Acid Arab - ٣ Trois (Crammed Disc/Materiali Sonori, 2023)

Album molto curato, eclettico e piacevolmente antiretorico, “٣ Trois”, nuovo album della formazione francese Acid Arab – formata dai dj Guido Minisky e Hervé Carvalho (il duo originale, a cui si sono aggiunti Pierrot Casanova, Nicolas Borne e Kenzi Bourras) – dipana ritmo a ogni battuta. E lo fa, come sa chi li conosce, in uno spazio originale e organico di confluenza tra elettronica (spinta, dura, massima) e richiami agli orizzonti melodici nordafricani e mediorientali. Questi ultimi sono definiti da apporti melodici, soprattutto canori (“Leila”, il brano che apre la scaletta, vede la partecipazione del cantante algerino Sofiane Saidi), molto melismatici e da una costruzione armonica che sintetizza molte sonorità di quelle aree (tra i molti ospiti vi sono il polistrumentista turco Cem Yildiz, il compositore siriano Wael Alkak, la cantante marocchina Ghizlane Melih). Alla base di tutto però c’è il battito, come un sostrato di colpi cadenzati, di palpitazioni. E la necessità di fissarlo in una serie complessa di reiterazioni: non si tratta di fermare, o di inibire, lo svolgimento delle altre componenti che confluiscono nei brani, ma di sostenerle con una ragnatela infinita di misure, di scansioni. Addirittura di regolarità (per quanto possa sembrare antitetico all’impianto generale della produzione della band), perché non appena i brani iniziano ad alternarsi, svolgendosi in una dimensione sonora a dir poco “cosmopolita”, si ha la sensazione di inquadrarne i riflessi dentro argini necessari, vitali. In questa dimensione stretta, blindata (appunto, arginata), ogni suono si muove in due direzioni diverse e (maledetta retorica) complementari: da un lato sembrano sfuggire all’immaginazione, perché sono dettagliati, composti da elementi microscopici, e stravolti dentro la chimica delle macchine musicali e, dall’altro, si incastrano alla perfezione, disegnando – in modo sempre più netto man mano che il brano procede – una struttura che gradualmente si intensifica. Fino a compattarsi in un blocco multiforme, estremamente denso, irriducibilmente granitico, ma pieno di senso. Nonostante questo, si ha la sensazione (straniante) che, oltre una certa soglia, diventi impossibile penetrare nelle singole componenti sonore, per esplorarle con più agevolezza, e che ci rimanga solo la possibilità dell’ascolto nel movimento e nel trasporto, nella spinta, nella pressione, nell’impulso. Ammetto che non è facile, specie al primo ascolto, per chi (come molti di noi) tende a decostruire partendo da una dimensione sonora (il più delle volte) famigliare. Ma l’ascolto, in casi come questo, diviene un esperimento. E non appena si guadagna un piccolo grado di comprensione (delle strutture, delle maglie sonore, delle trasformazioni timbriche) l’esperienza diviene, allora, piacevole – oltre la complessità, lo sforzo. D’altronde, una volta che ci siamo spinti fino a qui (le tracce dell’album sono dieci, di una lunghezza oltre la media e tutte sufficientemente irrequiete, drastiche, frenetiche), siamo più o meno al centro di un abisso di suoni corporei, la cui inestricabilità lascia lo spazio a una sola percezione: laddove non c’è allineamento c’è originalità e la chiave di lettura è fuori dall’analisi tradizionale. Partiamo dall’infrastruttura, allora, cioè dalla pragmatica della scrittura e della composizione. Che è, ovviamente, antitradizionale anche nella retorica che Acid Arab utilizza per illustrare la sua idea di produzione. Ci dice innanzitutto “this is not fusion. This is not a mix. This is a meeting” e il concetto è credibile, perché sorregge una rappresentazione antitetica alla naturalezza, alla disinvoltura, alla “semplicità” di un campo sonoro giocoforza contaminato. Cioè, non siamo in quel campo che possiamo chiamare – applicando, caso per caso, tutte le accortezze – “world music”, perché non vi sono gli elementi che ne caratterizzano l’aura di esclusività. Non troviamo il percorso a ritroso, alla base delle strutture musicali, delle narrative, dell’epica. Non troviamo la grazia (inevitabilmente romanzata) del suono rude, fortificato dallo strumento arcaico o arcaicizzante. Siamo nel presente contemporaneo, in cui l’elettronica assorbe, filtra e rilascia la cultura musicale di chi si applica alla macchina musicale. 


Daniele Cestellini

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