Frank London – Ghetto Songs (Felmay, 2021)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Trionfa ancora una volta la sorprendente e sovversiva poetica musicale di Frank London (direzione musicale e tromba), che nel corso della sua splendida carriera è passato dalle memorabili creazioni con i Klezmatics alla folgorante follia sonora dei Klezmer Brass Allstars di “Carnival Conspiracy”, dall’opera yiddish “Hatuey Memory of Fire” allo scavo mitteleuropeo di “Jewish Music from Astro-Hungary” con la Glass House Orchestra, dall’opera folk yiddish “A Night In The Old Marketplace” alle musiche per “A Dybbuk” di Tony Kushner. E qui ci fermiamo, perché l’elenco di riconoscimenti, l’errabondo e prestigioso viaggiare tra il dispiegarsi di note e di grandi collaborazioni del trombettista potrebbero continuare a lungo, sempre andando di pari passo con il suo spirito di agitatore visionario, libertario e radicale combinando con il concetto ebraico del tiqqun ‘olam (“Guarire il Mondo”). Inizialmente, “Ghetto Songs” è stato concepito come un’esplorazione creativa delle tradizioni della Venezia ebraica commissionata da Beit Venezia, Casa della Cultura Ebraica, per commemorare il cinquecentenario dalla nascita del ghetto nel 2016, che si è tradotto nella messa in scena del “Mercante di Venezia” nella città lagunare e in un concerto altrettanto memorabile tre anni dopo. Se la segregazione delle comunità ebraiche precede l’origine del termine, la parola “ghetto” nasce proprio dal veneziano “ghèto” o “geto”, con il significato di una fonderia dove si gettava il metallo. In quell’area circostante si stabilirono gli ebrei. Dal sedicesimo secolo in poi la parola si diffonde indicando non solo gli insediamenti delle comunità giudee, ma per estensione anche i luoghi di residenze di comunità sociali emarginate o di minoranze etniche politicamente svantaggiate. 
Il progetto “Ghetto Songs” si è trasformato in un album, che è una costellazione di mappe sonore che attraversano secoli e generi, alti e bassi, profani e religiosi, portandoci in viaggio da Venezia a Mantova , da Cracovia a Varsavia, dalle “Mellah” marocchine a New York e fino a Città del Capo. Da navigato arrangiatore e direttore, London tesse la tela sonora, mettendo in programma dodici brani, il cui punto di forza sono, anzitutto, le voci di Cantor Sveta Kundish, dotata interprete di origine ucraina, del chazzan americano Yaakov ‘Yanky’ Lemmer, del tenore libanese-americano Karim Sulayman. Altro merito è la presenza di una band di sei formidabili elementi, dove incontriamo la chitarra di Brandon Ross, il violoncello di Marika Hughes, la fisarmonica, il piano e l’organo di Ilya Shneyveys, l’’ūd e il violino di Rachid Halihal, il basso di Greg August e le percussioni di Kenny Wollesen. Si parte dalla Venezia di “Amore an”, un testo di Angelo Beolco (conosciuto come Ruzante) che indossa un baldanzoso vestito à la Nino Rota per passare - restando in epoca rinascimentale – al madrigale “O dolcezz’amarissime”, per le voci di Kundish e Sulayman, un testo del compositore e organista Luzzasco Luzzaschi e musiche di Salomone de’ Rossi, compositore alla corte dei Gonzaga ma attivo anche a Venezia. La frenesia della tromba lirica e danzante di London guida, accompagna e contrappunta il canto di Kundish in “Minutn fun bitokhn” (“Momenti di speranza”); 
lo scenario è quello del ghetto di Cracovia, dove nel “giovedì di sangue” del 1942 venne assassinato da Mordechai Gebirtig, popolare autore di folk song yiddish, tra cui questo invito alla pazienza in attesa della giustizia che di certo arriverà. Dal rito italiano (nusak) proviene “Oseh Shalom”, una tradizionale preghiera per la pace, cantata con voce potente da Lemmer. Ci si sposta nel mondo sefardita sulle cantabilità delle corde del liuto arabo che principiano “Nirdi Natan Reiho”, pezzo tradizionale su liriche di Abraham Ibn Musa, rabbi e cabalista vissuto nella prima metà del diciassettesimo secolo: si tratta di un tema dall’impalcatura modale araba, segnato dalle sinuosità del fraseggio del violino. Se il lirismo della canzone “La barchetta”, affidata alla voce di Sulayman ci riporta nella Venezia del primo ‘900, la successiva “Ve’Atah El Shaddai” apre uno squarcio sulla vita culturale seicentesca nel ghetto: si tratta di un motivo musicato da London su un sonetto di Sara Copio Sullam, poetessa e animatrice nella città veneta di un accademia letteraria, pioniera del dialogo tra mondo ebraico e cristiano, che pagò il suo libero pensiero con l’interdizione dalla vita pubblica. Poi, d’improvviso, sembra di ritrovarsi in uno shebeen d’altri tempi di una township di Cape Town ad ascoltare il mix di jazz e suoni locali di “Accordion Jive”. Da una segregazione all’altra, con altro salto geografico finiamo diritti diritti nella versione dilatata del glorioso rock-funky dei War “The World is a Ghetto”, cantata da Brandon Ross la cui chitarra elettrica si
erge a protagonista di questo classico, paradigma non solo dell’immaginario afroamericano ma della stessa universalità del ghetto. La spumeggiante “Tahì Tahà” ci riporta in laguna, con una fiabesca narrazione nella parlata giudaico-veneziana di una combriccola di ebrei del passato che osserva passare residenti e celebrità del ghetto. Tutto a partire dall’attività dei Momolo Madolin, un gruppo che compone canzoni, riportando alla luce la ricca tradizione ebraica locale; la melodia sviluppata da London proviene da un motivo della Pesach. Ci si sposta di nuovo a Varsavia per ascoltare un pezzo del leggendario cantore e concertista Gershon Sirota, perito durante la rivolta del Ghetto (1943): il suo “Retsey” è uno degli episodi più toccanti del disco, interpretato magistralmente da Lemmer. Il brano è parte della quotidiana liturgia dell’Amidah. L’album si congeda con “Ma’oz Tzur”, un adattamento da parte del celebre compositore Benedetto Marcello di un canto liturgico recitato durante la festa di Hannukah. Con “Ghetto Songs”, London ha concepito un progetto ambizioso, testimonianza dell’intersecarsi di suoni e lingue: è un lungo viaggio nella storia, che emoziona. 


Ciro De Rosa

Nessun commento