Franco Battiato, un fottuto modernista

Il sintetizzatore aveva un nome da film di fantascienza: VCS3, si chiamava. Franco Battiato se ne era portati due dall’Inghilterra. All’inizio della sua fase sperimentale ne era come posseduto, ne dipendeva al punto da farne uso smodato, come si dice. Non c’era raduno pop che non lo vedesse all’opera - da solo o in gruppo - con i suoi suoni pre-mistici e ultra-sintetici. Duravano minuti. Diversi minuti a insistere su una nota sola. Più radicale di così. Erano quelli i tempi in cui si credeva un po’ a tutto, agli ufo come alla rivoluzione proletaria. Tra il pubblico qualcuno non gradiva, una parte invece ascoltava e rimuginava in silenzio, sforzandosi di cogliere il messaggio dietro la provocazione. Nessuno, a conti fatti, avrebbe però immaginato l’escalation di cui quel giovane capelluto dall’espressione immota e il look di vaga estrazione beat, si sarebbe di lì a poco reso protagonista. Quando lo sperimentatore sulle corde di Aries, pubblica “L’era del cinghiale bianco” (l’album della cosiddetta “svolta commerciale”) è il 1979. I sintetici Ottanta sono immanenti, e con loro il big bang di massa battiatesco: bandiere bianche, cuccurucucu paloma, e il milione di copie venduto da “La voce del padrone”. Da lì in avanti le tastiere mobili di Battiato, unitamente ai fraseggi classici, ai riff elettronici, agli esotismi, agli esoterismi, ai citazionismi dei suoi testi, diventano fenomenologia. L’impronta più felice del decennio che fugge. Il Battiato-touch contamina di sé modi di dire e dischi a seguire. 
A cominciare da quelli dei suoi adepti, protagonisti e comprimari della factory: dal fedele Giusto Pio al gineceo stellare dato da Alice, Mina e Giuni Russo (in primis). E’ tutt’altro che una storia inedita. A dirla tutta, quella di Franco Battiato e delle sue collaborazioni musicali sono una storia che comincia dall’inizio, e prosegue ben oltre gli anni in ispecie. Una storia piena di rivoli, ritorni, mise en abyme, produzioni, interscambi. Prima del sodalizio con Sgalambro e del quasi esclusivo concentrarsi su tematiche trascendenti, Battiato utilizza il pop come cavallo di Troia per scardinare i tic e le maglie sociali dell’ovvio. Dissacratore sui generis, refrattario ai diktat movimentisti anni Settanta, come agli abbagli individualisti del decennio dopo, Franco Battiato risulta capace di letture antropologiche, prima ancora che politiche, tra le più affilate del cantautorato dell’epoca. Paesaggi con vista su “un mondo moribondo”, testi antinomici, in filigrana, tanto alla ballata di protesta, quanto al vacuo didascalismo della canzone comune. Alla luce di ciò e prima di ogni altra cosa, Franco Battiato sarebbe dunque da considerarsi un autore etico. Etico e civile. In declinazioni talmente ampie, e autonome, e lucide da rendere l’apporto di Sgalambro (co-autore dei testi, dal 1995 in poi) nel complesso relativo. A un’analisi non concentrata esclusivamente sull’agiografia mistica di Battiato, dovrebbe apparire evidente come il radicalismo tagli e connoti per vie traverse il suo specifico. 
Pur mantenendosi avulsa da mire politiche, sollevazioni di classe, e non ambisca al tratteggio di un mondo nuovo (semmai di un uomo nuovo), concentrata com’è sulle contraddizioni della società contemporanea, la radicalità di Battiato, si alimenta, per altre vie, della carica destruens della canzone civile. L'uomo a dimensione unica, parimenti all’immiserito status quo di cui è preda, sono da sempre i bersagli mobili nel mirino di Battiato, sottotraccia agli sperimentalismi e ai pensieri associativi degli anni Settanta e alle ariette da canzone di consumo del decennio successivo (“Questa mia generazione vuole nuovi valori/E ho già sentito aria di rivoluzione/Ho già sentito gridare”; “Ti sei mai chiesto che funzione hai?; “E non è colpa mia se esistono i carnefici/se esiste l’imbecillità”; “Quante squallide figure che attraversano il paese/com’è misera la vita negli abusi di potere”). Tra critica e pubblico, come al solito, c’è chi ha capito e chi ha frainteso, investendo Battiato di detrazioni simili a quelle, un tempo, indirizzate a Gaber: disfattista, qualunquista, razzista. In alcuni casi persino reazionario e fascista. L’elemento ulteriore da ascrivere ai peana battiateschi sarebbe invece il seguente: l’’interesse relativo di Battiato per le cose di questo mondo non ne ha mai offuscato lo sguardo, né ha fatto di lui un artista ignavo o indifferente. Un artista consapevolmente controverso semmai. 
Provocatore. Algido. Dialettico. Sui generis. Un filino criptico nelle interviste (ma certi pippibaudi, dal canto loro…), idiosincratico all’ovvio, intollerante verso i luoghi comuni, diretti discendenti dalla “pigrizia intellettuale e l’afasia” di gucciniana memoria. E anche l’aggettivo “antimodernista” che spesso gli si affibbia(va), presta il fianco a clamorose smentite: “Sono un fottuto modernista - diceva lui stesso - Sono per salvare le tradizioni primigenie, che sono un respiro primordiale. Io sono legato a questo (…) Cambiare idea è un dovere e una necessità, e non un capriccio o una debolezza; è una crescita evolutiva. Un uomo deve cambiare idea, se non è contento di quello che è. Spesso ci sono persone contente di quello che sono perché non si sono affatto analizzate: magari uno è uno stronzo e continuerà a restare tale. È quando entra in campo la consapevolezza che subentra anche la crisi”. Post-cantautore negli anni dei cantautori, anti-marxista negli anni in cui era di moda dirsi marxisti, convinto creazionista (“Qualche scemo crede ancora che veniamo dalle scimmie”) al prezzo dell’impopolarità, Franco Battiato si è presentato ab origine come battitore libero, adeso a se stesso finanche alle proprie provocazioni/contraddizioni apparenti (“A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata/A Vivaldi l’uva passa/che mi dà più calorie”). Il fatto è questo, come, d’altro canto, che il suo integralismo ontologico libero-divergente non trova nè antesignani né eredi, né in canzone né altrove, in quanto prescindente da mode e consensi. Franco Battiato altri non è che Franco Battiato, quasi una tautologia. Chi lo ha amato lo ha seguito, fosse solo che per atto di fede. Non capita a tutti, e non è detto nemmeno che a lui importasse più di tanto. 


Mario Bonanno

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