Francesco “Fry” Moneti – Cosmic Rambler (New Model Label/Audioglobe, 2020)

Giocare con le parole è uno dei miei sport preferiti, lavorandoci non può che essere così. Le parole sono qualcosa di eversivo e, proprio per questo, profondamente vivo. E quel meraviglioso “Non chiederci la parola/ che mondi possa aprirti” racconta proprio di questa capacità delle parole: non ci può mai essere una sola parola per un solo senso, così come non può mai esserci un solo senso in una parola. E non funziona così solo in italiano: in inglese, per esempio, giocare e suonare si dicono allo stesso modo, play. C’è una enorme forma di giustizia dietro questa coincidenza denotativa. E sicuramente non perché chi suona stia giocando, nel senso più infantile del termine. In realtà il musicista ha un qualcosa del bambino che fu, una reminiscenza, una rimembranza: la capacità di essere una spugna. Mi spiego: si dice che i bambini fino a, mi sembra, i sette anni di età siano come delle spugne, incamerano e ricordano tutto quello che sentono con frequenza. Ecco, per i musicisti vale la stessa cosa: tutti i loro ascolti li rimettono nella musica che fanno in prima persona. Questi ascolti vengono restituiti in atmosfere, e da lì esce la capacità fotografica di una canzone, quella che- giusto per citare un mio conterraneo- ti fa passare dal freddo della Prospettiva Nevskij ai miraggi dei treni di Tozeur, quella che ti fa entrare dentro le canzoni come dentro ad una realtà aumentata. Francesco Fry Moneti è uno di quei musicisti dannatamente fotografi, uno di quelli che ti fa vivere la Resistenza e le lotte partigiane a suon di violino distorto e wah-wah. Ormai membro storico dei grandi Modena City Ramblers, ai quali approdò dalla mitica Casa del Vento, adesso il musicista aretino si confronta con il suo esordio solista, “Cosmic Rambler”, un disco che definite in movimento mi sembra riduttivo. E siccome di giro del mondo si tratta, direi che possiamo anche partire! Disco che si apre con “This is the world we live in”, che vede, anzi, sente, un perfetto matrimonio fra il bouzouki che sorregge la ritmica e il violino che fa da scheggia impazzita, creando una bella atmosfera a metà fra Irlanda e Marocco. Fry ci mette anche la voce, e non è solo: a cantare insieme a lui c’è un artista meraviglioso, uno che potrebbe cantare anche l’elenco telefonico e farebbe comunque un gran disco, vale a dire Francesco Di Bella. La sua voce è lontana, una zampata di tradizione e di sud che regala al pezzo un carico di eleganza non indifferente. I cinquantadue secondi di “Before the Ghibli”, tutti sorretti da un tappeto di fisarmonica su cui si staglia un oud maestoso, sono la proverbiale quiete prima della tempesta. E infatti “Electric Ghibli” condensa tutti i fumi d’Africa appena odorati in precedenza. A governare i giochi del pezzo è sempre un oud, che si incastra perfettamente con una linea di basso caleidoscopica e con le svisate folli del violino. “Lorenzo the Magnificent” vede la bellezza di tre generazioni di Moneti a suonare: oltre a Francesco e al suo violino, troviamo anche il banjo di papà Nanni e un campione vocale di Lorenzo, figlio di Fry ed, evidentemente, ultimo arrivato di casa, a cui il pezzo è dedicato, in un brano che si snoda fra le note di un bouzouki a far da ritmica e i volteggi violinistici di Francesco, in un concentrato di eleganza e di dolce leggerezza. Altra grande partecipazione su “African Scars”: Patrizio Fariselli, degli Area, mette il suo genio pianistico al servizio di questo strumentale che richiama i sapori dell’Africa più calda e più verde. Tastiere, pianoforte, violino e bouzouki si incontrano e si rincorrono su un pattern di percussioni che fa da sfondo non solo sonoro, ma a tratti anche fotografico. Umori africani sono presenti anche in “A perfect storm”, composizione per la quale è valido il classico nome nomen omen dei nostri padri latini: è un perfetto crocevia di sensazioni e di atmosfere, con un bouzouki e il pattern di percussioni a tessere le trame ritmiche, mentre chitarra elettrica e violino compongono la scintillante parte solista. “The sun is just a dot” vede gli interventi del violino di Fry a colorare un bordone di didgeridoo che fa da tappeto. Un pezzo secco ed essenziale, nel quale il violino sembra quasi imitare le launeddas sarde, ricreando una suggestione molto interessante. “My sweet tsunami” è forse il brano più particolare dell’intero lavoro. Il pattern ritmico del tamburo a cornice del Maestro Alfio Antico, ospite della composizione, è vorticoso e profondo. Sul tamburo a cornice si incastra alla perfezione il bouzouki, che fa da linea ritmica, mentre i contrappunti del violino danno un tocco di estro e colore. Prepotenti sapori mediorientali contaminano “Jerusalem vibes”, singolo di lancio dell’album. Un violino si staglia imponente protagonista, incastrandosi alla perfezione sul tappeto sonoro creato dalle percussioni e da una spruzzata di elettronica. Una canzone decisamente fotografica, capace non solo di aprire mondi, ma anche di farli vivere. Dal Medio Oriente facciamo un salto sui Balcani con “Vampireska”, penultima traccia del disco. Un classico ritmo in levare fa da perfetto trampolino di lancio per gli arzigogoli violinistici di Fry. Un basso fa da perfetto collante, legando di fatto tutti i colori sonori del pezzo. A chiudere l’album è “La valse du sang”, delicato valzer nel quale il violino di Moneti si intreccia alla perfezione con l’organetto di Daniele Contardo. I due strumenti duettano alla perfezione, con l’organetto a far da tappeto sonoro ed i contrappunti del violini, magistralmente distorto, a creare un’atmosfera nebbiosa ed ossianica. Per farsi un’idea di cosa sia “Cosmic Rambler” basterebbe guardare la copertina dell’album, questo cosmonauta che naviga nello spazio con una chitarra a tracolla. Mai copertina fu più programmatica. E, dal momento che per farsi un’idea di un album non basta guardare la copertina, direi che sarebbe davvero il caso di sentirlo: in tempi in cui il viaggio fisico è un atto quasi rivoluzionario, il viaggio mentale è una forma di resistenza. E questo album resiste davvero tanto. 


Giuseppe Provenzano

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