Mazaher – Zar (Ajabu! Records, 2020)

L’album di oggi è una gemma rara che cristallizza uno stile musicale con un’importante rilevanza rituale e religiosa, salvandolo da quella che sembra essere la sua lenta ed inesorabile scomparsa. Sono sicuro che molti dei nostri lettori saranno colpiti nello scoprire che questa musica, che per molti aspetti risuonerà familiare a chi mastica world music, proviene dall’Egitto. L’ensemble Mazaher è uno degli ultimi gruppi di musicisti che suona musica zār, una forma musicale collettiva dove il botta e risposta delle voci è costruito su incastri percussivi poliritmici. Questa musica è legata all’omonimo rituale, una pratica diffusa in Egitto, Sudan e in certe zone dell’Arabia e del sud dell’Iran. Il termine si riferisce a degli spiriti, che possono “possedere” le persone, in particolare le donne, portano sconforto e malattia. Sono proprio le donne ad assolvere un ruolo centrale in questo rituale sinestetico dove musica, cibo, danza e profumi giocando un ruolo cruciale per la purificazione del paziente che spesso entra in trance. Macroscopicamente, molti di questi elementi sono condivisi con altri rituali religiosi come quelli delle confraternite Gnawa in Marocco o dello Stambeli tunisino, le cui musiche e rituali possono essere viste come varianti regionali della stessa pratica. Eppure lo zār nasce in Etiopia, ben lontana dall’Africa Occidentale da cui provenivano gli antenati degli Gnawa. Dando un’occhiata alla storia organologica dell’Africa centro settentrionale le trame si infittiscono ulteriormente. Lo strumento centrale dei rituali Gnawa è il guembri, un liuto che discende dallo n’goni dell’Africa Occidentale, strumento di antica origine egizia utilizzato in diverse varianti da molti gruppi anche in Africa Centrale. Nello zār, invece, lo strumento principale è la tānbura, una lira a sei corde, anch’essa di origine egizia, che ricorda nella forma la kora dei griot. Capisco la confusione: la mappa si è riempita di linee che connettono le coste magrebine, l’Africa Occidentale, l’Egitto ed infine l’Africa Orientale: zone accomunate non solo da una non troppo vaga somiglianza musicale (per quanto concerne, sia chiaro, i rituali citati), ma anche da un’eterodossia (o quantomeno etero-pratica) religiosa che accosta tradizioni e misticismo preislamico alle canoniche religioni monoteiste diffuse in queste aree. Ci tengo a precisare che, chiaramente, questo non significa che le musiche di cui stiamo parlando siano le stesse, come non lo sono le persone che le suonano e i rituali che le utilizzano. Credo tuttavia che una genealogia delle parentele renda ancora più interessanti le differenze tra un identikit e l’altro evidenziandone le somiglianze. Una grande particolarità dello zār è che veniva praticato indistintamente da musulmani, cristiani ed ebrei, fatto che sottolinea la natura culturale dell’evento e dell’eterodossia religiosa. La differenza più sostanziale è sicuramente il ruolo centrale assunto delle donne in ogni pratica della musica zār. Um Sameh, Um Hassan, Nour El Sabah conducono Mazaher, il complesso in questione. Vocalmente, i brani alternano strofe a sezioni corali cantate all’unisono o in moderata eterofonia. Le voci sono accompagnate da un più o meno costante motivo suonato sulla tānbura, e dalle molteplici percussioni. Nel disco “Zar” i Mazaher propongono tre differenti stili di zār: zār egiziano, Abul Gheit zār e tamboura o zār africano. Troviamo quindi brani più incalzanti accompagnati da una tānbura più densa e fitta come “Habibi Ya Nabi”, “Elbahareya” e “Abou Danfa”. Qui gli incastri percussivi si fanno particolarmente interessanti e coinvolgenti. Alcuni di questi gravitano attorno alla voce delle cantanti, l’esempio perfetto è quello del secondo brano “Yawra & Rekousha”, meno composito dei sopracitati ma sicuramente non contemplativo. Altri brani hanno invece un carattere più devozionale, segnalato dalla minore rilevanza ritmica e dalla forte componente canora in cui si fa più riconoscibile il maqām. Il botta e risposta alterna una voce solista melismatica ad un coro eterofonico, costruzione facilmente identificabile in “Teir El Bar” e “Abdelsalam Lasmar”. Questa varietà stilistica rende il disco un’importante testimonianza culturale e musicale, un documento che, seppur limitato al supporto audio, ci offre uno scorcio variegato su un’usanza sempre più rara. Mazaher propone un lavoro fondamentale per preservare e divulgare gli aspetti sonori di un’interessantissima pratica culturale. 


Edoardo Marcarini

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