Arsen Petrosyan – Hokin Janapar. Music performed on Armenian duduk (ARC Music, 2021)

Arsen Petrosyan è cresciuto a Charentsavan, in Armenia, in seno ad una famiglia che viene dall’enclave armena di Javakhk, in Georgia, dopo essere stata costretta a lasciare Erzurum, oggi all’interno dei confini turchi. Il titolo del nuovo album evoca il “viaggio dell’anima” e abbraccia attraverso il meglio del repertorio armeno dimensioni geografiche, storiche e spirituali. Nato nel 1994, già a sei anni Petrosyan si è dedicato agli strumenti a fiato, cominciando con lo shvi, sotto la guida del maestro Krikor Khachtryan, per passare poi al Conservatorio Statale “Komitas” a Yerevan dove insegna il maestro Gevorg Dabaghyan, divenendo il solista dell’Armenian Traditional Music Ensemble, e dove si è diplomato in duduk nel 2016, l’anno seguente al suo debutto discografico con lo splendido “Charentsavan”. Le sue collaborazioni vanno da Steve Hackett al compositore Ihab Darwish al virtuoso dell’oud Omar, ma sa coltivare anche i gruppi di cui è ispiratore, l’A.G.A Trio (che abbraccia le musiche della Georgia e dell’Anatolia) e l’Arsen Petrosyan Quartet. Il secondo album solista è stato registrato a Yerevan a partire dall’estate del 2020, come racconta lo stesso Petrosyan in un breve video che ripercorre l’incontro a Londra con ARC e le difficoltà in fase di produzione dell’album causate dal conflitto armato che fra settembre e novembre 2020 ha coinvolto l’Armenia e l’Azerbaijan, sostenuta dalla Turchia. Lungo gli undici brani di “Hokin Janapar” si snoda una linea del tempo che abbraccia oltre tre secoli per offrire gemme preziose del patrimonio armeno, attingendo dal repertorio popolare e da alcuni dei migliori compositori. E’ il caso di Paghtasar Dpir che nel 1708 scrisse “I Nnjmaned”, intrecciando in una canzone d’amore antichissima melodie liturgiche e temi dal repertorio dei trovatori; e di Petros Afrikyan che a fine ‘800 mise in musica “Mayr Araqsi Aperov”, poema di Raphael Patkanian dedicato alle sponde dell’Araks, il fiume che viene identificato come “madre”, per eccellenza simbolo di santità. In questi due brani Arsen Petrosyan lascia che sia il solo duduk – sostenuto dal bordone di un secondo duduk suonato da Sahak Gasparyan – ad esprimere la poesia di paesaggi interiori e geografici uniti dagli elementi e dalle dinamiche musicali cui la respirazione circolare infonde uno straordinario carattere meditativo. Allo stesso tempo, il disco offre una finestra sulle danze tradizionali con due versioni di “Srapar” (la danza delle spade della regione Hamshen) e con la suite che lega una “Shoror” di Javakhk con canzoni d’amore, cominciando con “Sari Aghjik”, rintracciabile anche in Iran e Turchia. In queste occasioni il gruppo dei musicisti si allarga al dhol di Avetis Keoseyan, al qanun di Astghik Snetsunts, al santur di Vladimir Papikyan e all’arpa di Sona Yengibaryan, in combinazioni diverse che infondono all’album sia continuità si espressive varietà. I sei minuti della suite che lega quattro brani trascritti da Komitas sono magistrali e, col finale in crescendo, preparano il terreno ideale per l’ascolto di “Hin Oreri Erguh” composta quasi un secolo dopo da Tigran Mansurian e qui cesellata da duduk, qanun e arpa, protagonisti anche di “Alagyaz & Khnki Tsar” (dedicata al monte Alagyaz e al legno dell’incenso) che, in questo caso, vede Komitas nel ruolo di compositore che omaggia l’Armenia pastorale. E fra i compositori c’è spazio anche per il tema sacro del XVIII secolo di Simeon Yerevantsi (trasformatasi nel tempo da monodico a polifonico), per i bardi/ashugh del XX secolo Havasi e Shahen (occasione per inserire saz, tar e percussioni) e del XVII secolo: “Nazani” e “Broyi” composte da Sayat Nova, che rimane il riferimento per tutta la musica armena: Petrosyan dedica proprio “Nazani” al padre, morto quando il musicista aveva solo 15 anni. 


Alessio Surian

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