Urban Village – Udondolo (NØ FØRMAT!, 2021)

Il metallofono mbira e la voce di Tubatsi Mpho Moloi ci introducono a “Izivunguvungu”, scritta dallo stesso Moloi insieme a Lerato Lichaba che lo sostiene con la sua chitarra. Insieme a Xolani Mtshali (batteria) e Simangaliso Dlamini (basso) formano il quartetto Urban Village. Questo brano, cantato in isizulu rivela una delle loro passioni, il genere zulu Isicathamiya, brevi opere cui davano vita i lavoratori migranti. Gli Urban Village sanno distillarne l’anima rurale, la nostalgia dei luoghi cui poter tornare dopo il percorso migratorio che qui incontra la modernità delle tastiere e drum machine di Frédéric Soulard ed il sassofono di Sintu Ndzube. Di fatto, ben pochi dei migranti trovarono poi la strada del ritorno una volta giunti a Egoli, la città dell’oro, il nome di Johannesburg in zulu. A Johannesburg, più precisamente a Soweto, sono nati e cresciuti i quattro amici che hanno dato vita ad Urban Village, terreno musicale comune da cui partire per rintracciare le tante parentele sonore che legano quell’ambito urbano al resto del Sudafrica, percorrendo a ritroso il cammino con cui i migranti avevano portato a Johannesburg, insieme alle loro braccia, anche i canti, i ritmi, i rituali dei propri villaggi d’origine. Allo stesso tempo, gli Urban Village sanno narrare la storia urbana e conflittuale degli ultimi decenni sudafricani e a Soweto dedicano “Ubusuku”, altra composizione di Moloi per sestetto, per non dimenticare il 16 giugno 1976, il giorno in cui la polizia fece strage di studenti. Questa volta la lingua che celebra la lotta e la resistenza giovanile è l’isixhosa ed il canto narra la capacità di affrontare e smontare le barriere sociali e le frontiere e di riconoscere la città smisurata e le sue radici di asfalto e cemento come il proprio villaggio. Dal questo lavoro sulle radici rurali e urbane del Sudafrica e dalla loro rilettura in chiave contemporanea nascono brani composti e interpretati coralmente che sanno guardare al futuro. Come “Sakhisizwe” (Stiamo costruendo una nazione) in cui l’auspicio è che il paese cui dar vita possa essere in grado di andare oltre le diversità in termini di colore della pelle o provenienza di classe; in cui le persone possano coesistere e sentire un’anima comune. È l’affermazione che l’umanità è come un villaggio: funziona quando è capace di unità. In questo caso il villaggio è Mzimhlophe, il quartiere di Soweto dove parte degli Urban Village sono cresciuti, dove Lerato Lichaba ha imparato da autodidatta la chitarra cercando di imitare il repertorio maskandi dei musicisti zulu, cominciando ad intersecare ritmi e melodie rurali con le jam nei club, il jazz e l’hip-hop. E’ in questo contesto che nasce la collaborazione con Tubatsi Mpho Moloi che porta nel gruppo flauto, voce e doti di compositore, in evidenza in “Udondolo”, bastone per camminare; un viaggio da compiere insieme al fratello come letteralmente racconta “Ubaba”. Il brano è dedicato a come si diventa padre, al ruolo che così si viene ad assumere nella società, al dedicarsi a crescere, curare, amare attraverso la parentela. “Ubaba” è il saluto che si rivolge ad un amico che diviene anche un membro della propria casa. Così come hanno cominciato a condividere la stessa casa musicale il batterista Xolani “Cush” Mtshali, cresciuto nei gruppi di chiesa (con cui ancora suona la domenica) ed il più giovane del gruppo, il bassista Simangaliso “Smash” Dlamini, a suo agio nei diversi generi che animano Soweto: jazz, kwaito, amapiano, house, hip-hop. In sala d’incisione hanno saputo includere nel gruppo altri ottimi musicisti: dal synth di Frédéric Soulard al violoncello di Clement Petit al trombone di Fidel Fourneyron. I dodici brani scorrono veloci all’insegna di melodie ben cesellate e di arrangiamenti che rendono ogni composizione diversa dalle altre, ognuna con un proprio messaggio preciso ed uno sviluppo musicale articolato e fluido al tempo stesso, attento a lasciar spazio alle singole voci ed alle innumerevoli combinazioni che ne favoriscono le connessioni, le parentele vecchie e nuove. 


Alessio Surian

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