Diego Bitetto – Il Giardino di Mai (Autoprodotto/RKH/Artist First, 2020)

“Il Giardino di Mai” è l’album di esordio di Diego Bitetto, il cui linguaggio è tra più interessanti che abbiamo ascoltato negli ultimi tempi, incrociando musica classica e canzone d’autore, in una commistione che risulta molto interessante e che non può lasciare indifferenti. Proprio per questo, direi di scoprirla nel dettaglio. “Per sempre”, cui è affidata l’apertura del disco, è un delicato arpeggio di pianoforte, sostenuto da un tappeto di archi molto elegante. “Due quadri di Chagall” si presenta come un delizioso valzerino in crescendo, con un ritornello che apre il pezzo allargandolo, ed una sezione di archi che gioca fra pizzicati e contrappunti. Il rincorrersi di pianoforte e archi costituisce il punto focale anche in “Corna corna Cervo cervo”, brano nel quale un pattern di percussioni fa da tappeto ritmico e dà ulteriore colore alla sua dinamica.“La Donna di Uri” gioca su un arpeggio di pianoforte leggero ed arioso e su una sezione d’archi che ricama contrappunti elegantissimi. Quinta traccia è la title track, che si fonda su un irrequieto arpeggio di pianoforte, con la sezione di archi che vi si incastra alla perfezione, altissima e malinconica, riprendendo perfettamente anche il coro. Splendide le atmosfere di “Nascondino”, una interessante tarantella dall’afflato medievaleggiante, col piano che sembra quasi un clavicembalo e gli archi che colorano ulteriormente contrappuntando. Su “Bolivar Bridge” si torna a degli stilemi più classici, con arpeggio di piano e tempestoso tappeto di archi a sostenerlo. “Millecento” riabbraccia, letterariamente, la canzone d’autore, facendosi sorreggere da un piano arpeggiato, che si incastra perfettamente con gli archi che aprono il brano e con dei fiati che, invece, gli danno ulteriore profondità. Altro pezzo molto interessante è “Gian delle Finestre”, brano dall’atmosfera larga e aperta, che si presenta come una magniloquente marcetta, sulla quale archi e fiati giocano rincorrendosi. Notevoli anche le modulazioni, che dinamizzano ulteriormente la composizione. L’importanza della forma letteraria ritorna, molto interessante, su “Onoterapia”, filastrocca che in una sezione di archi elastica ed in una fiati quasi onomatopeica trova i suoi elementi di colore. “Il paroliere” è sostenuto da un piano intenso e toccante, con un piccolo recitato al centro, seguito da un’esplosione orchestrale perfettamente in linea con il carattere letterario della composizione. Anche “Il Gatto del Pianista” mette al centro l’intensità, che qui si condensa nell’eleganza della sezione archi e nel delicato e toccante arpeggio di pianoforte. Ritornano i climi più scanzonati in “Donna Fortuna”, movimentato dagli archi, che oscillano fra ostinati ritmici ed un andamento elastico. “L’amore che toglie” è ben caratterizzato da un interessante rincorrersi di archi e piano, in un pezzo che più di tutti è caratterizzato da un afflato vagamente pop. Il recitato finale è molto intenso dal punto di vista tematico (parla di femminicidio) e molto ben interpretato. E, a proposito di recitato, “La Maschera della Morte Rossa”, mutuata direttamente dal racconto di Edgar Allan Poe, si apre con un recitato che è la traduzione italiana della suddetta novella. Lo snodo centrale del pezzo si compone di un intreccio perfetto fra archi e piano, sul quale si stagliano, maestosi, dei cori, in un crescendo detonante, che torna a lasciare il passo al recitato finale. Dal punto di vista letterario, stiamo raccontando di un lavoro molto interessante, con degli originali voli poetici e con un linguaggio lucido. Risaltano, per la potenza letteraria, brani come “Per Sempre” (“Luna, che illumini i carruggi ai gatti senza padrone, senza quartiere, prima ch’io mandi il mio cuore ai matti, la giusta via fammi vedere”), “Millecento” (“Sulla fame dei tuoi figli, il tuo “No” alla corsa all’oro, ma al trentuno di ogni mese credi ancora conti l’uomo?”) e “Il Paroliere” (“I matti sono persone come noi, ma più matti”). Per concludere, Bitetto ci presenta un lavoro interessante, ben scritto e ben suonato, con un uso intelligente dell’elettronica (cori, fiati ed archi sono campionamenti, sintetizzati molto bene), e con un timbro vocale molto originale ed interpretativamente possente. Un disco coraggioso, per l’ascolto attento cui obbliga, e ricercato, nel quale i riferimenti musicali di Bitetto, uniti alla sua formazione classica, risaltano e trovano una nuova forma espressiva. O, se preferite, un linguaggio. 

 
Giuseppe Provenzano

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