Èl Bés Galilì – Èl Bés Galilì (Associazione Culturale Barabàn, 2020)

Nella articolata ricostruzione storica del folk revival si tende spesso a sottovalutare il determinante e seminale contributo di decine di gruppi che, tra gli anni Settanta e Ottanta, proseguirono il percorso di ricerca e documentazione, intrapreso negli anni Sessanta dal Nuovo Canzoniere Italiano e dagli intellettuali e ricercatori che lo animarono. Nel recente “Storie Folk. Il folk revival nell’Italia settentrionale e centrale raccontato dai protagonisti”, Maurizio Berselli ha fornito una accurata ricostruzione di quel momento centrale della riscoperta della musica popolare italiana e, benché focalizzato solo sull’area settentrionale, ne è emerso un panorama musicale straordinariamente ricco con gruppi ed artisti che, spostarono ancora più avanti il confine delle ricerche, confrontandosi con il folk-rock di matrice anglosassone e francofona, ma anche riportando alla luce anche repertori sino ad allora sottovalutati come un ampio corpus di musiche da ballo: gighe, monferrine, curente, saltarelli, furlane, scottis. In questo contesto, esemplare è la storia de Èl Bés Galilì, formazione nata nel 1975 nel fermento creativo che attraversava la scena musicale bresciana con le tante feste popolari animate dall’Autogestione Complessi Bresciani ed organizzate da collettivi politici e culturali, partiti e comitati. Il pianista e polistrumentista Guido Minelli, qualche anno prima, si era avvicinato al prog-rock di Jethro Tull, Gentle Giant e alle inflessioni folk-barocco di Amazing Blondel e quello world-oriented-psichedelico di Incredible String Band e, da quegli ascolti, era passato alla scoperta di strumenti come dulcimer, harmonium indiano, arpa barrica e bouzouki, il mandolino, approdando in fine al folk italiano, dopo aver assistito ad un concerto dell’Almanacco Popolare. 
Complice l’incontro con la flautista Marisa Padella (voce, flauti dritti e traverso, tin whistle e percussioni), che poi sarebbe diventata anche sua moglie (originaria della Valsabbia proveniente da una famiglia musicale, con il papà violinista, madre e zii detentori di un ricco patrimonio di ballate), e quelli successivi con il giovane violinista Bernardo Falconi (violino, ghironda, dulcimer, salterio ad arco, voce) e Placida “Dina” Staro, Guido Minelli (organetto diatonico, plettri, tastiere, arpa celtica, percussioni e voce) diede vita all’ensemble Il Paese delle Meraviglie. Inizialmente nel repertorio del quintetto convergevano influenze che spaziavano dal folk della già citata Incredible String Band al folk-rock inglese (Steeleye Span, soprattutto) per toccare il prog e la musica antica, ma ben presto si ampliò con l’inclusione delle danze del carnevale di Bagolino. Alla line-up si aggiunse, poco dopo, anche Luisa Pennacchio (voce, bodhrán e percussioni) e l’attenzione si spostò verso le musiche e i canti della tradizione bresciana. Seguì un triennio di intensa attività sul palco, concentrata soprattutto in Lombardia che, li condusse prima alla realizzazione del primo demo, e successivamente negli studi della I.A.F. di Brescia, messi a disposizione da Gino Gallina, per registrare il primo disco. Nei primi mesi di lavoro registrarono due suite, influenzate dal folk-revival europeo e, dopo l’uscita dal gruppo di Placida Staro, il lavoro proseguì l’anno seguente, quando furono gettate le basi per la nuova direzione musicale che si concretizzò con il cambio di denominazione in Èl Bés Galilì, ispirato al “serpente galletto”, animale magico-fantastico della tradizione
bresciana, descritto con un corpo di serpente, ali di drago e testa di gallo ed in grado di incantare con lo sguardo. Le sessions si conclusero agli inizi del 1980 e il risultato fu l’album omonimo, pubblicato dalla I.A.F. International Audio Film di Brescia e che raccoglieva undici brani, in larga parte provenienti dalle ricerche sul campo del gruppo nelle aree di Bagolino, Vobarno, Pralboino, Paderno e Cevo. Il disco ebbe un buon successo di pubblico e critica, ma rimase l’unico lavoro del gruppo che si sciolse nel 1982. Bernardo Falconi, all’epoca conosciuto come il “Branduardi bresciano” per i suoi ricci e i virtuosismi al violino, ed oggi apprezzato storico dell’arte, proseguì il proprio percorso musicale con la Compagnia Sonadùr del Carnevale di Ponte Caffaro, Compagnia strumentale tre violini e nel progetto franco-italiano Arco Alpino. Violons traditionnels des Alpes. Guido Minelli e Marisa Padella hanno coniugato l’attività come erboristi con quella musicale suonando con Pangea, Zobia Mata e Lönare, oltre che con l’Associazione Culturale Folk Lab, mentre Luisa Pennacchio all’insegnamento ha affiancato la collaborazione con il gruppo milanese Celtag. A quarant’anni dalla sua pubblicazione, l’album è stato ristampato in versione rimasterizzata e restaurata da Aurelio Citelli e Gianluca Lazzarin di Elettroformati, con l’aggiunta di una preziosa bonus track, nonché un dettagliato booklet arricchito dalle rielaborazioni fotografiche di Elena Piccini e la Fonoteca Gilardi. Per quanti, come chi scrive, non hanno avuto la possibilità di ascoltare questo album al momento della sua prima edizione in vinile, la scoperta degli undici brani in esso contenuti sarà una vera e propria rivelazione. 
Attraverso i dodici brani contenuti nel disco si ha modo di attraversare in lungo ed in largo il mondo della cultura popolare dalle feste a ballo nelle aie alle ballate narrative, dai canti propiziatori alle musiche del Carnevale, senza dimenticare l’aspetto religioso. Aperto da “Bal Francés”, omaggio al carnevale di Bagolino e Ponte Caffaro con il violino a guidare la linea melodica, il disco ci regala subito uno dei suoi momenti più eleganti con il medley che mescola il canto delle seminatrici di lino “Gri o bèl gri”, raccolto da Giovanni Bignami a Pralboino (Bs) e “Èl dét del luf” tratta dal canone strumentale “Le dente du loup” di Jean Pierre Danielsen dei francesi Sourdeline. Se “Furlana” è un ballo tradizionale dell’Appennino Emiliano, raccolto da Bruno Pianta a Cervarolo (Re) e proposto in un bel dialogo tra corde, dulcimer e organetto, la successiva “E'l fiöl del Sior Conte” è la versione bresciana della ballata narrativa “Un’eroina”, raccolto in Valsabbia a Vobarno (Bs). La suite in cui si susseguono “Dulcilande” del compositore francese Claude Besson, “Valzer per Ke Is” di Pietro Bianchi dei ticinesi Lyonesse” e l’omaggio a J.R.R. Tolkin con “Valinor” completa la prima parte del disco introducendoci a “Polka Mirabèla”, brano originale ispirato ad una torre situata a Paderno Franciacorta (Bs). Non manca uno sguardo al repertorio sacro, non liturgico, con l’intenso medley con “La Passiù” e “Gesù Cristo” due brani del repertorio della Settimana Santa proposti, mentre dal repertorio dei Carnevale di Bagolino e Ponte Caffaro arriva il mash-up “Ariosa/Bas de tach” nella quale spicca la bella tessitura melodica tra archi, chitarra e mandolino. 
La composizione originale “Bal de la Stria”, in cui è racchiusa un’antica leggenda camuna di una strega che viveva in un “bait” tra Cevo e Saviore, ci guida verso il finale con la ballata narrativa “Söl Castèl del monte Bèl”, raccolta a Vobarno e proposta in una brillante versione in cui spicca l’uso dell’harmonium indiano, e il gustoso medley “Pasturèlå/Bal de l’ors”. La bonus track “Chei del Carmén/Moretina”, registrata dal vivo a Gambara (Bs) il 2 agosto 1981, completa un disco che non ha perso smalto e attualità nel suono e che, a buon diritto, può essere definito come una delle pagine più importanti del folk revival tra anni Settanta e Ottanta. 


Salvatore Esposito

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