Mariza – Canta Amália (Warner, 2020)

Amália Rodrigues in dieci canzoni: quali scegliereste? E soprattutto: con quale voce cantarle? Non è un caso che, nel nuovo album, Mariza e Jaques Morelenbaum propongano come primo verso “Con quale voce piangerò il mio triste fado” (“Com que voz”). La poesia di Camões ci riporta all’LP omonimo di Amália Rodrigues pubblicato nel 1970, ad una seduta di registrazione impeccabile con Pedro Leal alla viola e José Fontes Rocha alla chitarra portoghese che ebbero bisogno di due sole notti di gennaio per rendere magici i dodici brani inclusi nel disco. Si trattava anche del primo lavoro in cui le composizioni erano interamente affidate a Alain Oulman, particolarmente attento alla poesia contemporanea di Alegre, Mourão-Ferreira, O’Neill. È questo anche il registro più vicino alla sensibilità di Mariza (la metà delle composizioni selezionate sono firmate da Alain Oulman), alla sua terza collaborazione con Jaques Morelenbaum dopo “Transparente” (2005) e “Mariza” (2018). Il loro omaggio ad Amália Rodrigues propone, accanto a viola (Lula Galvão) e chitarra portoghese (Bernardo Couto), una sezione d’archi al completo e una di cinque flauti (fra cui spicca Carlos Malta) che ben interagiscono con la sezione ritmica piano-contrabbasso-batteria e, in due tracce, percussioni. L’uso dell’orchestra da parte di Amália Rodrigues fece discutere quando la introdusse negli anni Quaranta e c’è da scommettere che solleverà di nuovo il dibattito, anche se è difficile scovare difetti nella sartoria musicale cucita su misura da Morelenbaum che ha anche ospitato parte delle registrazioni a Rio de Janeiro fra dicembre 2019 e febbraio 2020, con una strizzatina d’occhio alla bossa. L’incedere, intimo e coinvolgente al tempo stesso, delle dinamiche orchestrali è in evidenza fin dal secondo brano, quel “Barco Negro” – già presente nel primo disco di Mariza – qui presentato con un vestito tutto nuovo: e non potrebbe essere diversamente, a vent’anni di distanza. Un vestito che si rinnova una volta di più in quintetto, come la cantante ha fatto ascoltare l’estate scorsa, per esempio in occasione del festival Jazzaldia a Donostia/San Sebastián, perfettamente poliglotta, come lo era Amália Rodrigues. Non potevano mancare due classici i cui versi sono stati scritti dalla stessa Amália Rodrigues, “Estranha foma de vida” e “Lágrima”. Quest’ultima, nelle intenzioni di Mariza, non avrebbe dovuto far parte del disco: “Quando la canto per me, a casa, suona diversa dalle altre versioni che ho ascoltato nelle casas de fado, o da Amália stessa. Sento ‘Lágrima’ come una ballata in cui chi canta racconta come, per quanto triste possa essere un amore interrotto, rimane l’allegria di poter sapere cosa sia l’amore. È il mio modo di sentirla e ripetevo a Jaques Morelenbaum che non c’era modo di includerla, ma lui ha insistito dicendomi di provarci, proprio perché ognuno deve interpretarla a modo suo. Sono cominciati i primi accordi e tutto mi sembrava trovasse il suo senso. Al termine, avevamo tutti il fiato sospeso. Non una copia, piuttosto un tributo a tutto quel che ci ha consegnato”. Splendido modo, a cento anni dalla sua nascita, per confrontarsi con l’arte di Amália Rodrigues, i suoi trenta album, le collaborazioni fra Europa e America Latina, lo stretto rapporto con la poesia. 


Alessio Surian

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