Piers Faccini – Shapes of the Fall (Nø Førmat, 2021)

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Il 12 maggio la radio francese France Inter ha ospitato il concerto di presentazione di “Shapes of the Fall”: mezz’ora in cui Piers Faccini ha suonato in trio insieme ai fratelli Ziad, Malik alla mandola e al guimbri (lo ricordate con Maura Guerrera in “Spartenza”?) e Karim alle percussioni, la formazione “base” del suo gruppo acustico, che offre una torsione maghrebina alle sonorità e ai ritmi delle nuove canzoni, da “Foghorn Calling” a “Firefly”, a “Dunya”, a “All Aboard”. Quest’ultima, nel disco, allarga il ventaglio delle collaborazioni a Ben Harper (che ha registrato oltreoceano e verrà ricambiato da Faccini con un brano nel prossimo disco in uscita) e Abdelkebir Merchane, il maalem protagonista di uno dei gruppi gnawa più noti di Marrakesh fin dagli anni Settanta, gli Ouled Sidi H’Mou. I cori ed i ritmi gnawa danno la propulsione giusta a “All Aboard” per cantare le vie di uscita collettive alla crisi ecologica infondendo un senso di speranza, rafforzata dalla metafora dell’arca e della navigazione comune che nel video prende la forma di un disegno animato curato in ogni dettaglio, in linea con l’altra passione di Faccini, il disegno e la pittura. “Che dipinga o che suoni, l’idea di ascolto è la stessa” racconta il cantante e compositore che col nuovo album esplora la natura umana di fronte alle responsabilità verso il pianeta. “The Real Way Out”, il singolo che a gennaio ha lanciato “Shapes of the Fall”, gioca con l’immagine di un uccello che si mantiene in volo, mentre l’animazione sottolinea il dilemma che offrono i versi della canzone, la sfida impari del rapportare la grandezza dell’amore ad identità in costruzione, il desiderio di abbandonarsi alla caduta e quello di rinascita, “come il vento nella foglia, piegato nell’occhio della tempesta, il Nord al polo respinto e attratto”. “Se le mie canzoni fossero mappe, vorrei potessero stendersi dalle brughiere inglesi fino alle dune del Sahara attraverso le pianure del Mediterraneo” dice Faccini, nato a Londra in una famiglia dove si incrociano legami con l’Italia e con la cultura ebraica dell’Europa centrale, che da anni ha scelto di vivere in una vecchia fattoria occitana a Saint-Hippolyte du Fort, nella catena montuosa Cévennes nella Francia meridionale. Un luogo attraversato sia dalla luce dei monti, sia da quella del Mediterraneo. Il suo canale YouTube offre due live di introduzione al nuovo lavoro e quattro brevi video-documentari girati durante le registrazioni dei nuovi brani, cominciando con “They Will Gather No Seed” in cui spiega che ha dato forma a queste composizioni come se fossero “canti della Terra”, a volte di protesta rispetto alle distruzioni che l’umanità sta causando e che ne mettono a rischio la sua stessa sopravvivenza, riassunta nella dicotomia e della scelta fra caduta o volo: “Stiamo già vivendo la caduta, una sorta di collasso che è già in corso. Allo stesso tempo, volevo giocare con il mito del Giardino dell’Eden, attualizzarlo ai giorni nostri”. Una rivisitazione che chiama in causa modi maqam e ritmi gnawa, arabo-andalusi e salentini, ma anche la semplice malinconia di ballate in chiave folk-blues che offrono spazio alle sonorità dell’armonica e dell’oud, al sostegno dei cori. A dar man forte al gruppo giungono anche il batterista Simone Prattico e un incisivo quartetto d’archi arrangiato da Luc Suarez. A cucire in chiave di produzione una scaletta attenta sia all’energia sonora, sia alla dimensione meditativa è lo stesso Faccini in collaborazione con Fred Soulard. 


Alessio Surian

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