Marco Corrao – Pietre su Pietre (M.R.M. Records/Appaloosa Records, 2020)

Ho sempre rivendicato molto decisamente la mia sicilianità. E, mi perdonerete, ma ogni volta che mi capita di raccontare dei lavori di qualche conterraneo il mio ego campanilistico tocca vette altissime. Tanto più quando i dischi in questione sono dei gran bei lavori, che riescono, a loro volta, a raccontare una terra difficile come la Sicilia in modo genuino e libero, con tutte quelle contraddizioni che la rendono costantemente in bilico fra il definitivo slancio verso un nuovo oltre e la conclusiva caduta verso un baratro gattopardista. Marco Corrao, il protagonista di questo pezzo, è alla terza prova da solista. Il suo album si intitola “Pietre su Pietre”, ed il titolo tutto è fuorché casuale: è un insieme di storie in movimento, che crescono passo dopo passo, costruite pietra su pietra, per l’appunto. Il disco si apre con un pezzo che è già programmatico: “Terra di meraviglie” mette subito sul piatto tutti i conflitti e le contraddizioni di una Terra capace di cadere mille volte e di rialzarsi duemila. Lo fa montando uno splendido tappeto di organetto (Riccardo Tesi), che si apre ad un liberatorio assolo, su un pattern di percussioni terrose ed ossessive. Lo fa cantando la fiumana delle persone che si agita in questo quadro, “Uomini in frac/ ballano valzer per strada/ donne svestite/ immobili come candide statue/ ed io le guardo dalla finestra/ continuare a sfilare/ immerse in una finta vita”. “Un muro di gomma” racconta del dramma dei tanti poveri cristi inghiottiti dal Mediterraneo durante le varie traversate. Qui la voce è di uno dei soccorritori, di uno di quelli che, su quel muro di gomma e di indifferenza, ci sbattono costantemente. Il riff di una chitarra elettrica ossessiva scandisce il pezzo, rendendolo ondivago ed incessante, mentre una linea di basso fa da collante con degli inserimenti di synth. “È come un muro di gomma che non puoi scavare/ è come un soffio di vento e non puoi avanzare/ è come dire che tanto è un problema mare”. Terzo brano è “L’Isola”, una fotografia abbastanza nitida della Sicilia, tra chi va e chi spera di tornare. Un pezzo sorretto da un arpeggio di chitarra che lo scandisce, colorato dalle incursioni di un dobro e di un e-bow. “Spera di rivederla/ fiorir d’estate sul balcone/ via da questo mare nero/ pieno di corpi senza nome.” “Bona criànza” è uno spaccato splendido di una Sicilia di una volta, quella dei tonnaroti e delle mattanze, che erano un vero evento socio-culturale. Un arpeggio di chitarra molto intenso ed elegante guida il brano, mentre i contrappunti di un violoncello ne aprono l’atmosfera. “Ciatu di vita nfinu a lu jornu/ lu suli acchiana supra lu tunnu/ ciatu di morti nta l’urtima stanza/ nesci u rais cu bona crianza.” La title track è trainata da una chitarra elettrica a tenere la ritmica e da un e-bow a dare colore, in un pezzo scandito da un ritmo incessante e trascinante. Il racconto di come un pazzo costruisca, pietre su pietre, la sua vita, “Pietre su pietre, fantasmi e bottiglie/ mani su pietre di un uomo ribelle/ visto e rivisto passato e perduto il sole/tramonta e sono già ombra.” “Una madre” è, probabilmente, il pezzo più bello dell’album, con una tensione interpretativa enorme ed una particolarissima duplicità di atmosfere: tanto drammatico è il testo, quanto quasi distaccato dal racconto l’arrangiamento, dal sapore arcaico, lontano. Delle percussioni ossessive scandiscono il brano, ritmato ulteriormente da una chitarra elettrica che suona quasi all’unisono col pattern di percussioni. Marco tira fuori una interpretazione quasi salmodiante, lontana. “L’abbrazzai, l’abbrazzai/l’abbrazzai nta la notti a me/vita lu lassai lu lassai dintra a casa ra zita” “Erasmo” è il bellissimo dipinto di un uomo libero, “meno solo di noi”, ma anche “un tipo troppo fuori anche per me”. Erasmo è la potenza, sempre eversiva, del sorriso e della bontà d’animo. Brano mosso da una linea di basso dinamica ed incisiva e da una chitarra discreta nelle sue svisate, con un sapore quasi a là De Gregori, che torna anche nel modo di cantare. Un’atmosfera molto elegante e delicata, accompagna “Fior di Macadam”, toccante ballata che racconta di un omicidio stradale. Il racconto, come fosse in prima persona, di Lorena, vittima della strada, stracciato dalle svisate blueseggianti di una chitarra elettrica. “Mi si è fermato il cuore, però io provo amore/ ti guardo e rido in braccio/ in braccio al tuo signore.” A chiudere il disco è “Gli ultimi passi”, splendido spoken che mette al centro tutti i colori della voce di Corrao, un pezzo intriso di un clima quasi noir, rarefatto ed oscuro, giocato su un tappeto di elettronica notevole nel restituire il clima del pezzo. Il testo è una pistolettata, probabilmente il più potente dell’album: “Un Dio che vuole la pelle delle anime salve/ un Dio che lancia all’inferno/tutte le altre.” In conclusione, Marco Corrao tira fuori un gran bel disco, denso soprattutto di storie da raccontare (punto di partenza, questo, che viene troppo spesso tralasciato). Un lavoro curato in ogni dettaglio, in ogni sfumatura sonora ed in ogni richiamo agli ambienti dei vari pezzi. Un album che esce fuori dalla miglior scuola della musica d’autore, quella, appunto, che mette al centro una narrazione credibile, dei testi ben scritti ed una interpretazione curata.


Giuseppe Provenzano

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