Enrico Deregibus, Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni, Giunti Editore 2020, pp. 720, Euro 28,00

Qual è stato il tuo metodo operativo in fase di scrittura? 
Dopo il lavoro di ricerca avevo un certo numero di dati su ogni canzone, si trattava di combinarli nel modo migliore per poterli porgere al lettore in modo interessante, non freddo. Questo a volte è stato semplice, altre volte meno. In alcuni casi è successo che mi è venuto in mente un buon attacco e da lì tutto è seguito con naturalezza, in altri casi è stato duro trovare l’incastro fra gli elementi. Ad ogni modo, ho cercato di stare il più lontano possibile dall’approccio accademico, alleggerire ogni volta che potevo. Ho cercato di infilare il più possibile aneddoti e curiosità, a fianco degli approfondimenti. 

Nelle oltre settecento pagine del libro emerge un ritratto di Francesco De Gregori molto articolato anche dal punto di vista culturale. Un aspetto che spesso si tende a sottovalutare nella musica italiana. Di cantautori di questo spessore se ne vedono sempre meno in giro... 
Certamente parliamo di una persona con un importante bagaglio culturale, come si dice. Viene da una famiglia di bibliotecari, questo sicuramente ha influito molto su di lui, il suo è un bagaglio che finisce in qualche modo in quello che scrive, ma insieme a tante altre cose.  Credo comunque che la cosa più importante sia che tutte le suggestioni che portano a una canzone si trasformino in una bella canzone, al di là che arrivino dalle pagine di un libro, da un dipinto o da una cosa successa dal fruttivendolo. Poi, è anche vero che magari il sapere che un certo brano nasce da un romanzo può incuriosire l’ascoltatore e portarlo a leggere quel romanzo, e questo è molto bello. A me è successo. Fammi aggiungere, però, che De Gregori è uno che non legge solo poderosi saggi ma anche letteratura considerata minore. Proprio come noi umani. Mi ha consigliato ad esempio un autore che si chiama Lee Child che scrive polizieschi e devo dire che mi è piaciuto molto. Non riuscivo a staccarmene.

Come si è evoluto il tuo approccio all'ascolto e all'analisi delle canzoni di Francesco De Gregori? Come è cambiata la tua percezione della sua opera?
Da ragazzo ovviamente l’approccio era da semplice appassionato, ma erano talmente tante le suggestioni che arrivavano dalle canzoni che dopo qualche tempo ho cercato di approfondire. E una ciliegia tira l’altra: ogni volta che scoprivo qualcosa avevo voglia di trovare altro. Anche se resto convinto che le canzoni bisogna innanzitutto sentirle senza sovrastrutture mentali, lasciando che facciano quel che gli pare dentro di noi. Poi dopo è ancor più bello indagare. A questo proposito, sulla percezione della sua opera devo dire che buttandosi dentro come ho fatto io si resta ancora più affascinati da certe canzoni.
In generale credo che De Gregori abbia rappresentato un importante spartiacque nella storia della canzone italiana, mi arrischio a dire che forse è persino un po’ sottovalutato.

A fronte della sua storica impenetrabilità caratteriale, il cantautore romano negli ultimi anni è apparso sempre più comunicativo e penso ad esempio al libro-intervista "A Passo d'uomo" o alle interviste che ha rilasciato durante la promozione del tuo libro. Come giudichi questo cambio di tendenza anche rispetto al testo di "Guarda che non sono io"…
Credo che non fosse del tutto vero che prima era così impenetrabile, così come forse non è vero che oggi sia così docile, se così si può dire. Ma, al di là di alcuni elementi caratteriali suoi, c’è da dire che negli anni Settanta certe esperienze che ha avuto con l’industria musicale, con la stampa e la tv, così come con alcune frange della sinistra da una parte e con una parte di pubblico nazional-popolare dall’altra gli hanno probabilmente fatto mettere su una certa corazza in alcuni frangenti. Ed hanno influito sulla sua immagine pubblica. Per contro con gli anni si smussano gli angoli, si cambiano magari alcune prospettive. Per quel che concerne “Guarda che non sono io”, può sembrare spigolosa ma in realtà parla soprattutto di identità, di quel che siamo e di come invece ci vedono gli altri. Si può riferire a un cantante che esce dal supermercato e viene fermato da un fan, ma anche a un impiegato di banca ticinese o a un pescatore brasiliano.

Riascoltando i suoi primi album, quelli degli anni Settanta, come li giudichi in rapporto alla loro resistenza al tempo a livello musicale?
I dischi degli anni Settanta, da quello della Pecora in poi credo abbiano resistito bene. Sono dischi con grandi differenze uno dall’altro ma ci trovo molte soluzioni musicali belle ancora oggi. Ed è così fino a metà anni Ottanta secondo me, fino a Scacchi e tarocchi. Poi dischi come “Terra di nessuno” e “Miramare” mi convincono molto meno. Il primo mi sembra un compitino, ed è un peccato perché portato dal vivo ha reso molto di più. Il secondo ha una apertura pop completamente fuori luogo secondo me. A mio avviso è il più brutto disco che abbia fatto, una grande occasione mancata vista la durezza dei testi. Spesso penso che se quel disco musicalmente De Gregori l’avesse fatto all’opposto, con un approccio ruvido, scarno, avrebbe ottenuto di più anche nelle vendite.

Nella produzione recente di Francesco De Gregori ritengo siano emblematici tanto i dischi dal vivo penso alla trilogia, ma anche a "VivaVoce", un album che fotografa il costante work in progress sulle sue canzoni. E' un aspetto che solo in apparenza sembra mutuato da Bob Dylan ma in fondo ha radici più profonde. Come giudichi questo aspetto che ritengo fondamentale nel capire il suo approccio musicale…
Sì, concordo. Lui dice sempre che le canzoni sono vive, si possono e a volte si devono cambiare e questo va documentato. Poi, è ovvio, alcune versioni possono essere migliori dell’originale, altre peggiori. Ma è un bene che ci si provi. Ad esempio, ci sono una decina di versioni di “Generale” una diversa dall’altra, personalmente è un bouquet che mi affascina. In certi casi la modifica può anche non essere enorme, può essere anche solo quella del tempo che passa, di una vocalità differente, di un diverso suono di chitarra. Qui per quanto mi riguarda bisogna vedere caso per caso, a volte secondo me non valeva la pena mettere su disco versioni che sono molto simili a quelle dei dischi originari. Ma a parte questo apprezzo molto la sua voglia di rimescolare le carte degli arrangiamenti.

Concludendo, che cosa non è stato detto ancora su Francesco De Gregori?
Che è un gran cantante. E che è simpatico. E che consiglia bei libri.

Enrico Deregibus, Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni, Giunti Editore 2020, pp. 720, Euro 28,00
Mancava un volume che raccogliesse i testi di tutte le canzoni di Francesco De Gregori, un lavoro che in qualche modo cristallizzasse l’apparato lirico-poetico e l’immaginario del suo songwriting che, nell’epoca della musica dematerializzata dello streaming, finisce per essere messo in secondo piano rispetto alla musica, o peggio ancora distorto con trascrizioni errate. A colmare questo vuoto è il corposo volume “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” curato da Enrico Deregibus e che rappresenta l’ideale compendio di “Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi”, edito nel 2015 e che a sua volta era la versione aggiornata ed arricchita della biografia “Quello che non so, lo so cantare. Storia di Francesco De Gregori”. Questa necessaria breve premessa è utile a comprendere come questo nuovo lavoro di Deregibus sia il risultato di un percorso di ricerca pluriennale, un work in progress in crescendo che si è andato via via arricchendo. Non è un caso che tutto questo venga precisato dall’autore nella premessa laddove racconta la genesi di quest’opera che nasce proprio in occasione della pubblicazione del volume biografico del 2015 nel corso della quale aveva raccolto molto materiale: “Il problema è che, dai e dai, la cosa stava diventando elefantiaca: bisognava drammaticamente tagliare. Mutilare. Finché ho pensato che si poteva aggirare l’ostacolo, sfilare dal nuovo libro quelle ormai polpose schede sulle canzoni e riservarle a una pubblicazione apposita in data da destinarsi”. A distanza di cinque anni eccoci, così, tra le mani questo ponderoso volume che ha visto la diretta collaborazione dello stesso Francesco De Gregori il quale, sollecitato dal giornalista piemontese, ha fornito i testi completi e corretti delle sue canzoni, “per metterli al riparo da storpiature”. Le canzoni sono proposte in rigoroso ordine cronologico, suddivise disco per disco, con l’aggiunta di un ultimo capitolo dedicato ai brani scritti per altri interpreti o pubblicate in dischi dal vivo o raccolte. Mancano alcune traduzioni, ma non quelle relative ad “Amore e Furto”, album in cui rileggeva in italiano alcuni brani firmati da Bob Dylan. Ad accompagnare le liriche ci sono le schede di approfondimento nelle quali convergono opinioni critiche, aneddoti, racconti sulla genesi dei brani ma anche pareri della critica e dichiarazioni inedite dello stesso De Gregori. Il fine ultimo del volume non però una mera analisi del testo ma piuttosto una indagine volta a disvelare all’ascoltatore l’ispirazione, la genesi e il contesto in cui hanno preso vita i brani, senza dimenticare la musica e gli arrangiamenti. Del resto, lo stesso Deregibus, nella prefazione, osserva: “I testi senza musica sono monchi, non sono le canzoni. È come se al posto di vedere un film uno leggesse la sceneggiatura; va benissimo, può essere affascinante, può contribuire ad aprire dei mondi, ma il film è un’altra cosa”. Pagina dopo pagina si ripercorre la carriera del cantautore romano da “Theorius Campus” in coppia con Antonello Venditti e che conteneva il suo unico brano in inglese “Little Snoring Willy” ad “Alice” con il brano omonimo e “La Casa di Hilde” di cui scopriamo che la protagonista gestisce oggi un supermercato, per giungere ai successi degli anni Settanta con “Rimmel”, “Buffalo Bill” che aveva in origine una strofa in più, e “Viva l’Italia”. Attraversiamo gli anni Ottanta con le storie di “Titanic”, “La donna cannone”, scritta per il film “Flirt” con Monica Vitti e che non doveva uscire su disco, e “Scacchi e Tarocchi” dove spicca “La Storia”, pubblicata prima da Gianni Morandi nel 1984 e solo l’anno dopo da Francesco De Gregori. Passiamo agli anni Novanta con “Prendere e Lasciare” e le vicende legate a “Prendi questa mano, zingara” e il relativo strascico giudiziario culminato con una sentenza della Cassazione per giungere al nuovo millennio aperto da quel capolavoro che è “Amore nel pomeriggio” e proseguito con dischi di grande spessore come “Pezzi”, “Calypsos” e il più recente “Sulla Strada”. A completare il volume sono le dettagliate note bibliografiche e gli indici (curioso e per nulla scontato è quello dedicato agli incipit delle canzoni”. Insomma “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” è un libro da avere e da leggere ascoltando i dischi del cantautore romano, ma anche saltando di brano in brano seguendo una immaginaria playlist su una delle tante piattaforme di streaming. 

Salvatore Esposito 

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