Gegè Telesforo Quintet, Rea-Deidda-Gatto, Linda Oh Quartet, Quintetto Rossana Casale, Kenny Garrett Quintet, Melissa Aldana Quartet, "Mingus" di Flavio Massarutto e Squaz (Pasquale Todisco), Padova Jazz Festival, Padova, 16-19 novembre 2022

Sul palco più prestigioso di Padova, il festival Padova Jazz ha riunito in tre sere consecutive sei gruppi di spicco e ben diversi fra loro, a testimonianza di alcune delle declinazioni del jazz odierno. Ha aperto le danze mercoledì 16 novembre l’“Impossible Tour”, lo spettacolo che Gegè Telesforo (voce e percussioni) mette in scena insieme a Christian Mascetta, il chitarrista con cui sta producendo il nuovo album, Domenico Sanna, abituale accompagnatore al pianoforte e alle tastiere, Pietro Pancella al basso elettroacustico e Michele Santoleri alla batteria. Il set ha rivisitato classici del jazz, da “Freedom Jazz Dance” di Eddie Harris,  a “Nommo” del bassista Jymie Merritt, scritta per l’album di Max Roach del 1966 “Drums Unlimited” e più vicina al Verdi alla versione veloce che vedeva protagonista Lee Morgan nell’album del 1970 registrato al Lighthouse. Un secondo registro musicale del gruppo è l’attenzione per le “clave” ritmiche latine, al centro di brani come “Diamonds”, che comincia con cantante e batterista che la scandiscono con le mani e della chacarera, “Cancion para Sara” di Sergio Aranda, brano già registrato nell’album “Il Mondo in testa” del 2020. 
Quell’album coinvolgeva al basso elettrico Dario Deidda, ancora ritmico-armonica del trio protagonista del secondo set con Roberto Gatto alla batteria e Danilo Rea in splendida forma al pianoforte a proporre una dinamica e originale rilettura di classici che spaziano dal rock (“Come together”, “Kharma police” alla canzone d’autore italiana, all’infinito songbook statunitense (“Our love is here to stay”, “Cheek to cheek”. Nel finale questi tre mondi sono stati cuciti in un unico medley cominciato là dove li avrebbe portati – se fosse stato con loro come da cartellone - la tromba di Enrico Rava (a riposo per qualche settimana) con “I just can’t stop loving you” di Michael Jackson che chiama “Il tempo di morire” di Lucio Battisti, per poi volare sulle note di “Straight no chaser” di Thelonious Monk. Se il primo set aveva avuto i tempi e i modi di un ben organizzato programma televisivo, il secondo set ha saputo voltare pagina richiamando la dimensione dell’improvvisazione e dell’imprevedibilità che coinvolge musicisti che ben si conoscono nell’intimità un
piccolo club. Giovedì 17 novembre le suggestive luci arancioni o blu del festival hanno incorniciato il personalissimo ed affascinante mondo sonoro di Linda May Han Oh, alla voce, al basso elettrico e al contrabbasso, insieme a Matthew Stevens (chitarra), Greg Ward (sax), Ziv Ravitz (batteria). Oh sa disegnare armonie e contrappunti unici a partire da pochi elementi molto ben calibrati, con la sua voce che va a costituire una terza linea melodica e ad ampliare negli acuti lo spettro sonoro offerto da Stevens e Ward, mentre basso e batteria offrono sempre un terreno sicuro, ma in continua evoluzione. Il risultato è che ogni brano dipinge uno scenario diverso, pur all’interno di una poetica del dialogo che rende il quartetto unico nella capacità individuale e collettiva di svolgere il filo narrativo, amplificando nei diversi registri i nuclei metrico-melodici che caratterizzano ciascun brano e che già nel titolo cominciano a raccontare una storia, da “Fire dance” a “Speech impairment” dedicato ad una storia d’amore con balbuzie. Il finale ha introdotto anche il lavoro di composizione ed arrangiamento per il nuovo album, con “The other side”. Il debutto di “Joni”, l’omaggio a Joni Mitchell ideato da
Rossana Casale, ha chiuso la serata in un registro bene diverso, quello della rivisitazione in chiave jazz di brani della cantante e compositrice canadese con una solida sezione ritmica senza batteria che comprendeva Gino Cardamone (chitarra elettrica), Emiliano Begni (pianoforte) ed Ermanno Dodaro (contrabbasso) e Francesco Consaga ad offrire un’intensa seconda voce con sax soprano e flauto traverso. Rossana Casale ha scelto una strada personale, spesso vicina al registro recitativo e giocando sul piano dei timbri, scegliendo, per esempio, di farsi accompagnare in alcuni brani da un solo strumento: la chitarra per una suite di brani tratti da “Blue” e il contrabbasso per “A case of you”. Due i bis in risposta agli apprezzamenti della sala, “Big Yellow Taxi” e “Both sides now”. Il sax alto di Kenny Garrett avrebbe dovuto concludere la serata di venerdì 18 novembre, ma si è trovato ad aprirla, complici i ritardi nel viaggio intrapreso dal quartetto di Melissa Aldana per giungere a Padova. E così c’è stato ampio spazio per il drumming di Ronald Bruner Jr. che si è speso in tutta la sua muscolarità, coinvolgendo Rudy Bird, voce e percussioni, e Corchoran Holt al contrabbasso, con Vernell Brown al pianoforte a dialogare e
inventare insieme al leader in chiave armonica. Kenny Garrett sa trasformarsi un maestro di cerimonia, dando costantemente indicazioni al pubblico su quando scandire il tempo, quando applaudire, a chi prestare attenzione, mentre i brani fiume cambiano direzione e vanno puntualmente a costruire un climax in cui la vena lirica incontra la destrezza improvvisativa e tutta l’energia della sezione ritmica, con brevi ma emozionanti passaggi a rivisitare la storia che conta e Miles Davis, in primo luogo, con citazioni di brani come “Jean Pierre”. Difficile salire sul palco dopo un simile vortice, ma non per Melissa Aldana che al sassofono tenore ha proposto il suo linguaggio fatto di ripetizioni e variazioni, con un’impeccabile padronanza ed espressività timbrica, sempre assecondata da Lage Lund alla chitarra, Pablo Menares al contrabbasso e Kush Abadey alla batteria. Magnifici i brani tratti da “12 Stars”, album di debutto per la Blue Note realizzato quest’anno in cui spiccano riferimenti al proprio Paese natale, il Cile, e alla letteratura, con una toccante “The Bluest Eye”, omaggio al primo romanzo pubblicato da Tony Morrison nel 1970. 
Parlando di omaggi, la sera di sabato 19 novembre, al Caffè Pedrocchi, il festival ha opportunamente ricordato i cento anni dalla nascita di Charles Mingus dando modo a Flavio Massarutto e Squaz (Pasquale Todisco) di presentare e raccontare il fumetto “Mingus”, pubblicato nel 2021: tavole disegnate con estrema cura e capacità inventiva, raccolte per episodi immaginati come una selezione di brani musicali che raccontano il percorso umano, politico e artistico del contrabbassista, pianista e compositore. Un lavoro molto ben documentato e, al tempo stesso, con spazio per la dimensione creativa e onirica, per la rilettura di copertine storiche, per la proposta di “ritmi visivi” che rimandano lo svolgersi del momento improvvisativo, in particolare quando i protagonisti sono Mingus e Dolphy. Il festival è proseguito fino al 26 novembre con le mostre fotografiche, i concerti al Centro Culturale Altinate, con un biglietto a cinque euro a favore degli studenti, e quelli nei diversi locali della ristorazione di Padova. https://www.padovajazz.com/
 

Alessio Surian

Foto e video di Alessio Surian

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