Azmari – Samā’ī (Sdban Ultra, 2021)

Dal cuore del Belgio il gruppo Azmari propone la sua personale sintesi di ethiojazz, afrobeat, funk, psichedelia e dub con vaghe risonanze turche. La spinta della sezione ritmica, che propone groove dispari ma perfettamente incastrati e ballabili, va a braccetto con un approccio melodico semplice ma efficace, che costruisce motivi memorabili ed accattivanti per poi lasciare spazio ad un’improvvisazione mai densa, anzi, contemplativa ed onirica. Le risonanze ed influenze sono di facile identificazione, in particolare Mulatu Astatke, il padrino del jazz etiope, e Fela Kuti, re dell’afrobeat. L’approccio all’arrangiamento, tuttavia, risuona con un trend popolarissimo nel jazz e nel funk strumentale degli ultimi anni che accosta un’attitudine percussiva a verticalità melodica e variazione timbrica. Band come gli Snarky Puppy, gran parte della scena nu jazz inglese (vedi Moses Boyd, Ezra Collective, Sons of Kemet) o anche i brasiliani Bixiga 70 esemplificano questa scelta estetica che premia ballabilità e orecchiabilità melodica, ingredienti vincenti della musica pop. Il gruppo prende il nome dagli azmari etiopi, poeti e musicisti perlopiù itineranti e sotto certi aspetti simili ai jeli (o griot) dell’Africa Occidentale. Gli azmari suonano il masenko (strumento ad arco monocorda) o il krar (lira) e spesso cantano poemi epici, un’attività per cui venivano storicamente pagati dalla nobiltà, ma che ora si svolge soprattutto tra pub e locali. Il titolo del disco, invece, rivela un’altra ispirazione della band. “Samā’ī” è una composizione strumentale in 6/8 della musica tradizionale ottomana, ma anche un possibile richiamo alla Samā’, il rituale Sufi per il raggiungimento dell’estasi spirituale dei Dervisci Mevlevi. La componente turca è rafforzata esteticamente dall’utilizzo del saz o bağlama, il liuto turco per eccellenza, e modi approssimabili ad alcuni maqām. A far da collante tra ritmi est-africani e scale turche è l’anima psichedelica del disco, una componente estetica che dà un tocco moderno allo stile della band ma rievoca anche il rock anatolico. La virata dub, apprezzabile in brani come “Cosmic Masadāni” e “Fat Ari”, è invece una formula più inaspettata ma decisamente funzionante, una variazione stilistica affettivamente coerente col gusto psichedelico. “Cosmic Masadāni” segue un’introduzione di tipo atmosferico e presenta la componente etiope del disco, delineata da una linea di basso sincopata, percussioni serrate e una melodia ai sax accattivante nella sua ripetitività. Particolarmente apprezzabile il 5/4 di “Kugler”, che affida la melodia principale alle tastiere e la risposta dissonante ai fiati, che fungono, successivamente, da rinforzo dinamico e timbrico nello sviluppo del brano. Il groove è facilmente apprezzabile nonostante la natura dispari della pulsazione. Fantastica la transizione al 3/4 del bridge, affidata alle percussioni che continuano sulla coda del ritornello appena conclusosi. Il saz si fa protagonista in “Azalaï”, un brano in sette dominato dal liuto in un dialogo col flauto. La chiusura con “Doni” richiama l’introduzione atmosferica per poi svilupparsi su un ciclo ritmico in 17 che svanisce progressivamente su accordi distesi. Lo stile della band ha forti richiami a molte correnti musicali extraeuropee, aspetto ulteriormente evidenziato sia dal nome del gruppo che dal titolo dell’album. L’accostamento di questi due mondi culturali e geografici, etiope e turco, sebbene in parte giustificato dall’intenzionalità musicale, tocca figure e musiche importanti e delicate estrapolandole dal loro contesto culturale. Anche il branding sul sito della band, che gioca su caratteri spirituali e sciamanici nella presentazione dei membri, ha echi vagamente orientalisti. Il dibattito sulla legittimità dell’appropriazione di patrimoni culturali e stili musicali è quanto mai vivo e contemporaneo, e sebbene mi consideri favorevole a prestiti estetici credo che certi contesti, concetti e parole chiave vadano approcciati con cautela e senza feticismi. Sicuro che la band sia mossa da una genuina ammirazione per le culture citate, mi auguro che questa sia accompagnata da una consapevolezza culturale e non solo musicale. A prescindere da digressioni a carattere antropologico culturale, il disco “Samā’ī” è decisamente piacevole all’orecchio, ben costruito e innovativo. Il sestetto belga presenta una sintesi coinvolgente di stili altrimenti lontani tra loro, evidenziando componenti emotive che sovvertono lo stereotipo espressivo dei generi musicali di riferimento. 


Edoardo Marcarini

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