Khusugtun – Jangar (Buda Musique, 2020)

Se si parla di rivisitazioni moderne del canto gutturale e armonico mongolo, il nome Khusugtun non può che spiccare tra gli esempi più interessanti nel genere. L’utilizzo della polifonia è il segreto della band, una tecnica accostata al canto armonico solo di recente. Il canto armonico (overtone singing), per precisare, è una tecnica vocale estremamente particolare: con la manipolazione di laringe, faringe e bocca un cantante può creare risonanze armoniche relative alla nota prodotta dalle corde vocali proiettando, di fatto, più note contemporaneamente. Nell’album “Jangar” questa tecnica, strumenti tradizionali e occidentali intonano ballate a pezzi incalzanti in una reinterpretazione dell’omonimo poema epico mongolo tramandato oralmente dal quindicesimo secolo. Lo stile di canto khöömii è il più utilizzato nel disco, ma il sestetto utilizza altre forme come il magtaal, canzoni devozionali, e il bogino duu, canzoni brevi, entrambe ispirate alla tradizione mongola. Strumentalmente la band si accompagna con strumenti locali come il morin khuur, uno strumento ad arco con una testa di cavallo al posto del riccio, l’ikh khuur, simile a un contrabbasso, il tovshuur e la dombra, due liuti, lo yatga, uno zither, chitarra, violoncello e scacciapensieri. Con una formazione così estesa l’ensemble riesce a giocare con l’intensità comunicativa delle canzoni, oscillando tra dinamiche intense e situazioni più poetiche. Nella gran parte dei casi la musica rievoca, soprattutto strumentalmente, il galoppo dei cavalli nelle praterie mongole, tema centrale del folklore mongolo. Su questo tappeto di archi in costante movimento si stagliano le voci di Ariunbold Dashdorj, Batzorig Vaanchig, Chuluunbaatar Oyungerel, Ulambayar Khurelbaatar e Adiyadorj Gombosuren, l’unica a non utilizzare la tecnica gutturale è Amarbayasgalan Chovjoo, concentrata principalmente sullo zither. Talvolta, invece, le voci si fanno più calme e rarefatte, armonizzate delicatamente in intrecci piacevoli accompagnati da arpeggi melodici e ritmi più rilassati. Al primo gruppo appartiene la canzone “Chinggis Khan”, primo brano del disco e perfetto rappresentante dell’intensità degli arrangiamenti della band. Introdotta dalle voci, che mescolano canto gutturale e armonico, la canzone prosegue con i ritmi incalzanti delle percussioni e sincopi degli archi. Gli strumenti trasmettono forza ed energia ma non sono assolutamente grezzi, anzi, risultano espressivi grazie alla dinamica interna e al glissando degli archi. “Jangar” mostra un’attitudine vocale molto diversa e recitativa: non a caso il brano prende il titolo del poema epico narrato nel disco. “Arvan Khoyor Jil”, “Khoyor Ntugiin Erkh” ed “Altain Chimeg” rivelano invece il lato più melodico e riflessivo del complesso, capace di grande varietà e coerenza emotiva anche in brani più delicati. Delle tre “Khoyor Ntugiin Erkh” è probabilmente la più appetibile per il pubblico Europeo, un brano perlopiù strumentale introdotto dallo yatga su cui gli archi tessono trame leggere, per sfociare poi in una chiusura più impetuosa. Troviamo altri intrecci armonici esemplari negli arrangiamenti vocali di “Naadmyn Magtaal” e “Jaran Tsagaan Aduu” e una fantastica perla in “Khel Khuuryn Tsuurai”, arrangiato per voce e scacciapensieri. “Jangar” di Khusugtun è una ventata fresca in un genere che risulta molto spesso ripetitivo e chiuso in sé stesso. La sperimentazione dell’ensemble dimostra poliedricità e spessore, portando a manipolazioni uniche di sonorità di per sé ammalianti, ma rese ancor più apprezzabili dalla variazione interna del disco. Chi lo ascolterà aspettandosi un classico album di canto gutturale si troverà piacevolmente sorpreso dallo spessore melodico e dagli arrangiamenti di un album vario e raffinato, saldamente radicato in varie tradizioni mongole. 


Edoardo Marcarini

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