In memoria di Tony Rice, maestro della chitarra flatpicking e del bluegrass

“Acoustics” del 1978 è il primo esplicito risultato di questo ricerca, che lo porta a modulare le tonalità e la struttura dei brani in maniera più insistita ed evidente. “Gasology”, “Blues for paradise” o la cover di “Four on six” di Wes Montgomery ci mostrano un Tony Rice nuovo e innovativo, capace di uscire ormai agilmente anche nelle parti soliste fuori dai confini della tonalità, con fraseggi esplicitamente jazzistici e improvvisazioni modali. Il successivo “Manzanita” del 1979 è un parziale passo indietro. La iniziale “Old train” è una bella cover di una canzone di Herb Pedersen, ma è la title track che, nella sua variegata struttura, mostra tutte le nuove caratteristiche di Rice, alternando parti tipicamente country a tempi dispari e cambi di tonalità. Il brano diventa uno dei sui classici, uno strumentale che da solo ne racchiude un po’ tutto lo stile chitarristico e compositivo e le premesse di nuovi sviluppi. Paradossalmente a questo fa da contraltare il resto del disco, dall’impianto più tradizionale, e brani come “Blackberry blossom” o “Nine pound hammer” di Merle Travis, interpretazioni considerate ormai dei classici. Ma è ormai solo la tappa di un percorso che lo porterà subito ben oltre. Rice tenta infatti un’operazione definitiva e apparentemente improbabile: coniugare esplicitamente il country con il jazz. Con The Tony Rice Unit pubblica così nel 1980 “Mar West”, dove il jazz sale definitivamente in primo piano. Sono tutti brani originali, se si esclude la cover di “Nardis” di Miles Davis. La iniziale “Mar West” ricorda ancora lo stile di “Manzanita”, ma è proprio il secondo brano, “Nardis”, che mostra come la direzione del disco sia stavolta decisamente diversa. Il brano nasce con un 4/4 piuttosto sostenuto già dalle mani di Davis e si presta a una reinterpretazione che Rice realizza con un ritmo meno swingato e più cadenzato dell’originale. Il risultato è sorprendentemente efficace (ascoltare per credere). La via è ormai aperta e il disco prosegue con un’impronta decisamente più jazz che country, alternando ballate melodiche, come “Waltz for Indira” o il blues lento “Whoa baby, every day I wake up with the blues”, a momenti più ritmici come “Neon Tetra” (con addirittura accenni di bossa nova su un assolo di violino dell’ottimo Richard Greene) o più country come “Is that so”. Quasi contemporaneamente, con l’amico di sempre Ricky Skaggs, pubblica un disco dall’impianto solidamente tradizionale. 
“Skaggs & Rice” è amatissimo dai cultori del genere ed è quasi straniante il salto repentino da un’opera così sofisticata ad un’altra così intimista e minimale di soli chitarra, mandolino e voce. Ad un primo ascolto è difficile immaginare che si tratti degli stessi musicisti, eppure la confidenza assoluta con il tradizionale bluegrass di due maestri del genere lo permette. È un disco quasi interamente di canzoni e, più che gli strumenti, in primo piano troviamo le parti cantate, armonizzate in puro old style. Una sorta di divertissement di due abili strumentisti che, per una volta, mettono in secondo piano i rispettivi strumenti per dare sfogo alla propria anima da folksinger. Ma la strada ormai è segnata e Rice prosegue in questo suo doppio percorso, con la capacità di affrontare da riconosciuto maestro sia il repertorio tradizionale che le sperimentazioni più audaci. È così che nel 1983 pubblica quello che forse è il suo capolavoro, “Backwaters”. La iniziale “Common Ground” è un dilatato tappeto armonico per delle lunghe improvvisazioni modali, vagamente à la John Coltrane, mentre “Just some bar in the French Quarters” è una delicata ballad con una dolce e struggente linea melodica. Nella successiva “Backwaters” c’è tutto Tony Rice; si potrebbe chiamare banalmente country jazz, ma qualunque definizione sarebbe riduttiva ber un brano e uno stile che, dai tempi di “Manzanita”, sono di fatto sua invenzione. Il resto del disco si muove su queste tre coordinate, alternando momenti ritmati ad altri più lirici e rilassati, in cui ritroviamo anche una giustamente famosa versione di “My Favourite Things” oltre a “On Green Dolphin Street”. Ancora una volta però Rice pare voler accontentare simultaneamente anche il pubblico più tradizionalista e, in un evidente stato di grazia creativa, sempre nello stesso anno pubblica uno dei suoi dischi più amati, “Church Street blues”. È il suo lavoro più equilibrato, un disco solista e il primo da consigliare a chi si voglia approcciare alla sua musica e sia completamente digiuno di musica bluegrass. Ma non è certo solo una sequenza di standard o traditional, e Rice si concede diverse divagazioni soprattutto per esaudire la sempre viva anima da cantante. 
La title track è un tributo all’amico Norman Blake (vale la pena citare anche un’altra bellissima versione, più lenta e orchestrata, del nostro Beppe Gambetta in “Blu di Genova” del 2003), così come “One more night” di Bob Dylan. Fra tutte spicca, a nostro avviso, la intensa interpretazione di “Streets of London” di Ralph McTell. Il disco contiene alcune delle sue esecuzioni di tradizionali più riuscite come “Cattle in the Cane” e “Jerusalem Ridge” di Bill Monroe. Chiude il disco una dylaniata versione di “The Wreck of Edmund Fitzgerald” (originalmente scritta da Gordon Lightfoot sulla storia dell’affondamento della nave Edmund Fitzgerald nelle acque del Lago Superiore nel 1976). Da questo momento Rice è il maestro indiscusso del flatpicking, non solo per l’abilità tecnica sullo strumento, ma soprattutto per la capacità di conciliare con disinvoltura due mondi così diversi; un campione dello stile tradizionale quindi, ma anche un profondo innovatore ed eclettico interprete. A ben vedere nel Tony Rice che vira al jazz si può riconoscere molto dello stile di Django Rheinardt, ma la similitudine non può essere riduttiva ed è solo un elemento fra gli altri, data la spiccata personalità del suo approccio e l’enorme bagaglio stilistico che Rice porta con sé. Negli anni ’90 merita ancora menzione la sua partecipazione al progetto “Tone poems” di David Grisman. Si tratta di un disco di duetti di chitarra e mandolino, per lo più standard o tradizionali, eseguiti però su speciali, e ricercatissimi, strumenti d’epoca (vintage). La iniziale “Turn of the Century” ad esempio è suonata proprio con una Martin 1-21 del 1891 e con un mandolino Gibson A-4 del 1905. Un disco che è una vera dichiarazione d’amore per i suoni dello strumento (da ascoltare assolutamente con un degno impianto HiFi per coglierne tutta la pienezza). Come visto Tony Rice si è cimentato spesso e volentieri facendosi apprezzare pure come valido folk singer, alternando agli strumentali dei brani cantati con un caratteristico e pregevole timbro. Purtroppo all’inizio degli anni ’90 il destino gli toglierà questa possibilità: una disfonia muscolo tensiva intaccherà irrimediabilmente la sua voce per il resto della vita. Non sarà questo l’ultimo suo infortunio; negli ultimi anni vedrà materializzarsi infatti l’incubo di ogni musicista: una epicondilite (comunemente conosciuta come “gomito del tennista) gli impedirà di suonare con continuità, impedendo di fatto le sue esibizioni in pubblico. Poco prima aveva ricevuto l’onore di essere inserito nella Bluegrass Music Hall of Fame del 2013, che rimane anche una delle ultime sue esibizioni pubbliche in assoluto.
Tony Rice è stato uno di quegli artisti capaci di dimostrare che tradizione non significa devozione, così come non basta danzare a piedi nudi per realizzare il folklore di una musica e di una cultura. Un approccio che solo i grandi artisti, pur in ambiti e con strumenti diversi, possono compiere. Nella loro capacità di rinnovare un genere innestano in questo una nuova linfa che lo fa rinascere e ne mantiene viva certamente l’eredità ma, con essa, anche la provenienza.


Discografia consigliata

J.D. Crowe & the New South – J.D. Crowe & the New South (Rounder, 1975)
Tony Rice – Tony Rice (Rounder, 1977)
The Tony Rice Unit – Acoustics (Rounder, 1979)
The Tony Rice Unit – Manzanita (Rounder, 1979)
The Tony Rice Unit – Mar West (Vivid Sound, 1980) ripubblicato “Devlin” (Rounder, 1987)
Tony Rice, Ricky Skaggs – Skaggs & Rice (Sugar Hill, 1980)
The Tony Rice Unit – Backwaters (Rounder, 1983)
Tony Rice – Church Street Blues (Sugar Hill, 1983)
Norman Blake, Tony Rice – Blake & Rice (Rounder, 1987)
David Grisman, Tony Rice – Tone Poems (Acoustic Disc, 1994)

Bonus Track

Pier Luigi Auddino

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