Giancane – Unplugged in San Lorenzo (Woodworm Label, 2020)

Nel caro, vecchio, commerciale giochino della tassonomia musicale, che tanto ci si ostina a portare avanti, un artista come Giancane viene inserito nell’enorme e vacuo calderone dell’indie. Perché, partendo dall’evidente presupposto che “indie”, a livello di genere musicale, non vada a significare un piffero di niente, è altrettanto evidente che uno come Giancane (lui è il protagonista del pezzo, ma il discorso dell’appartenenza all’indie sarebbe analogo per un Lucio Corsi o un Daniele Celona o una Margherita Vicario) una collocazione precisa ce l’ha, ed è in tutto e per tutto la canzone d’autore. O, quantomeno, la sua declinazione più punk, dove “punk” non racchiude, anche in questo caso, gli stilemi tecnici del genere, quanto piuttosto il modo di porsi e, in questo caso, di scrivere di quel genere. Giancane, al secolo Giancarlo Barbati, nello spazio di due album solisti (per il momento, lo specifico altrimenti poi pare un necrologio), è stato in grado di imprimere un segnale più che riconoscibile nel modo di concepire i testi e nel modo di scriverli. Ha creato una sua grammatica letteraria, fatta di una crudezza espressiva che pesca a piene mani da un parlato di strada, una lingua di tutti i giorni, molto poco formale e per nulla gratuita, che prende letteralmente a cazzotti tutto un velo di ipocrisia di facciata, squarciandolo con molta poca grazia. Oggi, vi raccontiamo “Unplugged in San Lorenzo”, il suo primo album dal vivo, registrazione di una data dello strano tour estivo del 2020. Il disco si apre con “Ciao, sono Giancane” tratta dall’esordio solista e proposta in una versione con due chitarre e pianoforte, supportate da un pattern ritmico di batteria, giocato su cassa, tom e tamburello. Nel ritornello il brano decolla su un ritmo in levare e una dinamica che ritroveremo spesso nel corso del disco. Un riff scatenato di chitarra apre “Vorrei essere te” (“Vorrei uscire il sabato e pippare cocaina/così potrei ballare fino a domenica mattina/O andare a quelle cene in piedi tanto ristochic/magari con le Birkenstock che fanno molto freak/Vorrei essere te così poi m’ammazzerei”), pezzo squarciato dai fraseggi di steel guitar. Si prosegue con “Hogan Blu”, scandita da un ritmo in levare, con la steel guitar che riproduce il riff che in studio era affidato alla fisarmonica: un arrangiamento che imprime al brano un colore casinista che non dispiace affatto e ne racchiude perfettamente lo spirito ironico caustico e tagliente. (Ho visto l’altro giorno un ritardato sul metrò/bomberino ghiaccio e cappellino di Salò/ parlava di cinesi, tradizioni ed autarchia/ ma il fatto fosse negro un po’ stonava, colpa mia”. Atmosfere hawaiane, merito della già citata steel guitar, contraddistinguono “La vita” che parte lento, per prendere velocità e ritmo nel corso dell’esecuzione. Tutt’altro discorso, invece, per “Ma tu no”, aperta da un indiavolato riff di chitarra, e che trova nel levare vorticoso del ritmo, contrappuntato dai fraseggi di steel guitar e chitarra, legato dalla linea di basso, la sua naturale dimensione. Un valore aggiunto sono i testi tutt’altro che banali come dimostra il verso: “Il mio amico è un poliziotto e malmena le persone/poi di colpo stranamente muoion di malnutrizione”. Il nucleo centrale del disco è costituito, a sorpresa, da tre cover: “The man who sold the world” di David Bowie interpretata dal chitarrista di Giancane, Alessio Lucchesi, in quello che viene definito “Momento Lucchesi”; una inaspettata “Riderà” come omaggio a Little Tony, e “Il mio migliore amico”, del romano Gabriel Emili, uno dei momenti più malinconici del concerto, per un brano che è un vero concentrato di vita quotidiana, disillusione ed ironia. A questo tris segue uno dei momenti più attesi del concerto, “Ipocondria (senza Rancore)”, “sigla” di quel momento ormai storicizzato come lockdown 2020, qui riarrangiata in una versione più dilatata e meno tempestosa, con il pianoforte a scandire le note dell’intro e le chitarre a sostenere la ritmica della canzone. Contraltare burrascoso è “Disagio”, estratto, come il precedente, dal secondo album del nostro, “Ansia e disagio”. Il solito levare scatenato incalza il ritmo, mentre la steel guitar si occupa di riff e fraseggi, su un pezzo in cui risalta, come sempre, il testo, sporco, politicamente scorretto e corrosivo, “Vorrei scendessi da quel pulpito/con fiori citazioni e verbi che non sai/ogni parola mi perfora lo stomaco/ dall’imbarazzo conto terzi che mi dai”. “Limone”, con la sua intro smaccatamente Stadio e la sua atmosfera da 80’s, si diverte a prendere in giro la nostalgia degli anni ’80, evidenziandone tutti i controsensi ed i lati oscursi (“Gli amori al mare e le feste sulla spiaggia/ la spada nella roccia e quelle nelle braccia”), in una canzone ritmicamente trainata dalle chitarre acustiche e col piano a dare colore e dinamismo. “Pare che dorme” è un concentrato di black humour in nemmeno due minuti, sorretto da un arpeggio di chitarra con un crescendo finale, che non fa altro che ripetere quel “Pare che dorme” quasi come un mantra, concludendo con un geniale “Ma era solo uno stronzo”. Chiude disco e concerto un must del repertorio giancaniano, l’immancabile “Vecchi di merda”, che è, come sempre, un terremoto di punk & cattive maniere, trascinato da un tappeto di tastiera che dilata il delirante levare del pezzo. Ci sono un paio di cose da notare in questo disco, entrambe causate dal nuovo vestito acustico dei pezzi, che potrebbero sembrare quasi in controtendenza, ma tan’è. Di primo acchito potrebbe sembrare che la necessità dell’acustico possa penalizzare alcuni pezzi, rendendo le dinamiche quasi uguali fra loro, o quantomeno intercambiabili. Il contraltare di questo punto è, però, che ci si concentra giocoforza di più sui testi, vero snodo della produzione di Giancane: tutta l’eversività poetica del nostro fuoriesce sicuramente più potente, in più si scorge un pizzico di malinconia, che permea alcuni testi ma che, ad arrangiamento elettrico, risulterebbe un po’ più difficile da scorgere. Nel complesso, stiamo parlando di una interessante summa poetica di una delle penne più caustiche e pungenti della nuova canzone d’autore nostrana. Insomma, se volete farvi un’idea di Giancane, siete nel posto giusto. 


Giuseppe Provenzano

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