Eugenio Bennato con Le Voci del Sud – Qualcuno sulla terra (Sponda Sud, 2020)

C’è sempre un gran bisogno di raccontare musica resistente, musica vera, genuina, che esiste (e resiste) per una necessità comunicativa. Spesso il folk incarna alla perfezione questo andare in direzione ostinata e contraria, già solo per il suo farsi memoria storica e culturale del dialetto, quale che esso sia. Di questa tradizione di musica resistente, uno come Eugenio Bennato è uno dei padri nobili. Nuova Compagnia di Canto Popolare, Musicanova e, da quasi trent’anni, una carriera solista che lo ha portato ad essere fra i fondatori del movimento TarantaPower e ad incidere quattordici album. E proprio il quattordicesimo è quello che ci interessa e che andremo a raccontare. Si tratta di “Qualcuno sulla terra”, album pubblicato lo scorso anno, nel quale, lo diciamo da subito, Bennato fa quasi da mastro concertatore, dirigendo alla grande le Voci del Sud, sestetto di voci (Laura Cuomo, Letizia D’Angelo, Francesco Luongo, Edo Cartolano, Daniela Dentato, Angela Plaitano) che traina l’intero album. Ritengo che la voce sia un elemento determinante nell’economia di un brano di impostazione folk, e questo album lo sottolinea in modo evidente. Siamo, infatti, di fronte ad un lavoro in cui le voci si incrociano e si intrecciano per tutta la durata del racconto, valorizzandolo in tensione interpretativa e risultando quanto mai immaginifiche. Ma andiamo con ordine. “Qualcuno sulla terra” è un concept album (dieci pezzi, sette inediti più “A Sud di Mozart”, suite che chiude il disco composta da Bennato e da Carlo D’Angiò) che racconta della Creazione, e lo fa in modo talmente interessante e talmente contemporanea da potersi definire, a tutti gli effetti, come un’opera di musica colta, a tratti filosofica. Un tappeto di chitarra, che ben si sposa con un pattern ritmico meno infuocato rispetto alle precedenti produzioni del cantautore campano, fa da struttura a “L’Amore muove la luna”, brano che è un vero inno all’amore, sorretto dalla voce di Bennato e colorato dalle entrate delle voci femminili del coro di cui sopra, in un incontro molto elegante. Su “Fiat lux”, tempestoso racconto della Creazione, troviamo degli stilemi più strettamente mediterranei, in un pezzo che sa molto di NCCP, guidato dal bouzouki, a sua volta incalzato dalle percussioni, in una originale prova di canto cumulativo, il cui incedere marcato ed incessante è ben rappresentato dai cori sul ritornello, che nel loro incastro vocale riescono ad essere quanto mai evocativi. “L’Arca di Noè” è, probabilmente, la chiave dell’intero lavoro, con i versi: “Così va il mondo, così va il mare/Il pesce grande si continua a mangiare/il pesce piccolo prova a pensare/qual è quello squalo che più squalo non c’è”. Interessante, in questo caso, è la linea di basso, vero cambio di rotta in un brano costruito su bouzouki e percussioni. Si prosegue con “Kifaya”, termine che in arabo significa “Basta”, ma che è anche il nome di un movimento politico egiziano nato nel 2004 e fondamentale per la cacciata di Mubarak durante la Primavera Araba. Praticamente una trasposizione storica in tempi moderni delle vicende di Davide e Golia, accompagnata da un bel pattern di percussioni, fra le quali svetta una darbuka, da un bouzouki e da un basso vorticoso per la parte ritmica e da una chitarra elettrica in palm-muting a contrappuntare. “Ballata di una madre” (“Così come gira il mondo/ che la fortuna lo fa sognare/ che la ricchezza lo fa impazzire/ che la sua arte lo fa volare/ dai bassifondi del malaffare”) è una delle vette più alte del disco, un pezzo denso ed intenso, scandito da un arpeggio di bouzouki e chitarra battente e dilatato dagli splendidi cori di sottofondo. “Non c’è ragione” (“Ma dietro il ferro che incatena un uomo/ e nega la sua libertà/ non c’è ragione, non c’è ragione”) torna prepotente ad uno stile profondamente da Bennato, con un ritmo marcatissimo, segnato da un basso incisivo e profondo, una parte acustica a trainare la ritmica e un interessante muro elettrico di sottofondo. Notevole l’incontro con il coro, elegante elemento di ulteriore movimento al pezzo. La title-track, (“Per esserci il progresso/ci dev’essere un pensiero/e qualcuno sulla Terra/ che non smette di pensare”) ultimo inedito del lavoro, vede la partecipazione di Pietra Montecorvino alla voce. Pietra è talmente blues da riuscire a far diventare un pezzo che di blues ha poco, sporca il pezzo, lo rende vivo e pulsante. Il suo graffiato si sposa con l’eleganza del coro, creando un contraltare perfetto, mentre una chitarra battente sostiene il pezzo. Infine, doverosa menzione per la suite in tre tempi “A Sud di Mozart”, che sposta il lavoro verso un afflato quasi cameristico. Il primo tempo, “Corale”, è un meraviglioso e continuo inseguimento fra le voci del coro, con gli ingressi della chitarra elettrica in sottofondo che squarciano in due l’atmosfera. Il secondo tempo, “Opera Buffa” è quello che più di tutto si avvicina a stilemi cameristici, con una sezione archi ed una sezione fiati, e col tamburo a fare da unico aggancio al mondo popolare. Il terzo ed ultimo movimento è un incontro intrigantissimo fra il mondo classico e la tarantella, incontro che avviene grazie ad un piano scatenato e ad una sezione di archi tempestosa ed incontenibile, con il capolavoro finale del coro che letteralmente canta le note della composizione: alta classe. Per concludere, ci troviamo davanti a quello che è forse il capitolo più raffinato della costante ricerca musicale e culturale di Eugenio Bennato, un lavoro elegante ma che non si allontana affatto, quantomeno a livello concettuale, dalle atmosfere infuocate della sua amata taranta. Un lavoro nel quale spicca la sua opera di regia: non canta molto, ma dirige, indica la strada, tira le fila del discorso. Non è l’attaccante che butta la palla dentro, è il fantasista raffinato che fa l’assist. Ed il suo grande pregio è che questa enorme capacità di regia si materializza anche nello scrivere, nel raccontare la sua storia, che è un po’ la storia di tutti noi. Perché “La storia non è solo storia di martiri e di eroi, ma piccolo grande racconto. E dietro ogni storia di pace e ogni storia di guerra, c’è sempre qualcuno di noi, qualcuno sulla Terra.” 


Giuseppe Provenzano

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