Sofia Labropoulou – Sisyphus (Odradek, 2020)

Chi ben comincia… Questo album comincia benissimo, in modo intenso e sorprendente. Con “Lament for the Εnd and the Βeginning” cuce due lamentazioni popolari, tessendo una trama coerente fra Transilvania orientale e Epiro, fra la voce e il flauto pastorale ungherese di Sebestyén Márta ed il kanun di Sofia Labropoulou, all’interno di un quartetto tutto femminile con Sofia Efkleidou al violoncello e Ourania Lampropoulou al santur greco. In Italia, avevamo incontrato Sofia Labropoulou in compagnia di Sergio Marchesini nell’ottima colonna sonora di un film inquieto “L’Ordine delle Cose”. Questo nuovo album ha il sapore e il percorso di un eccellente vino che va lasciato invecchiare. “Sisyphus” è stato registrato da George Kariotis nel corso del 2015 e ha atteso quasi sei anni per essere “stappato”, a dicembre 2020. Il soggetto della copertina ed i dipinti hanno preceduto di un paio d’anni le registrazioni e fanno parte della serie “Breathless” (senza fiato) di Haris Periorellis, non una premonizione di un qualche virus: piuttosto una constatazione dello stato di asfissia del pianeta che comincia a ricevere la necessaria attenzione. Ad ispirare questo lavoro è “Il mito di Sisifo” di Albert Camus, scrittore mediterraneo per antonomasia che, con Omero, vedeva nel mito greco di Sisifo il più saggio e il più prudente dei mortali e, allo stesso tempo, un carattere incline al mestiere di brigante. Camus non vedeva in questi due tratti una contraddizione, ma piuttosto una capacità di “silenziosa gioia”, quella di impadronirsi dei suoi giorni e del proprio destino legando a sé il macigno, consapevole dell’assoluta gratuità del suo sforzo. Sofia Labropoulou sa raccogliere la sfida evocata da Camus dell’imparare ad esaurire il campo del possibile. Un esempio? Nella seconda traccia si misura con i Sex Pistols e va dritto al cuore sia di “Anarchy in the UK” sia di “God Save the Queen” distillandone un unico arco narrativo dal titolo “En arche en” (All’inizio). Il “noise” dei Sex Pistols trova nel solitario kanun di Sofia Labropoulou un microscopio capace di individuare nocciolo e andamento melodico dei brani: “Non v’è sole senza ombra, e bisogna conoscere la notte”, segnalava Camus auspicando un vivere capace di sottrarsi al regno dell’angoscia, almeno per un momento. Sofia Labropoulou fa sua questa filosofia e la sviluppa nel corso di sette brani in compagnia di musicisti superlativi per atteggiamento espressivo e per perizia strumentale. Già in “Butterfly” al suo debutto con Odradek, in compagnia del chitarrista Vassilis Ketentzoglou, aveva trovato un terreno fertile in cui far convivere tradizioni greche, mediterranee, ottomane, andamenti medievali e trame contemporanee. Nel nuovo album queste influenze sono filtrate dalla propria capacità compositiva e dal rapporto con la poesia. Con “The Sabâ of the Brave”, prima della bella voce di Eleni Christou, chiede al kemenche di Stratis Psaradellis di introdurre il senso della canzone, di tracciare un sentiero su cui lo raggiungeranno e daranno corpo ad un sentire comune l’’ūd di Kyriakos Tapakis, il ney di Harris Lambrakis, il contrabbasso di Dimitris Tsekouras, le percussioni di Vaggelis Karipis e Kostas Meretakis, protagoniste anche dei successivi due brani, quelli che maggiormente imprimono ritmo al lavoro. Nel finale, l’incedere è dettato dai pizzicati del contrabbasso di Alekos Vassilatos e del violoncello di Sofia Efkleidou: Christina Maxouri dà voce ai versi che quasi cento anni fa Kostis Palamas ha dedicato all’atto del distruggere e che Sofia Labropoulou legge con Camus come la volontà di dar forma al proprio destino: “la lotta verso la cima basta a riempire il cuore”. Come negli altri passaggi particolarmente evocativi dell’album, la linea melodica principale passa attraverso un prisma che amalgama, senza impedirci di distinguere le diverse voci, dal violoncello, all’’ūd, al ney, protagonista, insieme al kanun, di questa toccante offerta musicale e poetica. 


Alessio Surian

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