Bombino – Live in Amsterdam (Partisan Records, 2020)

La musica è un continuo abbattimento di frontiere, già nel suo atto più ovvio, lo stesso suonare in gruppo. Spesso, proprio per questo motivo, diventa strumento di rivoluzione, anzi, più che strumento, diventa direttamente, e spesso inconsciamente, voce di rivoluzioni. Esempio storico, per dirne uno, “Zeca” Afonso e la sua “Grândola vila morena”, che si trovò ad essere colonna sonora della Rivoluzione dei Garofani portoghese. O Lluis Llach e “Campanades a morts” in Catalogna. Insomma, ci siamo capiti, credo. Parlavo del suonare in gruppo come abbattimento di frontiere, e da conferma pratica, qualora ce ne fosse bisogno, vogliamo ricordare Fela Kuti & Africa 70 (che poi divennero poi 80), che hanno avuto un ruolo e un rilievo mastodontici nello sviluppo – non solo musicale o, più largamente, culturale – dell’Africa: ma andiamo per gradi. L’operato di Kuti rappresentò per molti musicisti successivi uno snodo fondamentale nell'approccio alla materia musicale, la sua capacità di comporre puzzle musicali mettendo insieme a jazz e funk elementi propri della musica africana influenzò a livello formale schiere di musicisti suoi diretti discendenti nel modo di intendere e fare musica. Si tratta, anche in questo caso, di una rivoluzione di fatto, permeata da una viva e ribelle curiosità. Ovviamente da quello spirito lì nacquero nuove espressioni musicali, piene contemporaneamente di nuove visioni, primo fra tutti il cosiddetto “Desert blues”, perfetto punto di fusione fra elementi blues e rock e colori africani. Probabilmente si tratta di una naturale evoluzione di due generi se non fratelli quantomeno cugini, che nel loro largo utilizzo di semitoni nelle relative scale trovano più di un punto in comune. A farsi da pionieri del tishoumaren (o assouf, che dir si voglia), furono, già alla fine degli anni ’70, i maliani Farka Toure e poco dopo i Tinariwen. Successivamente, in anni recenti, a svettare sono altri quattro artisti, Fatoumata Diawara, sempre maliana, e i nigerini Mdou Moctar, Bombino e Les Filles de Illighadad. La provenienza geografica, come avrete notato, soprattutto maliana e nigerina, conferma una certa supremazia dell’area musicale Tuareg frutto, per l’appunto, della notorietà che soprattutto Bombino e la Diawara hanno ottenuto in questi ultimi anni. E proprio Bombino è il protagonista di questo articolo: sul finire dello scorso anno, il musicista, al secolo Goumar Almoctar, ha pubblicato il suo “Live in Amsterdam”, primo album live dopo ormai dodici anni di carriera e sei dischi in studio. “Live in Amsterdam” diventa, innanzitutto, un album storico per un motivo che tutta la band avrebbe voluto evitare: è l’ultima registrazione di Ilias Mohamed Alhassane, chitarrista ritmico dell’ensemble, morto qualche mese dopo, alla cui memoria Bombino ha, ovviamente, dedicato l’album. Album che, passando al dato musicale, diventa un perfetto breviario della carriera del nostro, panoramica perfetta della sua crescita artistica. Si parte da “Iyat na hay”, pezzo scritto da Ibrahim Ag Alhabib dei Tinariwen, che vede, ovviamente, una chitarra in primo piano, coadiuvata da una linea di basso appiccicosa come il sole sahariano. A seguire, tocca alla tempestosa “Azamane Tiliade”, trascinante già nella sua versione in studio (da “Nomad”), e che, fra le pieghe di un inizio tranquillo, nasconde un vortice di psichedelia in salsa africana, una scossa elettrica e sabbiosa, contraddistinta da una chitarra acidissima ed impazzita. Terza traccia è “Amidinine”, sempre da “Nomad”, album che per il nostro rappresenta un vero e proprio spartiacque, con un segnale abbastanza visibile in questo pezzo: la progressiva sostituzione del canto di rimando della classica formula del “botta e risposta”, solitamente affidato al coro femminile, con i fraseggi di chitarra, segnale di un progressivo avvicinamento a formule più marcatamente blues dei Sessanta e Settanta. Pezzo, questo qui, reso infuocato dal trascinante solo di chitarra, egregiamente sostenuto dal tappeto ritmico costituito da batteria e basso. Un affascinante arabesco elettrico apre “Midiwane”, brano sostenuto da una linea di basso caleidoscopica che si fa asse portante di tutta la composizione, segnata dagli strappi degli acuti della chitarra. “Tar Hani”, da “Agadez”, è il seme in nuce di una evoluzione che arriverà qualche album dopo, un brano in cui gli accenti in levare del reggae si fondono con le venature blues e con la lezione dei Tinariwen, che nella sua versione live si fa più vorticoso ed avvolgente. “Chatahat” mostra perfettamente i riferimenti chitarristici del nostro, fra i trip acidi di Hendrix, l’essenza incessante di Jimmy Page ed il fingerpicking alla Mark Knopfler, ma in salsa maghrebina. A seguire troviamo “Ahoulaguine Akaline”, che apriva il già citato “Agadez”, e che ha nel mantra di chitarra elettrica la sua colonna vertebrale, su cui le trame inarrestabili della sezione ritmica si trovano a loro perfetto agio. “Takamba” si apre con uno squarcio di chitarra elettrica che è una sferzata di ghibli, su cui lo slap del basso si monta secco come una pistolettata. Il pattern sabbioso dei piatti completa questa perfetta fotografia musicale del Nord Africa, in una canzone che, non a caso, è tratta da “Deran”, l’ultimo lavoro in studio del nostro, probabilmente quello più maturo, nel quale si nota un vero e proprio riavvicinamento al mondo africano. Terz’ultima traccia di questo live è “Timtar”, da “Azel”, altro album spartiacque nella carriera di Bombino: la progressiva ricerca musicale, che si conncretizza proprio in quel lavoro, porta, infatti, al tuareggae, genere di cui il chitarrista nigerino è un vero e proprio precursore. E per spiegare l’essenza del tuareggae basterebbe davvero sentire questo pezzo: accenti in levare, linea di basso atomica, quasi solista, ed un finale accelerato e sempre più ossessivo. Una intro affidata alla sola ritmica apre ad “Imajghane”, altro bell’esempio di fusione fra blues, reggae e musica araba, scandito dai fraseggi dell’elettrica e riempito dai vocalizzi del coro. Come ultima traccia non poteva mancare un omaggio ai Tinariwen, e infatti il riccioluto chitarrista e la sua band ci regalano “Chet Boughassa”, canzone contenuta in “Amassakoul”, in una versione più veloce, potente e vorticosa, nella quale le trame pazze della chitarra si fanno, scandite da cassa e piatti, tempesta di sabbia nel deserto, un mix strepitoso di virtuosismo e classe su sei corde. In conclusione, un live decisamente programmatico, in cui classe e potenza si mettono bene, fornendoci un ottimo approccio ad uno dei chitarristi più interessanti della sua generazione e ad un panorama musicale, quello del desert blues, in continua e costante evoluzione. 


Giuseppe Provenzano

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