Il viaggio di una melodia

E’ risaputo: le canzoni ci fanno viaggiare. Ma viaggiano anche. Con balzi formidabili verso altrove inattesi, con sortilegi trasformano geografia e tempo in concetti del tutto relativi. Sono il delicato e fondamentale rapporto tra anima e vibrazioni, elevano lo spirito se chi le ascolta lo vuole perchè come sosteneva il filosofo danese Soren Kierkegaard: “la felicità è una porta che si apre dall’interno”. E’ così che ogni luogo possiede i suoi canti e i suoi suoni perfettamente armonizzati con l’ambiente, ci sono contadini e pastori per cui la musica non è differente dall’olio, dal formaggio o dal vino. Come mangiano, così cantano, incorporando le preziosità della natura, durezza compresa. “(Fair) Nottamun Town” è una canzone che è stata incisa dalla leggendaria cantante americana Jean Ritchie nel 1954, nel suo disco Elektra intitolato “Kentucky Mountain Songs”. La canzone fu scoperta in alcune località dei monti Appalachi ma in verità è assai più arcaica, probabilmente diffusa dall’Inghilterra, come ben sapevano gli antenati della famiglia della folk singer che provenivano anch’essi dalle isole britanniche. E’ una ballata molto popolare nella zona delle Midlands, particolarmente nel Nottinghamshire, Leicestershire, Southern Yorkshire e Northamptonshire, il che porta direttamente a supporre che la parola Nottamun sia in realtà semplicemente una contrazione di Nottingham. Inutile andarla a cercare sulle cartine geografiche, non esiste e non è mai esistita nemmeno in passato. Il testo, illogico e paradossale, risale  probabilmente all’epoca medievale e venne raccolto da Cecil Sharp direttamente dalle parenti (Una e Sabrina) di Jean Ritchie, intorno al 1917. 
La Città di Nottamun
Nella città di Nottamun nessuna anima guardava su, nessuna anima guardava su e nessuna guardava giù.
Nessuna anima guardava su e nessuna guardava giù per mostrarmi il cammino verso la bella città di Nottamun.
Cavalcavo un cavallo grigio, una giumenta roana, grigia criniera e coda grigia, una striscia verde sulla groppa. Grigia criniera e coda grigia, una striscia verde sulla groppa e non aveva addosso un pelo che non fosse nero come il carbone.
Rimase talmente immobile che mi scaraventò nel fango, mi strappò la pelle e mi ammaccò la camicia.
Dalla sella alla staffa sono salito di nuovo e sulle dieci dita dei piedi cavalcammo sulla pianura. 
Incontro il Re e la Regina e in più il loro séguito, cavalcando dietro e marciando davanti.
Arriva un tamburino nudo battendo un tamburo, coi talloni nel petto arriva a passo di marcia.
Ridevano e sorridevano e nessuna anima sembrava allegra, parlavano in continuazione e non dicevano una parola.
Mi comprai un quartino per scacciar via la gioia e per soffocare la polvere perché aveva piovuto tutto il giorno.
Mi misi a sedere su una calda pietra dura e gelata, diecimila intorno a me, eppure ero solo.
Ho preso il cappello in mano per tenermi la testa al caldo, diecimila annegarono, che non erano mai nati. 
Bob Dylan quando l’ascoltò a Londra da Bob Davemport, ne rimase folgorato, riprese tale e quale l’arrangiamento della Ritchie e in poco tempo, nel gennaio del 1963, ci scrisse sopra il testo originale della battagliera “Master of War”, sull’onda di un discorso pronunciato dall’ex Presidente Eisenhower un paio d’anni prima. Non era ancora un cantautore famoso ma credeva moltissimo nel valore di quello che componeva. Qualcuno dei suoi amici trovò enfatico e ingenuo parlare di quei guerrafondai di paglia per stereotipi ma era esattamente quello che pensavano milioni di giovani americani (e non solo) in quel terribile momento storico. Ad aprile dello stesso anno la incise nel disco “The Freewheelin”, creando un eterno capolavoro anti-militarista universale, che sarà ben presto tradotto ovunque. L’America era in piena guerra fredda, ad agosto ci sarà la grande marcia per i diritti a Washington dove Martin Luther King pronuncerà lo storico discorso contro il razzismo “I have a dream”, invocando pace tra bianchi e neri, a novembre John Kennedy verrà  assassinato a Dallas.
Padroni Della Guerra
Venite padroni della guerra, voi che costruite i grossi cannoni, voi che costruite gli aeroplani di morte, voi che costruite tutte le bombe, voi che vi nascondete dietro i muri, voi che vi nascondete dietro le scrivanie, voglio solo che sappiate che posso vedere attraverso le vostre maschere.
Voi che non avete mai fatto niente se non costruire per distruggere, giocate con il mio mondo come fosse il vostro giocattolino, mi mettete un fucile in mano e vi nascondete dai miei occhi e vi voltate e correte lontano quando volano le veloci pallottole.
Come Giuda dei tempi antichi mentite e ingannate, una guerra mondiale può essere vinta, volete che io creda ma io vedo attraverso i vostri occhi e vedo attraverso il vostro cervello come vedo attraverso l'acqua che scorre giù nella fogna.
Voi caricate le armi che altri dovranno sparare e poi vi sedete e guardate mentre il conto dei morti sale, vi nascondete nei vostri palazzi mentre il sangue dei giovani scorre dai loro corpi e viene sepolto nel fango. Avete causato la peggior paura che mai possa spargersi, la paura di portare figli in questo mondo, poiché minacciate il mio bambino non nato e senza nome, voi non valete il sangue  che vi scorre nelle vene.
Che cosa so io per parlare quando non è il mio turno? Direte che sono giovane, direte che non ne so abbastanza. Ma c'è una cosa che so anche se sono più giovane di voi: che perfino Gesù  non perdonerebbe quello che fate. Voglio farvi una domanda: il vostro denaro vale così tanto? Vi comprerà il perdono? Pensate che potrebbe? Io penso che scoprirete, quando la morte esigerà il pedaggio, che tutti i soldi che avete accumulato non serviranno a ricomprarvi l'anima.
E spero che moriate e che la vostra morte arrivi presto, seguirò la vostra bara in un pallido pomeriggio e guarderò mentre  vi calano giù nella fossa e starò sulla vostra tomba finché non sarò sicuro che siate morti. 
Dalla voce di Martin Carthy, Dylan apprese sempre a Londra, numerose altre canzoni tradizionali e, com’è noto, ripeté l’operazione eseguita con Nottamun Town in diversi altri pezzi, tutti con risultati sublimi e diventati famosissimi. Nell’ambito della musica tradizionale rivisitata inglese ci sono state in passato memorabili versioni di Nottamun Town: Shirley Collins/Davey Graham (Folk Roots, New Roots, 1964), Bert Jansch (Jack Orion, 1966), Fairport Convention (What We Did on Our Holidays, 1968). Più recentemente l’ipnotica canzone è stata magistralmente incisa anche dalla giovane Lady Maisery (Weave & Spin, 2011). Nottingham era la città di Robin Hood e al suo nord si trova la foresta di Sherwood. L'11 dicembre 2015 è stata nominata "Città della Letteratura" dall’ UNESCO, riscuotendo una eredità letteraria ricevuta tra gli altri, da Lord Byron, che era di origine normanna per discendenza paterna, provenendo dall’illustre famiglia dei Burun insediatasi in Inghilterra nell'XI° secolo. Nel 1643 fu il suo avo, Sir John Byron a stabilire la propria dimora a Newstead, nella contea di Nottingham. Il testo di Nottamun Town pare decisamente un nonsense ma potrebbe mascherare segreti e doppi sensi anche sessuali o demoniaci. La frase “mi misi a sedere su una calda pietra dura e gelata, con diecimila intorno a me, eppure ero solo” parrebbe riferirsi ad una scena che si svolge in un cimitero ma c’è chi sostiene che l’ispirazione a questa canzone possa provenire dalla Grande Pestilenza. Oppure dalle guerre civili inglesi del 1642-1651 perché il fatto che Carlo I° d'Inghilterra cingesse d’assedio Nottingham che faceva parte del proprio regno, può essere benissimo visto come tipico esempio del “Mondo Rovesciato Medioevale”. Nell’universo contadino arcaico ogni azione doveva essere svolta al momento giusto dell’anno e ciascuno partecipava al bene comune, fondamentale era anche la trasmissione delle conoscenze di generazione in generazione. In occasione della festa di Saturno, che era il dio della semina, per una giornata tutto doveva funzionare al contrario: non si potevano fare buoni affari, le attività solitamente proibite diventavano lecite, come ubriacarsi o giocare d’azzardo, gli schiavi venivano serviti dai padroni e uno scemo diventava re. I contadini tradizionali si dipingevano la faccia di nero, rendendosi irriconoscibili, vestivano cenci laceri ancora più del solito e diventavano Mummers. Con le loro scenette rappresentate pubblicamente di casa in casa, rammentavano che per ottenere i raccolti bisognava rivoltare le zolle con la vanga, in modo che ciò che prima era sopra ora fosse sotto e viceversa. Purtroppo nemmeno dalle biblioteche di Nottingham emergono certezze  riguardo alle origini della canzone. 
Molti credono che si tratti di un’antica "canzone magica" visto l’utilizzo dell’espediente degli enigmi, come nelle lontane rappresentazioni dei Mummers di Nottingham e anche alcune delle righe del testo avvalorerebbero effettivamente questa tesi, con i ripetuti mascheramenti e cambi d’immagine e di identità com’è tipico delle commedie. Lo storpiamento del nome richiama inoltre sia a Nottingham che a Mummers. Ma sono solo elucubrazioni ed è risaputo che le spiegazioni tolgono sempre agli indovinelli, il loro potere di magia e fortuna. Comunque la meritoria influenza seminata da Jean Ritchie non si ferma qui e nel 1970 germina sorprendentemente durante l’autobiografica composizione della funebre “Workingclass hero” ad opera di John Lennon, inserita nell’album “John Lennon/Plastic Ono Band”. Una discreta porzione melodica della voce e la progressione circolare degli accordi di chitarra acustica provengono direttamente da Nottamun Town. La canzone, che parla di alienazione, classismo e status sociali, è influenzata dall’allora neonata Terapia dell’Urlo Primitivo dello psicologo statunitense Arthur Janov e verrà magistralmente ripresa anche da Marianne Faithfull in "Broken English" nel 1979. 
Eroe Della Classe Operaia
Appena nato ti fanno sentire piccolo, non ti danno il tempo invece di dartelo tutto finché il dolore si fa così grande che non senti più nulla. Bisogna essere un eroe della classe operaia. Bisogna essere un eroe della classe operaia. 
Ti feriscono a casa e ti picchiano a scuola, ti odiano se sei intelligente e poi disprezzano gli stupidi fino a che non diventi così fottutamente matto da non riuscire a seguire le loro regole. Bisogna essere un eroe della classe operaia. Bisogna essere un eroe della classe operaia. 
Prima ti torturano e ti terrorizzano per venti assurdi anni, poi si aspettano che intraprendi una carriera cosicché non puoi funzionare davvero, tanto sei così terrorizzato. Bisogna essere un eroe della classe operaia. Bisogna essere un eroe della classe operaia. 
Ti tengono drogato con la religione, il sesso e la tele e tu pensi di essere così intelligente, senza casta, libero ma resti un fottuto zoticone, per quel che ne so. Bisogna essere un eroe della classe operaia. Bisogna essere un eroe della classe operaia. 
"C'è spazio in alto"  continuano a dirti "ma prima devi imparare a sorridere mentre uccidi se vuoi imparare ad essere come la gente lassù in cima”. Bisogna essere un eroe della classe operaia, bisogna essere un eroe della classe operaia.
Se vuoi essere un eroe, ebbene, seguimi. Se vuoi essere un eroe, ebbene, seguimi. 
Sei anni dopo, nel 1985, l’allora quasi trentenne cantautrice Mari Boine Persen inizia a proporre i suoi primi testi in lingua sami e tra questi utilizza la melodia di "Working Class Hero" di John Lennon per una canzone originale dal titolo “Ná darvánii jáhkku” (Così ero convinta). La inserisce nel lato B del suo esordio discografico "Jaskatvuođa Maŋŋá” (in lingua sami - “Etter Stillheten” in norvegese, “Dopo il Silenzio”). Il titolo dell’LP si riferisce al proprio passato silenzioso e rappresenta una presa di coscienza personale, un urlo di ribellione al suo “io” precedente. La canzone è un convinto e fiero omaggio alla propria lingua d’origine. Poi verranno “Gula Gula” e a seguire tutti i meritati  riconoscimenti al valore artistico della sua opera. Ma in quel momento sono le radici a guidarla. E per difendere le radici bisogna conoscerle al meglio perché sono loro che permettono di reggersi in piedi nell’esistenza, nelle siccità come sul ghiaccio. Nessun futuro può essere realmente afferrabile quando sei privato della linfa delle tue radici. Nella penisola scandinava, la Lapponia, territorio di centomila chilometri quadrati e di incerta definizione politica, è compresa tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Unione Sovietica. La parte svedese è un territorio attraversato da grandi fiumi che scorrono da nord-ovest a sud-est, quella finlandese invece è una pianura paludosa e lacustre. Il resto è praticamente ghiaccio perenne. La popolazione, minoranza etnica stretta tra simili grandi “Stati Sovrani”, vive una  condizione di inferiorità all’interno di queste società cosiddette “avanzate”. E anche i sami, come tutti i popoli indigeni terrestri hanno un fortissimo legame con il loro ambiente. L’obiettivo è la conservazione per chi si considera assolutamente parte della natura che li ha creati, per quel territorio che non rappresenta unicamente le basi della propria vita fisica ma anche di quella spirituale. Sorgenti, fiumi, montagne, foreste, vento e animali rivestono un ruolo centrale nella loro esistenza. Mari Boine oggi incarna e rappresenta la “sacerdotessa musicale” che dà voce poetica e canta questa “inferiorità”. La produzione a cura dell’allora neonata Real World, del disco “Gula Gula” risale al 1990 ma si tratta di una ristampa poiché il disco era uscito l’anno prima in Norvegia, presso la piccola etichetta “Idut”. 
Unitamente alla contemporanea e planetaria “scoperta” della World Music a cavallo tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta, offrì comunque visibilità a Mari Boine e rappresentò l’inizio di una carriera di qualità altissima per più di vent’anni. La cantante interpretava in varie occasioni live, già da qualche anno in Norvegia, la sua composizione Gula Gula in compagnia del quartetto di Jan Garbarek con Rainer Brüninghaus, Eberhard Weber e Marilyn Mazur e sempre in quel 1990 lo incisero ad Oslo negli studi della ECM (vedi CD “I Took Up The  Runes”)
Così ero convinta 
Quand’ero una bambina e ho iniziato la scuola non capivo una sola parola, quando ho iniziato a parlare norvegese, mi sentivo sciocca e infelice perché mi rendevo conto che la mia  lingua madre era inutile. Così ero convinta che un sami fosse cattivo.
E poi sono diventata grande e sono andata a vedere il mondo, non dicevo mai di essere una sami e ridevo assieme a tutti quelli che si facevano beffe dei sami anche se questo mi faceva star male. Così ero convinta che un sami fosse cattivo.
Ora provo a cercare ciò che fino ad ora ho perduto, la mia lingua non sembra più essere né il sami né il norvegese perciò dico a te, giovane sami:“Tieni cara la tua lingua perché la lingua è potere. E non credere più che un sami sia cattivo”
Testo e traduzioni a cura di Flavio Poltronieri

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