Mdou Moctar – Afrique victime (Matador, 2021)

Il nuovo album di Mahamadou “Mdou Moctar” Souleymane si presenta con un rapace in copertina: ad ali spiegate ha artigliato e strappato dal suolo l’Africa: il profilo del continente mostra una faccia triste, piangente. A questa triste situazione Mdou Moctar risponde in tamasheq, da Tahoua, nell’Azawagh, nord del Niger, incoraggiando a prendere coscienza e a lottare. “Afrique victime”, il penultimo dei nove brani, lo canta forte, anche in francese: “se restiamo in silenzio sarà la nostra fine”, un appello panafricano che invita tutti ad agire, perché “l’Africa è vittima di tanti crimini”. Se la sua grande passione rimane la chitarra, rispetto al precedente lavoro (“Ilana”), in “Afrique victime” la voce, anzi, le voci assumono un ruolo altrettanto importante. Idealmente, Mdou Moctar pone il suo lavoro nel solco tracciato da Abdallah Oumbadogou, la sua principale fonte d’ispirazione, il cantante della rivolta Azawagh del 1962-64 in Niger, “l’artista che scrisse i versi che incoraggiavano la ribellione. L’ho ascoltato da giovane in un concerto all’aperto: tutti erano contenti, amavano quello che faceva e mi dissi che sarei voluto diventare come lui”. Non è stato facile. Pur essendo riuscito a costruirsi da solo una chitarra, la sua famiglia, molto religiosa, non amava la musica e teneva molto agli studi coranici, giudicati incompatibili con un percorso da artista. Pur avendo cercato di conciliare le due cose, nel 2003 fu costretto dalla famiglia ad abbandonare la chitarra per cercare lavoro in Libia dove passò due anni scavando pozzi per l’acqua potabile. A Ouadane ebbe la sorte di incontrare Hadani, chitarrista nigerino: ascoltarlo suonare la chitarra ad un matrimonio tuareg risvegliò la passione per la sei corde: “Dovevo comprarmi una chitarra – ricorda – e ci riuscii. Tornai alla chitarra e a suonarla quanto più possibile. Lasciai la Libia, tornai a casa con la mia chitarra e qualche soldo. Era il 2005: nel 2008 registrai il mio primo album in Nigeria. La mia prima chitarra elettrica me la regalò un altro artista, Aroudeni: mi offrì la sua prima chitarra, poi andò a Niamey. Ho imparato da solo, anche perché sono mancino e tutti i chitarristi suonavano con la destra. Ma ho ascoltato e, a poco a poco, ho imparato. Amo così tanto la chitarra che non ci fu modo di scoraggiarmi. Quando non funzionava ho continuato a lavorarci”. È un lavoro che ha portato a registrare sei album e a raggiungere il successo internazionale col precedente disco “Ilana”. Il nuovo lavoro si apre con i suoni che la mattina svegliano il villaggio: frinire di insetti, canti di gallo a distanze diverse, passi che si avvicinano. “Chismiten” irrompe come il sorgere del sole, mostrando tutta la compattezza del quartetto elettrico, il suono corposo e psichedelico che sa esprimere, catturato, questa volta, da Rob Schnapf e Matt Schuessler negli studi Mantsounds a Los Angeles. A guidare la produzione è il bassista Michael Coltun che ha realizzato parte delle sedute di registrazione nello Studio Moustique a New York e in Niger. A completare il gruppo ci sono la chitarra ritmica di Ahmoudou Madassane e la batteria di Souleymane Ibrahim. Tutti mettono a servizio del gruppo anche la propria voce e i cori, con gli scambi con chiamate e risposte vocali fanno da collante lungo un album che sa alternare il registro elettrico, volentieri abrasivo a brani prevalentemente acustici, ad altri in cui sul suono delle chitarre e liuti acustici si innesta progressivamente un’energia rock, pur evitando le forme-canzone tipiche del rock e dei suoi ritornelli. “Untitled”, a metà dei nove brani, recuperando suoni ambientali di vita quotidiana e linee melodico-ritmiche ancora in fieri, crea una felice transizione fra l’intima e corale “Tala Tannan” e l’incalzante “Asdikte Akal”. Si chiude, come un canto al tramonto, con “Bismilahi Atagah”, di nuovo in chiave intima, guardando ai rapporti di coppia, ritrovando i passi che ci erano venuti incontro all’inizio del cammino.  


Alessio Surian

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