Ora la musica è un po’ più sola: hommage a Jivan Gasparyan e altri due spostamolecole come Jon Hassell e Frederic Rzewski

Tutti, anche il prode Popolizio, restammo in silenzio ad ascoltare Jivan per poi adeguarci al suo mood. Poche parole in comune ma una immensa capacità di comunicare. Dam significava bordone, tappeto sonoro monotonico, tanto per cominciare, perché con lui eravamo – anche suonando atonale - nella dimensione del suono unico da cui tutto origina. Eravamo con Shiva che arriva dai fiumi sacri dell’India e che già, all’altezza del Caucaso, assume le sembianze di Dioniso. Tutto questo in quel momento era (come doveva essere!) solo un’emozione che escludeva totalmente la ragione. Nel lamento di Prometeo...alla prima...con il recitativo di Massimo e il douduk di Jivan... laddove Eschilo fa dire a Prometeo : “O divo ètere, o snelle ali dei venti, fonti dei fiumi, e dei marini flutti infinito sorriso, e te, che madre sei d'ogni cosa, o Terra, invoco, e te, che tutto miri, orbe del Sol! dal fissare il destin distolsi gli uomini/ Nei lor petti albergai cieche speranze/ Ed oltre a questo, il fuoco a lor donai/ E molte arti dal fuoco apprenderanno”... il soffio delle parole si confuse, si abbracciò, con il suono del douduk e... danzarono in tondo davvero. Fu un’esperienza forte per noi e per gli spettatori accorsi in massa. A cena Jivan che comunque aveva sentito forte l’onere della prova fu uno di noi, che cazzeggiavamo come si suole nelle cene post-concerto e, alla fine, sdegnando l’Amaro, non mancò di introdurci ai segreti, persino erotici, del Cognac armeno di marca Ararat, si capisce, che portava sempre in valigia, non trolley, in doppia confezione da un litro. Da quel momento il cicchetto di Ararat sarebbe diventato il rituale d’apertura d’ogni concerto successivo. Qualche giorno dopo arrivammo a Scapoli in Molise dove, a cura di Maurizio Agamennone, etnomusicologo, si svolgeva un importante e internazionalmente conosciuto Festival della Zampogna. Due giorni di prove con artisti della “sacca”, della “capra che canta”, delle gaide asturiane e con noi anche tamburi e la tammorra di Cavallo ritmicus già tarantato e Samuel Achiezer primo clarinetto dell’Orchestra Nazionale di Israele e gran klezmer player. C’era l’atmosfera meravigliosa dell’incontro dei musicisti, del mercato contadino, delle bancarelle con i giusti utensili per la campagna: un vero accadimento internazionale di quelli belli e utili. Il nostro concerto conclusivo diventò in buona parte un CD cui sono affezionato edito dalla Squilibri Editore, dal titolo di “Sunaulos”. Un’amicizia, fatta, come dicevo, di poche parole, alcune russe, altre inglesi e partendo significativamente dalla parola Dam, il tappeto, il suono primordiale al quale intonarsi, dal quale e sul quale il douduk (nel nostro caso) prende il
volo e procede sempre attaccato con intonazioni sottili, con diversi colori microtonali, con invisibili lamellature di materiale cosmico ed esplora l’OM del mondo, la vibrazione d’origine. Il douduk racconta il desiderio dell’anima di liberarsi. Per esprimerlo per quello che è: il soffio, il vento, l’ànemos dei Greci. È fatto del legno gentile degli albicocchi del Caucaso. Si suona imboccando una doppia ancia, come fosse un oboe ma con l’ancia molto più grande che permette al suonatore esperto, modellandone l’apertura con le labbra, infiniti colori e di simulare le dinamiche della voce. A Yerevan, nell’Armenia degli anni ’40-’50 del secolo scorso, il douduk si usava anche per sonorizzare i film muti. Bianco e neri di socialismo reale che arrivavano da Mosca e Leningrado e intrattenevano, se non altro per la stessa magia del mezzo, folle numerose. Sotto il palco l’orchestra di douduk. Il giovane Jivan entrò alla corte di un anziano sonorizzatore. Si fece subito apprezzare per le sue qualità umane e di suonatore attento e talentuoso e per anni fu quella la sua fonte di sussistenza sfuggendo così ai piani quinquennali del Soviet Supremo che magari aveva disegnato per lui un destino d’operaio ai forni dell’acciaio. Già... il Cognac?! Quello armeno è migliore di quello francese. Mi racconta che per lungo tempo la produzione è stata un’attività molto travagliata e clandestina. Pare che Stalin avesse firmato un accordo commerciale con la Francia e che tra le contropartite ci fosse quella di eliminare qualunque forma di concorrenza alcolica e di non usare per i propri prodotti il nome Cognac. La conseguenza fu che, sul finire degli anni Trenta, siglato l’accordo, con la solita grazia che lo animava, il compagno Josip Stalin ordinò di abbattere le fabbriche più grosse e di perseguire, via polizia politica e gulag, qualunque tentativo imprenditoriale e domestico di distillare il nettare dell’Armenia. Non ho verificato la storia. 
Mi è sempre bastato che Jivan fosse uno che se ne intendeva di Cognac e che il padre ne fosse stato un piccolo produttore. Tutto questo sempre raccontato con il nostro comune vocabolario che era fatto di poche parole inglesi e altrettante russe, o gesti che erano luoghi di intesa tra musicisti, tipo «improvvisàzia», o altro, come «parusky and americans very very no good» e giù sguardi espressivi e risate che dicevano sempre di una persona intelligentissima con sensibilità ed emotività radicate nelle genti del Caucaso antico e una modernità insufflata da decenni di Repubblica Socialista Sovietica e di sopravvivenza artistica. Gabriel – proprio lui: Peter – che Jivan chiamava affettuosamente Petersan (come dire il sommo maestro Peter), lo amava molto; affascinato dalla sua semplicità, dalla capacità di toccare il cuore con un soffio e dalla sua vita radicata in un passato mitico, caucasico, gurdjieffiano, fatto di persone davvero straordinarie. L’Armenia è un luogo di sfida continua alla logica naturale delle cose. È un luogo di tranquilli superuomini e superdonne di campagna e di città austere. Di gente dura e d’onore che viene da lontano. Dopotutto, la prima nave che si fermò sul monte Ararat fu proprio l’Arca degli uomini e degli animali dopo il diluvio universale. Una nave a quattro piani. Altro che Fitzcarraldo. Da loro, dagli Armeni, Jivan era considerato il più grande suonatore di douduk. Questo ovviamente se legato al pensiero, all’idea stessa, al noumeno dell’essere un suonatore di douduk, ovvero alla voce sublime più che alla tecnica spericolata, alla velocità, al fraseggio moderno. Jivan incarnava la tradizione del douduk. Ma è stato anche il Novecento di questo strumento suonando con le grandi orchestre classiche europee e americane o collaborando con il rock e il jazz fin de siècle. Claudio Abbado, il sommo direttore, in una occasione in cui Jivan aveva collaborato con i Berliner, disse che 
«il douduk è il vero soffio dell’anima, se ne esiste uno ascoltabile dall’orecchio umano»
. Nel 1948 Jivan, che aveva vent’anni, guidò al Cremlino la delegazione musicale armena. Fecero il loro pezzo con i vestiti tradizionali e alla fine fu Stalin in persona a congratularsi, dandogli in premio un orologio da polso CCCP e infine la mano. Non c’è male. Fa subito cinema. Jivan era cresciuto nel paesaggio mistico delle regioni caucasiche. Da quelle parti la luce ha una contrattura speciale. Tutto sembra normale o simile ad altre parti che già conosciamo (l’Armenia d’estate è una copia della Sicilia centrale ), in realtà siamo in un mondo con una sensibilità e una percezione molto diverse. Il misticismo critico ne è una delle manifestazioni più intriganti. L’Armenia è stata una delle prime terre a ufficializzare la cristianità e la Cattolica Ortodossa Gregoriana è tra le Chiese più antiche e tra le prime comunità cristiane del mondo. Erano tempi complicati, con grandi separazioni determinate dalla visione monofisita o meno, ovvero se Gesù fosse da considerarsi composto da natura umana e divina o solo umana. Molti secoli dopo, in quintetto, nel 2003, accompagnammo Jivan Gasparyan in una tournée armena. Da Yerevan, dove avevamo suonato al Palazzetto dello sport, ci spostammo con un comodo pulmino coreano verso il monte Ararat. Attraversammo un paesaggio continentale giallo di grano, viaggiando in direzione nord-ovest. Ci aspettava la città di Gyumri dove era in essere da una settimana il Festival del douduk. Gasparyan aveva ovviamente l’onore del concerto conclusivo. Arrivammo nel primo pomeriggio. In scaletta eravamo alle 21. 
Alla fine di una piazza gigantesca, a ridosso di una chiesa di evidente architettura ortodossa, c’erano i due palchi. Più tardi avremmo scoperto che erano palchi semoventi, diciamo così: ogni palco era sistemato su una dozzina di ruote gommate e veniva spinto a mano da due squadre di tecnici. Su un palco c’era l’esibizione mentre sull’altro, posizionato dietro, si preparava il gruppo successivo. Quando finiva il gruppo davanti, con un movimento repentino e un’organizzazione militare, agli ordini di una armena in tuta operaia – con corde e martello infilati nelle tasche della salopette – le due squadre posponevano i palchi. Lo facevano perfettamente in quattro mosse. Il palco davanti si spostava alla sua sinistra. Quello dietro avanzava. Il primo palco arretrava e infine si spostava alla sua destra. Tutt’intorno, nel backstage e ai lati della grande piazza, c’erano formazioni di douduk sorprendenti. Strumenti di varia grandezza. Intere famiglie a diverse intonazioni e registri, dal grave all’acuto. Con Didier Malherbe primo sax nel nostro quintetto e ottimo suonatore di douduk, camminavamo lungo i lati della piazza divertiti ed esterrefatti dal vedere quartetti e quintetti di douduk che si preparavano ad andare in scena ed eseguivano con grande sicurezza trascrizioni da Chopin, Šostakovič, Bach ma anche Hendrix, i Pink Floyd e Coltrane, oltre ovviamente ad arrangiamenti complessi di repertori tradizionali. Come i monofisiti, spaccavano il capello – in questo caso la semicroma – in quattro. Una buona parte di secolo di influenza sovietica era evidente. Intanto, per il fatto che le squadre tecniche e anche artistiche erano piene di donne. La dittatura operaia aveva liberato le donne dal giogo della famiglia agropastorale caucasica e messo il tutto nel tritatore del Socialismo. Per quanto poi riguarda l’educazione musicale era stata come sappiamo quasi perfetta: con l’intelligenza di inserire nei corsi di Conservatorio l’apprendimento del
douduk e costruirgli intorno un apparato musicale, ma anche tecnico e organologico, tale da rivitalizzare lo strumento e consentirgli di vivere da protagonista la modernità. Il contrario di una tendenza, diffusa dalle nostre parti, di museificare, disarticolare e «proteggere» la tradizione popolare. L’esperienza che più di tutte ci dimostrò come Jivan fosse un’assoluta leggenda fu la tournè in Russia nel 2004. Ebbi l’onore di far parte del sestetto che lo accompagnava. C’erano con noi tra gli altri Didier Malherbe uno dei fondatori dei Gong nel 69, Ludovico Einaudi, vecchio amico di Jivan, al piano, Patrick Meyer alla chitarra e il trio di accompagnamento armeno composto da due douduk bassi in grado di fare qualunque tipo di tappeto (Dam) a fiato continuo, in “circular breathing”, e uno straordinario percussionista: Azat, Piotr e Narek. A Mosca il Bolshoi fece quattro giorni di tutto esaurito e i pochi biglietti in vendita dai bagarini costavano fino a tre volte lo stipendio medio di un operaio. Camminare per Mosca con Jivan era quasi impossibile. Si veniva fermati in continuazione per fare la foto con il maestro, che loro tra l’altro considerano, dato il passato sovietico, una gloria nazionale come Puskin o Bulgakov. Oppure, per la festa dei suoi ottant'anni a Yerevan, nel 2008, quando tutto il paese stabilì un giorno di Festa Nazionale e tra gli invitati sul palco a fare qualcosa con lui e la sua orchestra arrivò Petersan Gabriel ad accennare una nenia armena e a parlare di lui e della profonda emozione, ancora indimenticata, che ebbe nel conoscere la persona e quel meraviglioso legno di albicocco a doppia ancia che materializzava in suono, l’essenza stessa dell’anima. Finimmo la serata nel palazzo della Cantina Ararat a bere i migliori cognac. Insomma, che dire? Se non... 
che se n’è andato Jivan, uno di quelli su cui contare davvero perché si possa pensare che un altro mondo è possibile. Continuo a immaginare che in quella specie di stazione lunare (mettiamola così) in cui si incontrano i passeggeri nel viaggio del Bardo, egli si sia riconosciuto con altri due angeli sulla stessa tratta e in un certo senso della stessa pasta. Uno è Jon Hassell che davvero possiamo considerare, tra l’altro, l’inventore della etno/elettronica e che soprattutto è un altro che ci ha insegnato in termini di valore assoluto il rapporto tra il suono e la considerazione di essere e partecipare al soffio del cosmo. Non ho conosciuto Jon di persona ma ne ho seguito da sempre le gesta considerando la sua ricerca, spesso silenziosa, senza cospirazioni narcisistiche, alla ricerca del successo, come una via da imitare e perseguire costantemente. Non a caso in anni lontani Jon ebbe collaborazioni interessanti con Terry Riley e La Monte Young maestri ponte per l’Oriente, alla ricerca continua della mistica del suono, del minimalismo, più volgarmente chiamato musica ripetitiva, con la ripetizione come arma di allargamento della coscienza. Decisivo fu poi il suo incontro a Roma con Pandit Pra Nah interprete di Druphad che è l’antico canto Vedico. Pandit era uno shivaista che si era dedicato alla ricerca del suono essenziale praticando e vivendo per cinque anni dentro una grotta vicino al Tempio di Shiva di Tapkeswhar. GuruPandit insegnò a Jon l’uso della voce ed anche l’essenza profonda dello shivaismo che, come ebbe a definirlo Alain Danielou, “è una religione nata nella preistoria umana e la sua origine è così antica da farci pensare che esso possa presentarsi ovunque nel mondo come una delle fonti principali delle religioni successive”. Queste cognizioni sottendeva Jon quando suonava la sua musica come una
diagonale tra arcaico e futuro, citando anche, Davis, imprescindibile e poi Stockhausen e Berio ed è da questa coscienza e conoscenza che Jon riesce a passare lo stretto confine verso il suono giusto, diciamo così, anche lui verso l’OM del dio Shiva e di tutti i suoi amici. Voglio concludere salutando un altro angelo del Trio che ci ha lasciato più soli in questo mese. Sicuramente staranno lì, i tre, in sala d’aspetto, a parlare e riconoscersi in attesa di avventurarsi nel formicolante e infinito oltremondo. Sto parlando di Frederic Rzewski: un musicista grandissimo, un pianista di grande tecnica e una mente davvero raffinatissima. Per un lungo periodo visse a Roma: dalla metà dei sessanta fino ai settanta avanzati. Ero un adolescente quando in un paio di occasioni mi capitò di ascoltare i concerti del MEV (Musica elettronica viva). Rzewski con Alvin Curran e Richard Teitelbaum altro grande tastierista, rivoluzionavano il concetto stesso di musica, di interpreti, di ascoltatori, di suono, di improvvisazione. Insomma, a cavallo tra l’avanguardia musicale e teatrale, la rivoluzione e l’arcaico primordiale, il classicismo pianistico di primo livello, Frederic Rzewski è stato un elemento decisivo nella catena “alimentare” della musica come arte dell’evoluzione delle coscienze. Le cose dette in generale per Jivan e Jon potrei più o meno ripeterle per Frederic, ebreo americano con origini polacche naturalizzato prima romano e poi maremmano. Mi basta ricordarvi due brani straordinari di questo compositore che molti definirono gramsciano: Le trentasei variazioni sul brano “El pueblo unido jamás será vencido (The people united will never be defetead)” di Sergio Ortega in cui, nella scrittura dei trentasei quadri si delineano in modo sorprendente le giuste relazioni che la modernità
musicale deve avere con il canto popolare per riportarlo nelle sfere della funzione contemporanea non solo musicale ma anche sociale. Da non perdere! E poi quel meraviglioso brano che si chiama “Attica Blues” scritto leggendo le lettere dei neri internati nel carcere/lager di Attica dopo la cruenta rivolta del ‘71. La cosa splendida di quel brano, ripetitivo come lo può essere un cuore in subbuglio... “in 4/4 ma con l’uso delle note accentate e di cellule ritmiche basate sul numero sette che minano la regolarità del tempo, e generano un effetto di forte instabilità” (Lorenzo Cardilli), è il testo che è un perfetto haiku in salsa negra tra disperazione e speranza, tra l’inferno e la vita della città di fronte: “Attica is in front of me” solo questo, cantato, masticato, frammentato, sussurrato, spezzato, urlato, bluesato per oltre nove minuti. 

Luigi Cinque

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