Nardo Trio/Quartet – Azadì (Maxy Sound, 2020)

Il nome dell’ensemble veronese trae origine da una lontana collaborazione con un  gruppo di NARrazione animato da DOnne ma esiste anche il “Nardo celtico” (o Valeriana celtica) che è un’erba perenne che cresce nel piano montano delle Alpi. E poi c’è un fiore asiatico che spunta oltre i mille metri e da cui si trae una profumata essenza citata anche nella Bibbia, da sempre in uso presso i territori mediorientali. Zone da cui provengono in gran parte le musiche proposte dal Nardo Trio/Quartet, con particolare interesse verso quei luoghi in cui persistono situazioni belliche, dittature, violenze, negazione di diritti. La cultura mediterranea comprende anche paesi lontani tra loro, vicinissimi però secondo differenti parametri che sfuggono alla geografia comune. Luoghi che finiscono per formare un Popolo Immaginario pregno di reminiscenze culturali e poetiche arcaiche che si accalcano, premono sui confini con poesia e vigore, incastrandosi armoniosamente a vicenda. E la genialità del suono è sempre propizia alle sorprese, agli straniamenti e agli incontri. Come quello con il libro “Il vento ha scritto la mia storia”, in cui Benyamin Somay narra la propria vicenda di nativo di un minuscolo villaggio del Kurdistan iraniano, ai confini con la Turchia. La storia di un adolescente divenuto combattente per l’indipendenza del suo popolo. Ricercato dalla polizia, fuggitivo attraverso mezza Europa fino a giungere a Verona, dove attualmente vive e lavora. Nei suoi racconti una parola ricorre quasi con ossessione: “Azadî” (“Libertà” in persiano). E questo è diventato il titolo del CD che è a lui dedicato e che bizzarramente parla appunto di incontri ma è costretto a vedere la luce in un tempo di separazioni e solitudini forzate. Questi musicisti sono interpreti di brani devoti all’amore (come spesso accade, non corrisposto!) ma soprattutto alla tolleranza religiosa, ai valori gandhiani del pacifismo e della nonviolenza. Il motto del disco precedente “Piedi Nudi” (2016) (ristampato nel 2020 con il titolo “Klezmer and Balcan Folk Music”) era: «Piedi nudi per rispettare la terra, piedi nudi per incontrare gli altri» e conteneva anche rivisitazioni dallo straordinario Kalyi Jag Együttes (Fuoco Nero), gruppo seminale di rom ungheresi, autori di dischi memorabili nella metà degli anni ottanta. 
Con un supporto strumentale minimo, perché originariamente gli zingari magiari non utilizzavano che le voci e pochi utensili domestici (pentole, coperchi, cucchiai...) per accompagnarsi con effetti percussivi. Un ulteriore brano presente in Piedi Nudi era “To Nie Ptak” del duo composto dalla famosa cantante di Varsavia, Kayah e Goran Bregovic, su un testo (addirittura!) di Iggy Pop che narra di un amante che intravedendo l’ombra di ali sotto il vestito dell’amata, costruisce lesto una gabbia ma quel giorno la tenebra ruberà il suo cuore e mentre lui ricerca le piume, la creatura del Paradiso sparirà. Altra voce formidabile, omaggiata nel CD era quella del gitano serbo Šaban Barajmović (1936 – 2008) originario di Niš, il cui conservatorio musicale fu la strada e che durante il servizio militare desiderando restare in contatto con l'amata ma non sapendo scrivere, disertò. Divenne anche cantante nell'orchestra della prigione e portiere nella squadra di calcio della stessa. Una lunghissima cicatrice dal suo petto al pube rivelava quali fossero le regole carcerarie del tempo. Quando nel 1964 riacquistò la libertà iniziò subito a guadagnare con la musica, comprò una Mercedes, un abito bianco, ingaggiò due guardie del corpo e si ripresentò come un re nel ghetto zingaro di Niš. Qualche ora più tardi aveva già perduto tutto al gioco. Ma un re lo fu davvero: mai si interessò a proteggere i propri interessi musicali e venne sovente derubato delle sue canzoni che riempirono di soldi altre tasche, mentre lui continuava a vivere alla giornata e a cantare libero e senza pensieri. Infine morì nella miseria più completa. In buona parte alla sua penna si deve anche il celeberrimo inno dei rom “Djelem Djelem” comunemente definito “tradizionale”, così come “Mesećina” conosciuto in occidente soprattutto attraverso la colonna sonora del film “Underground” di Emir Kusturica e che ha contribuito non poco alle iniziali fortune internazionali di Bregovic. 
Recentemente il gruppo Nardo ha realizzato questo appassionato secondo CD che viaggia principalmente nelle tradizioni Cretese, Greca, Armena, Curda e Palestinese. Il brano omonimo, composto dal fisarmonicista Dario Righetti viene abbinato al tema musicale di “Bella Ciao”. "Emmeleia"(Grazia/Armonizzazione) è la definizione di una danza tragica greca ricorrente in tutta l'antica tradizione dal compositore e filosofo Aristosseno fino al trattato bizantino "Peri Tragoidias". Una  danza misurata, composta da movimenti molto lenti, inframezzati da solenni e lunghe pause. In precedenza (1993), i Dead Can Dance l’avevano interpretata in Into the Labyrinth. L’emozionante canto non appartiene ad alcuna lingua precisa ma piuttosto alla glossolalia di cui Lisa Gerrard è maestra indiscussa. Il brano conclusivo “Taalu” si deve invece alla penna di Tawfiq Zayad, il “poeta della protesta” palestinese “Venite poeti, anziani, giovani e bambini, intoniamo insieme il canto ed aiutiamo questo vecchio mondo a ritrovare l’antica giovinezza”. Il comunista Tawfiq fu anche sindaco di Nazareth negli anni 70, suscitando gran preoccupazione presso gli israeliani che ne avevano certo ben donde, visto che scriveva poesie di questo tipo:
Con i denti
Con i denti difenderò
Ogni pollice di terra della mia patria Con i denti
Qui, io sono ancora schiavo, legato
Alla porta della mia casa, alla rugiada
E al fragile giglio
Con i denti
Con i denti difenderò
Ogni pollice di terra della mia patria
Ogni pollice di terra della mia patria
Con i denti
Con i denti
(traduzione Flavio Poltronieri)
Quello del Nardo è un repertorio che fin dagli inizi nel 2014, come l’amata musica ebraica, non ha mai contemplato la parola “confine” e spesso ha utilizzato lo yiddish, lingua che a sua volta, raggruppa in sé tutte le proprie numerose migrazioni. Un miscuglio ingarbugliato di tedesco arcaico, ebraico, francese, inglese, slavo, olandese, rumeno, latino. Nonostante esodi e massacri subiti nei secoli, dalle parole di queste canzoni non traspare mai odio o vendetta, piuttosto rimpianto, nostalgia, solidarietà, amicizia, amore per l‘essere umano e la natura come nello struggimento di “Erev Shel Shoshanim” (Serata di Rose). Lo yiddish (dal tedesco “judisch” ovvero “giudaico”) ha assunto anche rilevanza letteraria nei secoli XIX° e XX° attraverso le opere di autori come il bielorusso Mendele Mokher Sforim, il polacco Isaac Leib Peretz o lo statunitense Sholem Aleichem. Seguendo il peregrinare continuo del popolo, anche la musica tradizionale ebraica si è ramificata in un intreccio oramai divenuto inestricabile di forme, causato dalla dispersione delle varie comunità e dall‘infiltrazione di altri suoni e strumenti. Al di fuori della tradizione europea sono purtroppo rari gli esempi di musica trascritta prima del XIX° secolo. Goccie in un oceano. Le famiglie stilistiche, oltre a quelle a noi più vicine, sefardita, ashkenazita, maghrebina, sono le ancora più antiche, yemenita, babilonese e persiana. Tornando al Kurdistan, con tutta probabilità alcune forme musicali liturgiche ebraiche sopravvivono ancora, sommerse nella musica islamica nonostante non si intravedano radici comuni nel suono profano degli ebrei curdi, attualmente composto essenzialmente delle forme degli ebrei iracheni. Il canto popolare yiddish come lo conosciamo oggi dopo la rinascita degli anni 70, ebbe origine in Renania circa un millennio fa, si tratta del più giovane ramo di una tradizione musicale anteriore di più di 2500 anni. Nel XIX° secolo in Russia e in Polonia ha raggiunto il suo apice nei miserabili shtetl, con tutto il suo carico di melodie struggenti e speranzose, perennemente irradiato da una filosofia di vita che ironizza e solidarizza. Una lezione di spiritualità totale offerta attraverso quella forma di preghiera chiamata canto. E il canto yiddish spesso è effettivamente preghiera. E così com’era Šaban Bajramović, è questa musica: capace di dare vita ad una vivida spiritualità che oltrepassa facilmente barriere culturali sembrate impenetrabili. Nardo Trio/Quartet è la creatura di: Dario Righetti (fisarmonica, canto, pianoforte), Cristina Ribul Moro (chitarra, ukulele, canto), Roberto Baba Alberti (percussioni) a cui si è aggiunto recentemente Claudio Moro (chitarra, mandòla algerina, basso), versatile ed apprezzato mago veronese delle corde.

Flavio Poltronieri
flavio.poltronieri@libero.it

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