tutta la propria verità (“Bits and Pieces”). La grazia entro cui si inquadra tutto questo, però, è un’altra cosa. E la grazia di Hocombe – classe 1955 e una ventina di album, a partire dalla metà degli anni Novanta – è quella che si riconosce nei dettagli fondamentali. Non solo nel timbro della voce – sempre sforzata e al limite, che è ormai un segno a dir poco distintivo – ma nello stile chitarristico: o meglio, nel suo suono crudo, basilare, remoto e un po’ difforme (tendente alla zoppia), scevro di ogni artificio, anche quello più banale, fermo sul fingerpicking a orchestrare la struttura del suo racconto (“Happy Wonderland”). Ascoltarlo è come immaginare una forma in cui si mescola solo la voce e la corda, come un intreccio di fili, un segno composito di cui si percepisce il solco profondo ma che si comprende solo leggendolo (“Bring to fly”). A dire il vero “Bits & Pieces”, composto da tredici brani straordinari, ricomprende diversi strumenti. E questo è un aspetto interessante che riprova ciò di cui si parlava pocanzi: ogni strumento ha la funzione di confermare quella particolare composizione, quella matrice indissolubile che trae dai due elementi primari ogni riflesso, ogni goccia di sangue (“Another sweet deal”). A suonare quasi tutti gli strumenti (dobro, armonica, mandola, banjo) è “the music shadow of Malcom”, ovvero il produttore di questo album Jared Tyler, il quale collabora con Holcombe dal 1999 e può vantare (ammesso che gli interessi) frequentazioni di tutto rispetto nello scenario folk americano, avendo collaborato con Nickel Creek, Wilco, John Hammond, Shelby Lynne e diversi altri. Si dice che riesca a comprendere – lui e pochi altri – ciò che Holcombe ha veramente in testa e, quindi, a interpretarne al meglio risonanze, armonie e ritmi. Insieme a lui ha prodotto l’album Brian Brinkerhof, il quale è riuscito ad avvicinare – anche se con molta delicatezza – il racconto di Malcom a un’area più roots americana (“Rubbin’ Elbow”). In generale – e dopo attente riflessioni – questo scivolo verso atmosfere appena più morbide non dispiace: lo spostamento è delicato e ha quasi esclusivamente un effetto positivo, che alterna con molto rispetto la grazia di cui sopra (nuda e cruda, primigenia, potente e trascinante) con una bellezza appena più comprensibile, più facile: forse più leggera e avvincente (“Bootstraps”). Potrebbe essere la forma giusta per un album che rappresenta una sorta di ulteriore rinascita per il musicista del North Carolina. “Ulteriore” perché la sua vita è stata un flusso ciclico di redenzioni (alcol ecc.) che, puntualmente (e per fortuna), hanno avviluppato gli album che si sono avvicendati con una cadenza sorprendente. “Rinascita” perché questa volta Malcom ha lottato contro il cancro e solo con la sua chitarra poteva raccontarci la sua nuova vita, il nuovo stadio che ha raggiunto la sua visione (“Fill those shoes”): sempre con pochissimo candore e appena qualche spazzo di cordialità, ma con melodie straordinarie che, al pari delle spigolature della sua voce, appagherebbero anche i più raffinati. Ogni brano sembra un’epifania: ogni passo del racconto sembra sospinto da una forza diversa, che prende forma dentro armonizzazioni perfette (“Another sweet deal”) – perfettamente calibrate sul suo timbro di voce – e arrangiamenti appena accennati (“Bring to fly”). 


Daniele Cestellini

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