YoYo Mundi – La Rivoluzione del battito di ciglia (Felmay/Egea, 2020)

A quattro anni di distanza da “Evidenti tracce di felicità”, ritornano gli YoYo Mundi, e lo fanno con un album, “La Rivoluzione del battito di ciglia”, che è, come nel loro stile, una gran bella prova di capacità narrativa e di impegno civile. C’è, dietro al nuovo lavoro del collettivo di Acqui Terme, una grandissima urgenza comunicativa, sublimata da una scrittura che sgorga potente e fresca. Oltre al dato più squisitamente tecnico e letterario, fra l’altro, “La Rivoluzione del battito di ciglia” si pone come opera di Resistenza musicale. Stiamo parlando di un disco che è rimasto lontano dal digitale per tre mesi: “Lo abbiamo fatto intanto per tutelare chi aveva sostenuto il crowdfunding che ci ha permesso di realizzare questo disco. E lo abbiamo fatto soprattutto per dire che siamo stanchi di piattaforme che si appropriano della tua musica, riempiendola di pubblicità e restituendoti praticamente nulla. Di fronte ad una follia del genere sarebbe ora di cominciare a fare degli atti di disobbedienza tutti quanti, anche da fruitori. Il nostro è un atto di disobbedienza non violenta, ecco. E l’altro atto è stato quello di uscire in un tempo immobile, sconsigliati praticamente da tutti. Ecco, noi abbiamo pensato che fosse giusto che queste canzoni andassero a portare un po’ di gioia, un po’ di consolazione, di voglia del futuro, potessero diventare il filo che ricama la speranza alle persone costrette a momenti di difficoltà, di sofferenza e di chiusura”. Credo che le parole di Paolo Enrico Archetti Maestri (e tante altre le trovate in calce alla recensione), voce, chitarra e penna degli YoYo siano il modo migliore per introdurre questo loro nuovo lavoro, nel quale noi adesso ci addentreremo. 

Qual è il rapporto fra musica e poesia?
La poesia è una forma che ha la musica dentro, per cui spesso e volentieri non ha bisogno di musica che l’accompagni, perché, appunto, c’è già nella poesia stessa. Ma c’è anche nella nostra lingua, nelle parole.
E in verità ci sono tutte e due, musica e poesia. Per quanto riguarda la canzone, beh… si tende, spesso e volentieri, a semplificare, proprio perché siamo abituati a lavorare insieme alla musica, per cui una sorta di sposalizio in cui, per favorire l’immediatezza a volte si semplificano le parole. E invece esiste una possibilità, esiste un’altra strada: ci sono delle canzoni di grandissimi autori italiani che ti arrivano immediatamente e che riescono a fare entrambe le fasi, quella di raccontarti una sensazione immediata, data dal suono delle parole insieme alla musica, e l’altra fase, che è quella che preme molto anche a noi YoYo Mundi, di muovere il tuo pensiero, di restare lì, girarti in testa anche alla fine della canzone. E poi ci sono altre possibilità, c’è il sottotesto, in quelle canzoni che riescono a dire delle cose che stanno in superficie, ma poi il grosso del racconto può essere percepito prestando attenzione alla profondità di quello che viene raccontato. Per cui, appunto, ci sono due tipi di ascoltatore: uno che fischietta e canticchia il ritornello della canzone e l’altro che, come una sorta di palombaro, si immerge nelle profondità della stessa. 

Quanto è rivoluzionario, per te, l’atto dello scrivere?
Scrivere è un atto di liberazione, è come respirare: prendi l’aria esterna, la fai tua, la scaldi e poi la butti fuori, magari cantando, magari parlando, magari recitando. E scrivere è la stessa cosa, è prendere quello che incontriamo, che abbiamo d’intorno, ora che ci emozioni, ora che ci colpisca da altri punti di vista. E con “colpirci” intendo anche che ci possa urtare, che possa essere fastidioso. Lo prendiamo, lo facciamo nostro e poi lo ributtiamo fuori, lo restituiamo. Per noi YoYo, per me in particolare, che scrivo molte delle canzoni, è importante la restituzione: quando dico “questa è una mia canzone” lo dico fino a quando quella canzone non è stata ascoltata da nessuno, ma nel momento in cui queste canzoni ritornano nella vita di tutti i giorni, passano come una carezza nelle orecchie di qualche ascoltatore, in quell’esatto momento
quella canzone viene restituita al mondo che l’ha generata, alle persone, agli attimi, alle letture, all’arte, ai momenti. Si tratta di una sintesi, ovviamente poetica, ma anche sonora, che poi viene restituita, per cui non è più la mia o la nostra canzone, ma diventa una canzone restituita.

Cosa vuol dire far canzone politica, nel senso più alto del termine, soprattutto in un momento in cui si è passati dal “canta che ti passa” agli artisti che fanno tanto divertire?
Mi verrebbe da dire che ci può essere una canzone (o una espressione della creatività) che non abbia in sé il nostro quotidiano, nel momento in cui c’è qualcosa del nostro quotidiano, beh… già quello è un atto politico, è un atto di condivisione. Tutto quello che ha a che fare con gli altri è un atto politico ed è un atto sociale. Adesso non voglio scantonare la domanda, perché nelle nostre canzoni ci sono dei contenuti, ma come ci sono anche nelle canzoni d’amore. Poi subentra l’utilizzo che di quella canzone si fa: può essere anche la canzone più leggera del mondo, ma se viene reinterpretata da qualche personaggio o diventa colonna sonora di qualcosa, qualsiasi cosa, automaticamente questa suddivisione, che non esiste, perché non si può scrivere senza partecipare alla vita ed avere a che fare con gli altri, ed abbiamo già detto che quello lì è di per sé un atto politico. Nelle nostre canzoni c’è, appunto, questa idea di raccontare dei fatti che hanno, in qualche modo, a che fare con l’urgenza delle persone, con la necessità di espressione. Per cui è ovvio che le nostre canzoni non sono come quelle che noi chiamiamo “canzoni della cameretta”, come quelle di certi autori che raccontano del loro minimo quotidiano e parlano praticamente solo di loro stessi, per cui è come se fosse un dipinto piatto, senza prospettiva, senza altri piani di lettura e punti di vista. Nelle nostre canzoni cerchiamo di aggiungere colori, possibilità di lettura. Ed anche di raccontare qualcosa che abbia a che fare con un quotidiano più ampio di ciò che sta attorno al nostro naso, viceversa diventa anche inutile scrivere canzoni: si va al bar e si vanno a fare due chiacchiere: se in una canzone ci sono pochi colori, diventa impossibile l’immedesimazione, perché mi racconti di un te stesso che non posso essere io, ecco.

Questa “Rivoluzione del battito di ciglia” può intendersi anche come una sorta di “vittoria” della normalità e delle piccole cose?
Sì, però al di là dell’accezione comune. Nel senso che spesso e volentieri, questo discorso delle piccole cose rischia di essere, in qualche modo, crepuscolare, una specie di abbassare la testa, di “vorrei ma non posso”. In realtà l’idea nostra è davvero quella di unire la parola “rivoluzione”, così piena di energia (anche declinabile in modo violento, ma non è il nostro caso!), di voglia di futuro, di voglia di cambiamento, ma di cambiamento vero, non quello promesso e non mantenuto da una società delle riforme che non riformano mai nulla, se non lo stesso meccanismo che viene perpetrato all’infinito. Ecco, la rivoluzione è qualcos’altro, che non potrà essere vissuto come le grandi rivoluzioni del passato, proprio perché c’è un sistema e c’è un meccanismo di cui siamo tutti vittime e complici. Per cui le rivoluzioni simili a quelle del passato finiscono delle cose che ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da disperarsi, come l’assalto a Capitol Hill, una Pontida 3.0, qualcosa di pericolo, tremendo, brutto, qualcosa che però, per noi che guardiamo questi fatti, è davvero poca roba: se la rivoluzione è quella roba lì, e se le persone che vogliono delle rivoluzioni sono quelle lì, è davvero poco interessante, sinceramente preferisco tenermi lo stato delle cose invece di mettere in mano anche solo una virgola al personaggio con le corna ed alle sue teorie da fake news. Vicino alla rivoluzione, noi abbiamo messo il battito di ciglia, che è qualcosa di leggero, delicato, spontaneo. E non di facile lettura, perché in realtà noi col battito di ciglia spesso e volentieri trasmettiamo delle emozioni. 
Lo sposalizio fra questi due concetti, che sembra quasi un ossimoro, è una sorta di piccolo manifesto per i tempi futuri, ispirato alle lotte delle varie comunità resistenti, dei campesinos, di chi difende la Foresta Amazzonica, dei ragazzi di Friday for Future, un movimento meraviglioso nonostante le sue incongruenze. O forse proprio per quello. Questi ragazzi stanno compiendo una rivoluzione, ed è a tutti gli effetti una rivoluzione del battito di ciglia, quella di riuscire a muovere il pensiero, di arrivare a migliaia e migliaia di loro coetanei e non solo, e lanciare un monito a noi adulti, ed in particolare a chi tiene in mano i fili della comunicazione e dell’economia. 

Dove si nasconde la vostra felicità? 
“Ovunque si nasconda!” La canzone nasce da un brindisi, eravamo con amici ed altri YoYo: sai che, solitamente, quando si brinda si dice sempre qualcosa, o brindi ad una persona magari. Ecco, io ho brindato alla felicità. C’è stato un attimo di silenzio, poi mi hanno guardato tutti con un’aria interrogativa, qualcuno- ovviamente scherzando- anche un po’ in cagnesco, come a dire “Ma che brindisi è un brindisi alla felicità?” Dovevo uscirne in qualche modo, fortunatamente con le parole me la cavo (ride) ed ho aggiunto quell’ “ovunque si nasconda”. Ed in quel momento ho rivelato, a me stesso ed agli altri, che se non la troviamo, la felicità, non è detto che non ci sia. Bisogna comprendere qual è quella che per noi è la strada verso la felicità, e provare a percorrerla, con tutta l’attenzione, la fantasia, la grazia, la creatività, la voglia di futuro possibili. E, soprattutto, condizione imprescindibile per trovare la felicità ovunque si nasconda, è la relazione, lo stare a contatto con gli altri. Senza gli altri non siamo nulla, tantomeno possiamo essere felici. E poi, da quella volta lì, “alla felicità ovunque si nasconda” è diventato il nostro brindisi, e mi è piaciuto scriverla e pensarla come una dedica a tutti quelli che abbiamo incontrato e che incontreremo lungo il nostro percorso, artistico ed umano, che siano celebri, ne cito tre, De Andrè, Fenoglio e Pazienza, ed altri che si nascondo nel detto e non detto delle frasi. 

Come vi è venuta l’idea di dedicare un pezzo a Fosbury, e cosa significa per voi il suo gesto?
Sicuramente quello di Fosbury è un atto rivoluzionario, una parabola rivoluzionaria perfettamente riuscita e, fra l’altro, caduta nel ’68, e se tanto mi dà tanto i simboli hanno un valore. In questo caso mi sono letteralmente imbattuto in questo documentario in cui c’era anche lo stesso Fosbury intervistato, questo tipo simpatico, che poteva essere uscito da un gruppo americano, col capello un po’ lungo, il giubottino di jean, molto anni ’70, che raccontava delle sue vicende. E diceva che, da ragazzino, era semplicemente stufo di perdere, gli piaceva molto saltare in alto, ma buttava sempre giù l’asticella. Ed allora, dice, “come tutti i bambini, ho iniziato a pensare ad una soluzione al problema”. E racconta anche di quanto fosse buffo quando, anni dopo quelle Olimpiadi, alcuni intervistatori gli chiedessero quali studi scientifici ci fossero dietro alla natura di quel salto e lui che invece racconta di quando un giorno, durante una battuta di pesca, suo padre allamò un pesce particolarmente grande, che nel dibattersi, si inarcò sulla schiena. Lì Fosbury vide il suo salto. A quel punto cominciò a saltare così, alla faccia del tanto inflazionato salto ventrale, e, proprio per questo suo mancato utilizzo del salto codificato, oltre a rischiare la squalifica, in molti lo prendevano in giro, gli davano del saltimbanco, gli dicevano che quel salto era una roba circense, che non aveva a che fare con l’eleganza dell’atletica leggera. Lui, però, va avanti, vince i trial, va alle Olimpiadi e vince anche quelle, facendo il record del mondo, e da quel momento in poi il suo cognome dà il nome ad uno stile. Ecco, questa è una delle tante piccole rivoluzioni del battito di ciglia. Fra l’altro la chiosa a quell’intervista è un capolavoro: “Giusto un anno dopo, qualcuno saltò più in alto di me, gli uomini che misero piede sulla luna!”

“Il paradiso degli acini d’uva” è anche un omaggio alla comunanza ed alla convivialità, allo stare insieme?
Sì, ed anche in questo caso con una declinazione differente da una possibile esasperazione. Non so neanche definirla bene questa cosa, ma la socialità di oggi prevede l’andare al bar o andare al ristorante, ed il divertimento, spesso e volentieri, sta nell’esasperazione. Questa invece è una canzone che parla di sobrietà, canta esattamente di quel momento in cui, sobri, proviamo l’ebbrezza, grazie a quel bicchiere di vino bevuto lentamente, bevuto nel paradiso degli acini d’uva. Poi, peccando un attimo di campanilismo, anche se vengo da mille mondi lontani, sono nato nel Monferrato, che è esattamente il paradiso degli acini d’uva! Tante volte mi sono trovato con persone che normalmente non bevono molto ed ho notato come, spesso, bastino anche solo due bicchieri per sentirsi tutti benissimo, restando noi stessi. Perdendo le asperità del momento, la stanchezza di una giornata di lavoro, i piccoli problemi quotidiani ma, contemporaneamente, facendoti rimanere nella piena disposizione delle tue facoltà Quello lì è l’attimo meraviglioso, fra l’altro cantato anche dagli antichi, l’ebbrezza molto più di ogni ubriacatura, che poi si può rivelare molesta, può diventare un fatto personale, sono passaggi che ti portano, purtroppo, in taluni casi, a non poterne più fare a meno. E la società di oggi è una società per cui la quantità del consumo fa il PIL. E noi dobbiamo fare questa rivoluzione, dimostrare alla società dei consumi che noi stiamo molto bene quando il nostro consumo è un consumo sostenibile ma, soprattutto, gioioso. Gioioso perché si intrecciano rapporti veri e non falsati, perché non ha niente a che fare con l’ingordigia, con le competizioni, ma che è nella piena facoltà della gestione delle tue emozioni e del tuo essere. Attenzione: non vuole essere un discorso moralista, ci mancherebbe altro, eh! Semplicemente, è una delle tante proposte che riguardano la nostra visione del mondo.

Hai un rapporto creativo particolare con la notte?
Marguerite Duras, nel frontespizio di un suo saggio, “Scrivere”, scriveva esattamente che "La liberazione è quando si fa buio. Quando fuori cessa il lavoro. Rimane il nostro lusso di poter scrivere nel buio. Possiamo scrivere a qualunque ora. Non siamo penalizzati da ordini, da orari, da capi, da armi, da multe, da insulti, da poliziotti, da capi e ancora da capi. E da chi sta covando i fascismi di domani.” Questa frase è folgorante, lo è stata per gran parte della mia vita e continua ad esserlo. E questa è la meraviglia della notte, è il tempo largo, lo spazio. Il fatto che abbiamo il tempo segnato, che abbiamo orologi ovunque, che ci costringono ad essere quotidianamente in corsa è una vera violenza. Mentre di notte il tempo è tutto nostro, di notte il tempo si allarga. La notte corrisponde alla prateria per un pellerossa, non solo per noi artisti, ma anche semplicemente per qualcuno che ha voglia di leggere, che ha voglia di riflettere. La canzone, “Lettera alla notte”, non parla strettamente di quello, ma procede per immagini, per costruire una sorta di dipinto che poi esplode nell’incontro fra le stelle e la voce umana che le canta.

Alla luce di “VCR”, come si fa a resistere attraverso la musica, e soprattutto che significa farlo?
Intanto in quella canzone, non a caso, siamo andati a riprendere gli YoYo Mundi degli esordi, sempre per la vecchia storiella dei suoni che parlano, perché volevamo raccontarla con quei suoni ed abbiamo, ovviamente, chiesto, al nostro fratello e compagno Marino dei Gang di salire sulla groppa di questa canzone, perché era la voce giusta per cantare di riscossa, per cantare di Resistenza, cantare le urgenze di comunità in lotta: è chiaro che per noi la Valle che Resiste è la Val di Susa, la valle dei No-Tav. Però, contemporaneamente, è la storia di tutte le comunità che resistono e che hanno detto e continuano a dire no, che vogliono giustizia per i loro morti e per il loro territorio, che non vogliono imposizioni dall’alto 
per ragioni che sono tutte completamente da ascrivere a ragioni di profitto, che favorisce sempre solo poche realtà, ed a volte sono anche “irrealtà”, perché ci sono dietro multinazionali o scatole cinesi che sono giochi della finanza. Diventa anche, nuovamente, la canzone dei ragazzi di Friday for Future, la canzone degli indigeni dell’Amazzonia, sterminati da degli esseri schifosi che, al soldo del governo, portano malattie per appropriarsi dei loro territori, diventa la canzone dei campesinos e di mille altre realtà in giro per il mondo, penso anche ai ragazzi del Grup Yorum, a Zaki. Non entro nel merito delle ragioni delle loro lotte, ovviamente, entro però nel merito dell’urgenza di delle comunità che, in modo collettivo, cercano di gridare al mondo. E questa canzone è per tutti loro ed è per tutti noi, deve suonare un po’ come un inno..

Fare “musica selvatica” è uno stato mentale prima che artistico?
Vedi, io penso che il selvatico della nostra musica sia un vaso comunicante fra il nostro essere nel quotidiano e la nostra arte. Gli YoYo Mundi, pur avendo mantenuto buona parte della formazione iniziale, sono passati dall’essere un gruppo a formazione fissa all’essere ormai praticamente un collettivo, ed anche questo la dice lunga. E le persone che di questo collettivo, in un modo o nell’altro, entrano a far parte hanno due caratteristiche: la prima è quella di avere gli occhi che brillano quando si ha a che fare con musica e con l’arte in generale, al di là della tecnica, della cifra stilistica e della capacità di ognuno di noi di trasmettere qualcosa con uno strumento musicale o con il canto, la meraviglia per me, e sarà sempre la scelta che farò, sarà guardare negli occhi il mio possibile musicista e trovarci dentro quella scintilla che splende: trovando quella, so che ho davanti la persona giusta. E l’altra caratteristica è quella di essere un po’ selvatici: ci spiace davvero questo mondo in cui è tutto confezionato, tutto standardizzato. No, a noi non ci prenderanno mai!



YoYo Mundi – La Rivoluzione del battito di ciglia (Felmay/Egea, 2020)
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“La rivoluzione del battito di ciglia”, il nuovo album degli YoYo Mundi, si apre con “Ovunque si nasconda”, uno splendido inno alla felicità e alle sue mille sfaccettature, brano sostenuto da una chitarra elettrica e da un basso molto marcato ed avvolgente, con una splendida sezione di archi a contrappuntare nell’intermezzo musicale. “Fosbury” (“Ci sono artisti che intuiscono la scienza di domani, altri che con innocenza si sporcano le mani”) è un piccolo gioiello di musica fotografica, con il flicorno di Giorgio Li Calzi che fotografa perfettamente il salto rivoluzionario di Fosbury, ad accompagnare un motivo morbido e rarefatto. Altro pezzo fortemente fotografico è “Spaesamento”, dall’atmosfera incessante ed ossessiva, scandito da un arpeggio di chitarra elettrica, con la sezione d’archi e la chitarra elettrica con archetto a sottolineare il clima di inquietudine. “Il paradiso degli acini d’uva” è un intenso elogio alla sincerità dell’ebbrezza, di quella che unisce, sostenuta da una chitarra ritmica contrappuntata dalla sezione di archi e dai fraseggi della chitarra acustica solista. Altra bella cavalcata acustica è “Il respiro dell’universo”, composizione sostenuta da una chitarra ritmica e da uno splendido incastro fra contrabbasso e shaker, mentre un harmonium apre ad un elegante crescendo. Elegante e delicata è anche “Bacio sospeso”, canzone che è un perfetto esempio di quanto spesso la semplicità può risultare più incisiva di grandi arrangiamenti ridondanti: in questo caso bastano un arpeggio di chitarra acustica e dei contrappunti di ocarina per restituire un’atmosfera intensa e densa. Splendido è l’attacco di “Il silenzio che si sente” (“Siamo pesci che nuotano, ad occhi spalancati, nei sogni abbandonati in questo fiume insanguinato”), con la linea di violino a riprendere quella del cantato, in un pezzo contraddistinto da un tiro potente e libero, con la sezione di archi larghissima a far da contraltare alla parte elettrica, scandita da delle belle schitarrate. Molto interessante è pure “Lettera alla notte”, scandito da un arpeggio di chitarra elettrica, con dei notevoli interventi di flauto e campane tubolari, elementi che danno ulteriori sfumature ad un tema dall’atmosfera rarefatta ed intensa. Interessantissima anche a livello letterario la bella filastrocca di “Ninna nanna del filo”, una poesia delicata ed intima, con la cui atmosfera si sposano a meraviglia i colori portati da kalimba e duduk, sostenuti da un elegante arpeggio di chitarra acustica e da un pattern di percussioni. “VCR” (“C’è quassù la Valle che resiste, questa luna ci proteggerà, ma è nel sole che troverai la forza per difendere la vita che verrà”) è un gran bel flashback ai primi YoYo, quelli dal tiro combat folk. Un pezzo puro, pieno di spirito resistente, cantato- e non poteva essere altrimenti- insieme alla voce del grande Marino Severini dei Gang. A chiudere il disco è “Umbratile”, praticamente due canzoni in una, con un inizio acustico molto cadenzato, scandito da una marimba, da una chitarra acustica e dai contrappunti di un sax, ed una esplosione elettrica a metà brano, scandita da un pattern di batteria quasi militaresco e dai fraseggi impazziti della sezione di archi a scompigliare l’ascoltatore. Questo era “La Rivoluzione del battito di ciglia”, un disco genuino, di quei dischi veri, fatti per necessità e per bisogno di comunicare. Un disco puro, che sa di bucato appena steso, libero e fresco.


Giuseppe Provenzano

Foto di Ivano A. Antonazzo

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