Piero Brega – Mannaggia a me (Squilibri, 2020)

Architetto di professione e cantautore, Piero Brega ha intrapreso il suo percorso musicale negli anni Settanta con una intensa attività di registrazioni sul campo volta a riportare alla luce canti e musiche della tradizione laziale, per entrare successivamente nel Canzoniere del Lazio di cui fu fondatore e voce solista fino al 1976. Durante quei formidabili anni, contribuì alla nascita del Circolo Gianni Bosio con Alessandro Portelli, Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli, ma soprattutto con il gruppo diede vita ad uno straordinario itinerario di ricerca sonora. Sebbene il nome della formazione facesse presupporre una nuova realtà nel solco del folk revival di quegli anni, il prosieguo discografico dimostrò la lungimiranza e la visionarietà dei suoi componenti in grado di muoversi dalla musica tradizionale del Centro Italia che caratterizzava il primo album “Quando nascesti tune” per estendere i confini delle loro esplorazioni al prog, al jazz e all’avanguardia. Un sound inconfondibile che anticipava la stagione della world music e delle contaminazioni, e che divenne terreno fertile per le successive esperienze con Carnascialia e Malvasia. Piero Brega abbandona, poi, le scene per dedicarsi alla sua professione di architetto, firmando progetti importanti e di prestigio e dirigendo i lavori di costruzione della Moschea di Roma su progetto del Prof. Paolo Portoghesi. Nel 2004 avviene il ritorno sulla scena con quel vero e proprio gioiello che è “Come li viandanti”, il suo primo album come solista pubblicato da Il Manifesto che gli frutta il Premio Ciampi come opera prima. Cinque anni dopo, nel 2009, arriva il seguito “Fuori dal Paradiso” nel quale brilla in modo ancor più incisivo il suo approccio poetico nel raccontarsi e nel raccontare la realtà che ci circonda. A distanza dodici anni, Piero Brega ritorna con “Mannaggia a me”, album che per impostazione degli arrangiamenti si discosta dai precedenti per abbracciare un suono più elettrico ed incisivo a fare da cornice ad undici canzoni in cui canta di una Roma dolente e decadente, non nascondendo nonostante tutto il suo amore per la sua città. 
Abbiamo intervistato il cantautore per ripercorrere brevemente il suo cammino artistico e soffermarci su questo nuovo lavoro.

Partiamo da lontano, sei stato tra i protagonisti de Il Canzoniere del Lazio. Ci vuoi raccontare questa esperienza e in che misura le ricerche sulla musica tradizionale hanno lasciato il segno nel tuo approccio al songwriting?
Il Canzoniere del Lazio è stato un gruppo creato per studiare e riproporre la musica popolare registrata sul campo da Alessandro Portelli e fu anche l'occasione per emanciparmi dalla dipendenza dai miei genitori, trovarmi una casa per quanto misera dove iniziare la mia vita. Fu quindi un'esperienza globale per me ma anche per tutti gli altri. La musica popolare delle registrazioni di Portelli fu sottoposta via via a diverse operazioni. La prima fu il ricalco, la riproduzione più fedele possibile per quanto ci permetteva il nostro senso musicale e gli strumenti in dotazione. Il ricalco è la riproduzione più fedele possibile. Naturalmente ciò è un'utopia, ma molto utile per quanto impossibile. Per conoscere bene una musica devi essere in grado di riprodurla tale e quale per avvicinarti ad essa il più possibile. Portammo in giro nei teatrini e nei locali di Roma per un paio di anni questo approccio fotocopia. Ma fatto con leggerezza e ironia.

Come hai vissuto e quanto hai contribuito all'evoluzione della ricerca musicale da "Quando Nascesti Tune" agli album successivi de Il Canzoniere del Lazio?
Poi non ci bastò più e passammo alla seconda fase, isolare le parti salienti, farle diventare moduli da esaltare, ripetere, modificare. Quella musica ci chiedeva di essere completata da altre sonorità. Aggiungemmo una solida base ritmica di percussioni e basso e in seguito batteria e basso. Inventammo una sezione di fiati che doveva costituire l'omaggio alla zampogna: due sassofoni e violino, poi la chitarra elettrica. Io mi attenevo al modo di cantare antico, nato all'aperto, il modo pastorale e contadino. 
Ma cucivo insieme strofe diverse: la tarantella dei baraccati (nel disco di Portelli sulla lotta per la casa) si sposava con Abballati abballati fimmini schitti e maritati, un saltarello siciliano. Poi provai a riprodurre un alterco tra moglie e marito che ascoltai in borgata, a Prima Porta, dove abitavo allora. Era anche questa per me canzone popolare, cronaca di vita vissuta, il personale che diventa politico. Così ho cominciato a scrivere ciò che vedevo intorno a me. C'è voluto del tempo e passare da alcune piccole perle fortunate (come "Sali sole", "Tuscolana") a una quantità di buchi nell'acqua. L’importante è continuare a fare.

Il Canzoniere del Lazio nacque anche con lo scopo di far conoscere al pubblico la cultura popolare. A distanza di quasi cinquant'anni come è cambiata la percezione verso la musica tradizionale?
Secondo me la nostra operazione è in parte riuscita. Oggi la musica popolare è più conosciuta anche grazie a noi. Ma non siamo certo stati i soli. Ma un certo mondo piccolo borghese pensa sempre che il canto popolare è inascoltabile, noioso, inutile. Continua cioè a negare le proprie origini.

Proseguendo il nostro flashback, vorrei soffermarmi sul progetto Carnascialia, un lavoro che ha rappresentato una avanguardia importante verso l'approdo alla world negli anni successivi. Nel disco dei Carnascialia era contenuto uno dei tuoi brani più emblematici "Canzone numero uno" che hai riproposo anche in "Come li viandanti"...
Fu il secondo capitolo dopo il Canzoniere. Minieri mi agganciò. Mi disse: Dobbiamo far conoscere la tarantella, il suo ritmo lento e insistente che può crescere di velocità o rallentare. Dobbiamo raccontare come cattura il battito cardiaco e riesce a farlo diminuire di frequenza e intensità, a curare. 
Pasquale Minieri aveva i primi versi: “Mamma mia, sono sull’orlo della pazzia, spirito giusto, spirito bono, damme ‘na mano sennò me moro”. Da li sono partito con una storia che avevo vissuto al tempo del Canzoniere. Fu una congestione paralizzante che mi prese, ero paralizzato. andammo al pronto soccorso e mi fecero un’iniezione di non so che. Era di pomeriggio e la sera avevamo un concerto in piazza. Mi feci forza e andai ma ero più morto che vivo. Nel corso del concerto ripresi vita non so come. Dentro la canzone ci misi il fatto e lo condii con qualche immagine presa altrove, la carta dei tarocchi coi cani che cantano alla luna, il ballo tondo di Orgosolo, la stella cadente che avevo visto l’estate prima.

La collaborazione in studio con Enzo Pietropaoli ha dato ottimi frutti: come avete cominciato a lavorare insieme e che influenza ha avuto il suo lavoro sul modo di produrre i tuoi lavori discografici?
Sentendo alla radio proprio la Canzone numero uno mi chiamò Roberto Gatto che era in auto con Enzo Pietropaoli e volle che la cantassi nel suo disco “L’avventura”. Fu così che conobbi Enzo Pietropaoli. Mi colpì la sua musicalità, la sua personalità. Lo suggerii a Peter Quell, il produttore del CD “Come li viandanti”. Enzo Pietropaoli fu superiore alle nostre aspettative in quanto a generosità e impegno, sono onorato della sua stima. Si prodigò in arrangiamenti di grande respiro e portò in studio musicisti come Paolo Fresu, Antonello Salis…

Veniamo ora a "Mannaggia a me", disco che arriva dopo oltre dieci anni dalla pubblicazione di "Fuori dal paradiso". Una pausa discografica lunga nella quale però non hai smesso di fare concerti, oltre che di curare la tua attività con il Circolo Gianni Bosio...
Quando all’inizio degli ottanta la musica di base fu esiliata mi ritrovai che le mie canzoni non interessavano nessuno. Alla Polygram, a Milano, feci un’anticamera di due giorni e la cassetta che conteneva otto pezzi nuovi non l’ascoltarono. Non c’era stato tempo. Me la ripresi. Tornai a Roma stupito che non avessero ascoltato quello che aveva fatto per loro con la Canzone n 1. Per me l’industria discografica poteva fottersi. Lavoravo in teatro con Carlo Quartucci e Carla Tatò, Jannis Kounellis, poi Renato Mambor. Poi di nuovo Giovanna Marini. Il Circolo Bosio era un sogno che Alessandro Portelli riuscì a realizzare e mettemmo su una scuola di musica nel quartiere popolare di San Lorenzo. Io gli detti una mano e lui così fece con me. Dopo la morte di mio fratello Marco nel novantadue ripresi a scrivere canzoni e andare in giro a cantarle. In duo con Adriano Martire il pianista dell’albero Motore, oppure da solo, poi con Oretta. Poi inventai Garibaldi in un teatro canzone, poi il teatro a Tor Sapienza dove recitavo con la chitarra al collo in tre racconti romani di Moravia, ne ho fatte di cotte e di crude.

Quali sono le differenze sostanziali tra questo nuovo album e le tue precedenti produzioni?
La differenza principale è che il disco è stato suonato e registrato dal vivo, complice Pasquale Minieri. E’ il suono di una band che si può riprodurre dal vivo. L’altra differenza con gli album precedenti è forse una maggior maturità.

Il gruppo di strumentisti che ti accompagnano, tra cui spicca Pasquale Minieri con cui ha condiviso più di un’esperienza musicale, è nato da uno spettacolo su Bob Dylan. Ci puoi raccontare questo incontro?
Bob Dylan fa parte dei miei vizi. Il chitarrista Ludovico Piccinini mi è compagno in questo. Pasquale Minieri mi ha dato buoni consigli in sala, Con Luciano Francisci abbiamo fatto Carnascialia e tanto anche prima. Con Oretta Orengo cantavamo insieme quando era all’inizio dell’oboe poi l’ho rincontrata che s’era diplomata da tempo e quando sentii il suono del corno inglese arrivò il tempo di metter mano al secondo CD, Fuori dal paradiso, dove c’era già la batteria di Piero Fortezza. Il bassista, ha detto Ludovico Piccinini, lo porto io. Sapevo che potevo fidarmi e infatti sentitelo, Emanuele Marzi, nel disco. Giovanna ha detto: “anvedi questo”. Anvedi è una parola romana di ammirata sorpresa
 
Quanto è stato determinante il contributo del gruppo nella caratterizzazione del suono? Come si è indirizzato il vostro lavoro di arrangiamento dei brani?
Il suono del disco viene da entusiasmanti e travolgenti prove mentre gli arrangiamenti sono alcuni di Piccinini e altri di Francisci. Io suggerivo, tacevo, assistevo allo smontaggio, alla polverizzazione dei miei amati brani che tutti pigliavano a mazzate. Mi sentivo invaso, denudato. Ma ho taciuto, ho pazientato, mi sono umilmente piegato. Questa è stata la mia virtù. Ho meritato così di assistere alla risurrezione delle canzoni, ora più splendenti grazie ai miei compagni di musica. Poi c’è il brano Gelosia che ho costruito e suonato in solitudine.

Durante l'ascolto mi ha colpito molto il brano che apre il disco "Il sorriso di un pensatore" in cui canti “Ma che gli passa per la testa? Cosa darei per sapere che mondo si nasconde dietro ai suoi occhi”. Come nasce questo brano?
Nasce da un incontro occasionale, incrociai un barbone che mi guardò sorridendo. Tutta la canzone me la disse con uno sguardo. Potrebbe capitare anche a me, pensai. Questo mi permise di vivere in anticipo il mio ipotetico futuro da dropout.

In "Triangoli quadrati" racconti la storia di un musicista vittima del suo manager. Storie di ordinaria vita artistica...
Erano i primi anni Ottanta e lavoravo con Renato Mambor, il pittore concettuale che oltre alla sua pittura costruiva performances teatrali. Questa si chiamava L’albero inutile. Eravamo noi due in scena. Lui era un cinico manager che spingeva al successo un ingenuo cantante. In quel contesto è nata Triangoli quadrati, una canzone che attinge alle mie esperienze conflittuali coll’industria musicale con una vena di follia.

"Mannaggia a me" descrivi gli ultimi, il popolo della Stazione Termini. Un quadro toccante che proponi nel contrasto con una struttura musicale trascinante...
Anche qui si tratta di una fotografia. Tre diseredati sotto la stazione che di prima mattina si passano una bottiglia, uno urla bestemmie contro il muro, un altro lo zittisce, un altro in sedia a rotelle con una benda macchiata di sangue al ginocchio e la gamba che manca. La scala mobile davanti a loro viene in giù, loro vogliono salire, è la goccia che ha fatto sbroccare quello alto magro e sporco. Il pezzo è mio, il ritmo pure. Il riff è di Adriano Martire e io glie l’ho rubato nelle prime prove tra noi. Quasi tutte le canzoni già dal primo disco sono state suonate da noi due. il riff fu lui a trovarlo, io lo doppiai per rafforzarlo, perché non fosse dimenticato. 
Non gradì, mollò quel riff per andare a cercare altro e non disse niente. eravamo un bel duo di chitarre, dal vivo. Poi lui s’è stufato di uscire di casa.

"Strada Scura" apre uno spaccato sulla cronaca con la libreria incendiata a Centocelle. Come è cambiata la tua Roma negli anni? I suoi tratti poetici sembrano aver lasciato posto ad una latente cattiveria...
Tutto coesiste: la bellezza, l’inganno, il furto, il miracolo, il destino. "Uno splendido caos" come il titolo di un libro di racconti che ho pubblicato per Stampa Alternativa. Roma è più cattiva? La cattiveria è sempre cattiveria, cambia solo forma. Quando ci colpisce la vediamo meglio.

Quanto c'è di autobiografico in "Sono un vecchio marinaio senza mare"...
Il vecchio marinaio è la nostalgia di Adriano Martire e la mia sommate insieme, personificate in un marinaio cui manca il mare. La struttura originaria è la sua, io ho innestato due strofe, aggiunto una variante del riff, il marinaio senza mare è un’invenzione di Martire ma io ci sono dentro. Mio padre era proprio quello, un vecchio marinaio senza mare.

"Tempo Arido" arriva dal passato. Com'è nata l'idea di riprenderlo?
Era in sette ottavi, una pessimistica canzone della prima giovinezza che parlava di solitudine. Aveva qualcosa dentro e l’ho rivista ogni tanto nel corso di più di cinquant’anni senza capire cosa fosse. Poi è arrivata la pandemia a darle un senso e l’ho riscritta. In mano a Piccinini 

Altra ripresa è "San Basilio" che avevi già inciso in "Come li viandanti". Ci puoi raccontare questo brano?
La storia della peccatrice è stata scritta da Jacopo da Varagine nella "Leggenda Aurea", nel milleduecento dove si racconta che il perdono non arriva con una semplice assoluzione. Aggiunngo che nonn l’ha innvenntato la chiesa, era già nell’impero romano.Ho utilizzato il metro dell’ottava epica spostandola in tonalità maggiore. Nel traghettarla dal precedente disco è stata filtrata dall’arrangiamento di Ludo Piccinini, è diventata in blues sontuoso, come la storia merita.

Chiude il disco la riflessiva "Centomila pensieri fuggono". Com'è nato questo brano?
Una certa parte del cervello è nascosta alla coscienza. I nostri pensieri migliori si tengono alla larga, a loro non piace d’esser sprecati per l’emergenza del momento. Naturalmente è un ragionamento raccontato per immagini: cavalli che fuggono, un misterioso giovinetto che a un certo punto deve andare. Un vecchio. Eccomi, sono io nel valzer della solitudine.

Concludiamo con una curiosità. Che musica ascolta oggi Piero Brega?
L’oboe di Oretta che al piano di sopra suona Mozart, Telemann, Hindemit. Mi piace la chitarra barocca di Rosario Cicero, tra i cantautori Canio Loguercio, i fratelli Mancuso, Bob Dylan degli anni Ottanta e Novanta, amo le parolacce di Frank Zappa, il J S Bach che cerco di decifrare con la chitarra.


Salvatore Esposito e Alessio Surian

Piero Brega – Mannaggia a me (Squilibri, 2020)
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Nell’arco di sedici anni dal suo ritorno discografico come solista, Piero Brega ha dato alle stampe solo tre album e laddove ciò può sembrare apparentemente come un sinonimo di scarsa prolificità, va detto che al contrario ogni sua opera è il frutto di un lavoro meditato che affonda le radici in una ispirazione poetica sempre viva e vibrante. Il cantautore romano è insomma uno che fa dischi quando è necessario, quando è il momento giusto perché le sue canzoni raggiungano il suo pubblico e non già per abbeverare il proprio e per specchiarsi nell’autoreferenzialità di un disco all’anno. Non ci sorprende, dunque, che “Mannaggia a me”, il suo nuovo album arrivi a dodici anni di distanza dal precedente, così come non ci ha stupito il suo cambio di passo a livello musicale, un cambio di direzione anche quello ragionato e maturato sul campo o meglio sul palco. Nelle note di copertina, Piero Brega ci racconta di essersi recato a casa di Giovanna Marini per farle ascoltare il master del nuovo disco e nell’occasione intervistarla per raccoglierne le impressioni. Dopo un ascolto attento, trascorso commentando ogni traccia, la Marini gli dice: “Erano anni che non ti sentivo, Piero, erano anni ma mi ricordo bene perché tu avevi una voce impressionante, con un’energia densa, carica di pensiero, di emozioni, di cose non dette, di silenzi. Ora ti ritrovo con una crescita musicale straordinaria”. Se al primo ascolto “Mannaggia a me” appare di non semplice fruizione, tuttavia pian piano il disco si apre svelandoci undici brani di grande spessore non solo prettamente lirico, ma anche sotto il profilo degli arrangiamenti con architetture sonore perfette, curate da Pasquale Minieri già con il cantautore romano nel Canzoniere del Lazio e Carnascialia. In questo senso fondamentale ci sembra il contributo di Oretta Orengo (oboe, corno inglese, canto) che da lungo tempo condivide vita e palco con Piero Brega (voce e chitarra) a cui si sono aggiunti Ludovico Piccinini (chitarre, charango), Emanuele Marzi (basso), Piero Fortezza (batteria), Luciano Francisci (fisarmonica), a comporre una formazione versatile in grado di muoversi con agilità dalla musica popolare al blues, dal pop allo stornello. Dal punto di vista poetico, il cantautore romano si conferma un autore di canzoni dallo sguardo attento in grado di produrre istantanee sonore piene di suggestioni, scene di vita quotidiana toccanti in spesso protagonisti sono gli ultimi. Chi ha nel cuore e nella mente le note di “Uno evviva Giordano Bruno” o “Su comunisti della Capitale” troverà certamente meno impeto in queste nuove canzoni, ma in compenso c’è tanta poesia. Brano dopo brano emerge il tratto autobiografico come l’esigenza di cantare la sua Roma tra chiaroscuri e contraddizioni. Registrato tra luglio ed agosto 2020 nello studio Minieri a Calvi nell’Umbria, il disco si apre con “Il sorriso del pensatore”, il ritratto di un clochard in cui l’autore finisce per specchiarsi. Si prosegue con la tagliente “Triangoli quadrati” in cui si canta delle angherie di un manager nei confronti di un artista, ma il vertice del disco arriva con la title-track in cui viene descritta con impressionante realismo una lite tra barboni davanti alla Stazione Termini. Il suono assume tratti rock-blues con “Strada Scura” nella quale si canta dell’incendio della libreria “La pecora elettrica”, presidio di cultura nella periferia di Roma a Centocelle, e di una pizzeria a Prima Porta. Se in “Gelosia” al centro della scena c’è una riflessione sui rapporti di coppia, le successive “Sono un vecchio marinaio senza mare” e “In mezzo al mare” aprono uno spaccato sulla dimensione autobiografica del disco. Il gustoso swing di “Tempo arido” ci introduce alla gustosa versione elettrica di San Basilio che ci accompagna verso il finale con le poetiche e riflessive “Dal lago della giovinezza” e “Centomila pensieri fuggono” che suggellano un album appassionante che non mancherà di sorprendere gli ascoltatori più attenti.


Salvatore Esposito

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