Gianni Lenoci Trio – Wild Geese (DodiciLune/I.R.D., 2020)

Pianista, compositore e didatta tra i più apprezzati in Italia, Gianni Lenoci è scomparso prematuramente il 30 settembre 2019 lasciando un grande vuoto nella scena jazz nazionale già orfana di straordinari musicisti come Massimo Urbani, Luca Flores e Aldo Bassi. Ad un anno di distanza dalla sua morte DodiciLune ha dato alle stampe “Wild Gees”, l’album più intenso e compiuto della sua produzione musicale, una sorta di statement artistico che il destino beffardo ha voluto che uscisse postumo. Registrato in presa diretta il 23 novembre 2017 agli Waveahead Studio, nella sua Monopoli, il disco vede il pianista pugliese affiancato da due eccellenti strumentisti come Pasquale Gadaleta al contrabbasso e Ra Kalam Bob Moses alla batteria, già protagonista di innumerevoli collaborazioni dagli anni Sessanta ad oggi. Si tratta di un lavoro di straordinario spessore artistico che riscrive i canoni del piano trio e ruota intorno al repertorio che Gianni Lenoci amava maggiormente quello di Ornette Coleman e di Carla Bley che studiava e riadattava spesso per pianoforte. Significativo a cogliere il senso profondo dell’album è il titolo, in cui è citata una poesia del Premio Pulitzer Mary Oliver, in cui “Le oche selvagge” diventano in musica una metafora di libertà creativa, la stessa alla base del linguaggio sonoro di Lenoci in cui la melodia è al centro delle strutture armoniche con il pianoforte sorretto in modo impeccabile dalla sezione ritmica. Dal punto di vista dialogico, il disco esplora nuovi itinerari sonori, esaltando non solo l’interplay tra la voce melodica e la sezione ritmica, ma anche quei vuoti chiaroscurali che rappresentano una parte consistente del tutto. Composto da nove brani, equamente scelti dal repertorio di Carla Bley e Ornette Colemann, con l’aggiunta di una composizione di Gary Peacock. Aperto da una fascinosa rilettura della ballad “And Now, The Queen” della Bley nella quale giganteggia la trama melodica disegnata dal pianoforte di Lenoci, il disco entra nel vivo con “Job Mor” di Coleman ma soprattutto con la magistrale resa della bleyana Vashkar. Il vertice del disco arriva con gli undici minuti della sontuosa “Sleep Talking”, registrata da Coleman per “Sound Grammar” del 2006, e qui riproposta in una versione bluesy di rara bellezza con l’intro di batteria di Bob Moses e la perfetta costruzione del tema a cui concorrono il piano di Lenoci e il contrabbasso di Gadaleta. Si prosegue con la riflessiva “Olhos de gato” di Carla Bley che fa da preludio alla ballad “Latin Genetics” di Ornette Coleman che il pianista pugliese rede in un crescendo sinuoso ed accattivante. Dal songbook di Gary Peacock arriva “Moor” ma è solo un momento perché ad irrompere, poi, è “The Beauty is a rare thing” di Coleman, pubblicata nel 1960 su “This is our music” che procede per nove minuti di pura magia schiudendoci le porte al finale con “Ida Lupino”, gustosa composizione di Carla Bley che chiude un disco di straordinaria bellezza, uno dei migliori album usciti nella scena jazz italiana nell’ultimo ventennio. 


Salvatore Esposito

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