ARE Andrea Ruggeri Ensemble – Musiche Invisibili (DaVinci Jazz, 2023)

Batterista, compositore, arrangiatore e didatta, Andrea Ruggeri vanta un articolato percorso formativo iniziato da giovanissimo sotto la guida di Sandro Bandinu e proseguito tra seminari (Nuoro Jazz e Siena Jazz) e masterclass. Dopo aver mosso i primi passi nel mondo del rock, si è successivamente mosso attraverso ambiti artistici differenti dalla world music al fianco, tra gli altri, di Elena Ledda, Mauro Palmas, Andrea Parodi, Franca Masu e Alberto Sanna, al jazz con il progetto Rituali, il trio con Oscar Del Barba e il Gramelot Ensamble del chitarrista Simone Guiducci, per toccare la musica contemporanea, l’improvvisazione e il teatro, il tutto mettendo in fila una lunga serie di collaborazioni di prestigio e registrando oltre trenta album. La sua originale cifra stilistica si fonda su una visione musicale molto aperta in cui non vi sono linee di confine tra generi, così come sulla costante tensione verso la ricerca timbrico-ritmica e l’esplorazione di soluzioni melodico-armoniche sempre nuove, esaltando l’interplay con gli altri strumentisti ed utilizzando oggetti extramusicali. Tutto ciò emerge in pieno sia nel suo progetto come solista IDcard, sia quando veste i panni del leader dell’ARE Andrea Ruggeri Ensemble, formazione a geometrie variabili, che lo vede affiancato da eccellenti musicisti. Proprio quest’ultimo è protagonista della sua opera prima come leader “Musiche Invisibili”, pregevole concept album ispirato a “Le città invisibili” di Italo Calvino e realizzato in occasione del cinquantenario dalla pubblicazione del libro. Abbiamo intervistato Andrea Ruggeri per farci raccontare la genesi di questo album, non senza soffermarci sulla sua declinazione live e i progetti in cantiere per il futuro.

Com’è nata l’idea di realizzare un album dedicato a “Le città invisibili” di Italo Calvino?
L'idea è nata dalla ri-lettura del libro che ho fatto "da grande", nel 2013 mi pare. In realtà, già quando ho visto l'indice, per la suddivisione dell'opera in categorie di città e in capitoli tutti con un titolo (uno nome di città/donna), l'ho subito paragonata ad una composizione musicale in forma di suite, in senso più moderno, non legata necessariamente alla suite di derivazione storica. I contenuti, poi, sono il frutto delle suggestioni che ho avuto dalla lettura vera e propria. Non una descrizione didascalia ma un mio resoconto personale in musica dei racconti di Marco Polo e dei suoi dialoghi con Kublai Khan, e quello che a mio avviso Calvino, attraverso le parole e le immagini, ha voluto lasciare in eredità per affrontare e risolvere le contraddizioni interiori di ogni persona e della società.

Dal punto di vista compositivo come si è indirizzato il tuo lavoro nel tradurre l’intreccio narrativo del libro in musica?
Man mano che leggevo il libro prendevo appunti sugli strumenti e, soprattutto, sui musicisti che avrei voluto coinvolgere, non solo per lo strumento suonato ma soprattutto sulla base della loro personalità artistica. Così è iniziato il lavoro di razionalizzazione delle suggestioni attraverso la scrittura di musica ex novo e la scelta di alcuni materiali che ho pescato dalla mia cartella "boh" che ho nel computer, dove tengo bozze e composizioni non ancora assegnate a progetti specifici. L'intreccio narrativo ho voluto imprimerlo sulle partiture mettendo il tutto proprio dentro la forma di suite a cui mi riferivo prima, dove i 
singoli brani rappresentano le città su cui ho lavorato e le introduzioni e transizioni fanno da snodo narrativo come lo fanno i dialoghi tra Marco Polo e Kublai Khan. Anche tutto questo lavoro esula però da una mera descrizione didascalia, quindi non è detto, per esempio, come il brano Maurilia non descrive necessariamente la città di Maurilia, la transizione tra Zora e Despina non rappresenta un dialogo preciso tra i due protagonisti del libro, anche perché nel libro, anche se queste due città sono vicine tra loro, non sono intervallate da un dialogo. Senza volerlo, potrei dire che questo aspetto del mio lavoro rispecchia un po' la ricerca strutturalista e combinatoria di Calvino da cui nascono Le Città Invisibili.

Quali aspetti lirici e immaginifici della scrittura di Calvino ha cercato di esaltare?
Fondamentalmente ho cercato di creare un lavoro in equilibrio e sintesi tra concretezza e astrattezza, tra lirismo chiaro e profondo e immaginazione allegorica e metaforica che secondo me si coglie nel libro e che ho tradotto in musica. Il lirismo narrativo è rappresentato da melodie e armonie nette e intense, che siano gioiose o sofferenti, solari o melanconiche, chiare o ambigue. L'astrattezza, l'astrazione e il surrealismo li vedo nel libro come mezzi narrativi per individuare e comprendere, anche nel senso di accogliere, qualcosa che è "compresa nel pacchetto" della vita individuale e collettiva, per superare le contraddizioni del mondo reale a cui ho già accennato. Attraverso le improvvisazioni libere e i "chiaroscuri", i cambi di scena metrici e timbrici, ho voluto manifestare attraverso la musica questa funzione che Calvino dà alla letteratura e che, ne sono convinto, può e deve avere tutta l'arte.
 
Ad accompagnarti in questa nuova avventura musicale c’è un large ensemble che vede al tuo fianco alcuni dei migliori strumentisti italiani. Quanto è stato determinante il loro contributo nella definizione del suono? 
I miei compagni li ho scelti tutti in base alla loro spiccata e costante ricerca sul proprio suono, sui propri suoni. Trovo molto stimolante e sensato collaborare con persone che sono ben consapevoli della loro natura ed essenza (che in modo fisiologico definiscono e rendono unico un musicista) e allo stesso tempo non smettono di rinnovarsi. Su questo presupposto, il loro contributo è stato naturale e, appunto, determinante come quando l'aspetto cromatico di un dipinto si definisce attraverso la scelta e l'uso consapevole dei colori. Nello specifico, a meno che non si tratti di un arrangiamento che ho concepito già con certe connotazioni estetiche, una cosa che trovo molto interessante è non dare indicazioni precise, in termini di timbro, su come suonare le parti scritte, sia quelle singole che quelle orchestrali. Questo permette di tenere sempre accesi gli interruttori dell'improvvisazione, della sensibilità e della concezione/percezione di ciascuno e di creare tutti insieme il suono dell'ensemble .
 
Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel lavorare con un organico così ampio?
Dopo un assestamento iniziale, cambi di organico, non completa adesione (che non mi aspetto né lo pretendo), poi sono emerse le persone giuste che hanno riempito completamente quello spazio condiviso che non è solo partiture, lavoro, logistica, ma anche, appunto, adesione. Da quel momento, nonostante le difficoltà logistiche e organizzative dovute alle distanze e agli impegni di tutti, dal punto di vista puramente artistico, nessuna difficoltà. 
Quando ci troviamo con l'ensemble completo, non avendo occasioni costanti di ritrovarci, ovviamente c'è una sorta di rodaggio da rifare ogni volta per riamalgamare l' "organismo" e l'organicità dei materiali musicali, soprattutto per i brani più complessi dal punto di vista ritmico e metrico. Sono alla ricerca di un modo per finanziare degli incontri con cadenza regolare per poter tenere "allenato" l'ensemble e lavorare costantemente alla musica nuova che scrivo. Se tra chi legge c'è qualcuno che vuole farci un pensierino o vuole dare suggerimenti...
 
Il disco intreccia elementi musicali differenti dal jazz alla musica popolare, passando per il rock e la musica contemporanea. Come si è indirizzato il vostro lavoro sugli arrangiamenti?
Avendo tutti e tredici in comune ascolti e pratiche musicali nei campi da te citati, anche gli arrangiamenti, sia quelli definiti a monte che quelli nati durante le prove, sia quelli estemporanei nelle improvvisazioni, si sono concretizzati in modo naturale presentando elementi di quei linguaggi, metabolizzati ed espressi in una musica nostra. Come per la composizione, nei miei lavori, anche gli arrangiamenti sono l'espressione più delle caratteristiche dei musicisti che degli strumenti fine a sé stessi. 
 
Tra le composizioni più intense c’è certamente “Zora”, un brano che spicca per la riconoscibilità della scrittura. Come hai lavorato su questo brano?
Zora nasce da una delle bozze più vecchie, non ricordo a quando risale precisamente. Ho orchestrato quello che inizialmente suonavo con la chitarra classica, un misto tra arpeggi e contrappunto. Quando ho iniziato ad orchestrarla mi sono reso conto che tra le diverse voci c'era una gerarchia; quindi, ho

estrapolato la melodia che sentivo come principale e ho deciso di farla iniziare dal violoncello. Il perché non è razionale, l'ho sentito come il suono giusto per far iniziare quello che alla fine, senza deciderlo a tavolino, è risultato un ostinato minimalista. Stesso procedimento per l'assegnazione delle altre voci agli altri strumenti. A proposto di riconoscibilità della scrittura, Zora è anche l'unico brano che presenta un chiaro riferimento al testo della città, la quale viene descritta come una città che "ha la proprietà di restare nella memoria punto per punto [...] come in una partitura musicale nella quale non si può cambiare o spostare una sola nota."

Altra traccia pregevole è “Zaira” giocata su atmosfere più leggere ma non meno affascinanti. Ce ne puoi parlare?
Possiamo dire che Zaira sia il biglietto da visita perfetto del progetto perché comunica subito la "voce" dell'ensemble. Non a caso è la prima traccia, e lo è anche perché, per Musiche Invisibili, il suo inizio disteso e sospeso mi sembrava perfetto. Tra le sue tante caratteristiche, dal punto di vista della scrittura, credo che prevalga una delle mie prassi preferite: realizzare un unico tema e farlo modulare e ricamandolo con il contrappunto, una sorta di ostinato cangiante che viaggia attraverso scenari diversi. E quest'ultima caratteristica differenzia Zaira proprio da Zora, dove invece il tema, anch'esso l'unico, è monolitico.
 
Come si evolve il disco dal vivo? Quali suggestioni mettete in luce maggiormente rispetto al disco?
Quando suoniamo in formazione completa, l'esecuzione ricalca il disco, con la differenza che anch'io, oltre a Elia Casu, utilizzo il live electronics. Le improvvisazioni, naturalmente, sono sempre diverse, come lo possono essere anche le interpretazioni dei temi. Recentemente abbiamo potuto sperimentare, con una certa soddisfazione, una riduzione in sestetto per partecipare alla trasmissione Piazza Verdi su Rai Radio3 (voce, clarinetti, violoncello, piano, contrabbasso e batteria). In precedenza, non pensavo fosse possibile ridurre l'organico con risultati soddisfacenti, credo perché ero affezionato al suono dell'ensemble. Inoltre, visto che suonare con l'ensemble completo ha le sue difficoltà logistiche ed economiche, ho deciso di fare una riduzione fino al quartetto con Elsa Martin, Francesco Ganassin e Elia Casu (dove tutti e quattro usiamo anche live electronics) per poter avere più occasioni per far girare il progetto. Infatti, tra l'estate e l'autunno, abbiamo già diversi concerti fissati, per ora in Veneto e in Sardegna, con un calendario sempre in aggiornamento.

Quali progetti hai in cantiere per il futuro? 
Come progetto a medio lungo termine ho intenzione di musicare tutte le Città Invisibili. Ho già pronti diversi nuovi brani che inizieremo a suonare col quartetto, che ha già le sembianze di un Musiche Invisibili 2.0 e che registreremo non tra molto. Inoltre, sto iniziando ad immaginare anche una versione multimediale di Musiche Invisibili che vorrei concretizzare entro l'anno prossimo.
E a proposito di 2024, sempre per Da Vinci Jazz che ha pubblicato Musiche Invisibili, uscirà un altro mio disco di cui ancora non voglio svelare niente.  Poi continuo a portare avanti la mia performance in solo IDcard e tutto il cantiere è sempre in movimento.



ARE Andrea Ruggeri Ensemble – Musiche Invisibili (DaVinci Jazz, 2023)
Pubblicato nel 1972, “Le città invisibili” è una delle opere più emblematiche di Italo Calvino, arrivando a corollario delle ricerche sullo strutturalismo e sulla semiotica ed essendo da queste direttamente influenzato nell’intreccio narrativo con il racconto che si dipana tra piccoli tasselli che si ricollegano e ricompongono fra loro, pur mantenendo un singolare senso autonomo. Sotto il profilo poetico, la principale caratteristica di questo romanzo è l’intrecciarsi di atmosfere fiabesche ed oniriche che fanno da cornice a temi come la memoria, il tempo e l’ineluttabilità della morte, ma anche profonde connessioni con questioni ancora attuali che offrono al lettore non già l’immediata gratificazione, ma l’occasione di immergersi in un cammino che conduce a sciogliere le proprie contraddizioni. A quest’opera si è ispirato il batterista sardo Andrea Ruggeri per “Musiche Invisibili”, concept-album frutto di una lunga gestazione iniziata nel 2014 e proseguita per sei anni, durante i quali ha dapprima lavorato sulle composizioni trasponendo in musica le suggestioni narrative relative a sette delle città descritte da Italo Calvino, per rodarle successivamente tra prove e palco. Pubblicato in occasione del cinquantesimo anniversario dall’uscita de “Le città invisibili”, il disco vede Andrea Ruggeri (batteria) affiancato dall’ARE Andrea Ruggeri Ensemble, formazione a geometrie variabili composta da tredici eccellenti strumentisti: Elsa Martin (voce), Mirko Onofrio (flauti, sax tenore, voce), Gabriele Mitelli (pocket trumpet, tromba preparata, flicorno), Francesco Ganassin (clarinetti, sax alto), Christian Thoma (oboe, corno inglese, clarinetto basso), Francesco Saiu (chitarra classica e chitarra elettrica), Elia Casu (chitarra elettrica, live electronics), Pasquale Mirra (vibrafono), Oscar Del Barba (pianoforte, fisarmonica), Daniele Richiedei (violino, viola), Annamaria Moro (violoncello), Giulio Corini (contrabbasso). Quasi fosse una lunga suite, il disco si snoda attraverso sette brani caratterizzati da una incredibile varietà di linguaggi musicali che spaziano dal jazz alla musica popolare, passando per la musica da camera, la musica contemporanea e il rock, su cui si innestano testi frutto delle rielaborazioni fonetiche di alcune parti del romanzo, adattate con la complicità di Elsa Martin e Mirko Onofrio. L’ascolto svela addentellati che spaziano dalle atmosfere bucoliche della Penguin Café Orchestra alle composizioni di Frank Zappa, passando per i rimandi ai Soft Machine e alla scena di Canterbury, ma ciò che colpisce è l’organicità del tutto. Ad aprire il disco sono le eleganti architetture di “Zaira” che ci schiude le porte al viaggio muovendosi tra ambientazioni sonore differenti in un crescendo continuo guidato dalla batteria di Ruggeri, per giungere al segmento finale tra silenzi, pause e rumorismi. Se le sonorità mediterranee pervadono “Zora” che prende il volo nella parte centrale con un climax irresistibile guidato dagli archi, la successiva “Despina” ci svela una brillante struttura compositiva jazz con il drumming di Ruggeri a tessere u brillante interplay con il pianoforte. Le sperimentazioni sul confine tra jazz e musica contemporanea di “Maurilia” ci introducono alla sequenza con la criptica e misteriosa “Zirma”, le suggestioni mediorientali di “Tamara” e i nove minuti di ardite esplorazioni sonore della conclusiva “Dorotea”. Insomma, “Musiche Invisibili” è un opera di grande spessore artistico, un disco che coniuga la ricerca compositiva con quella musicale, restituendoci una brillante riscrittura in musica de “Le città invisibili” di Italo Calvino.


Salvatore Esposito

Foto di Giorgia Chiaro, Giorgio Comuzzi e Giovanna Bison

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