Dino Saluzzi – Albores (ECM, 2020)

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Quasi quarant’anni fa, a Novembre del 1982, Dino Saluzzi registrava da solo, nei Tonstudio Bauer a Ludwigsburg “Kultrum”, il suo primo album per ECM, etichetta che annovera questo lavoro fra le sue dieci migliori produzioni. Oggi Saluzzi torna alla dimensione solista ed esclusivamente strumentale registrando a Buenos Aires, fra febbraio e giugno 2019, nove brani di sua composizione, uno dedicato al padre, “Don Caye. Variaciones sobre obra de Cayetano Saluzzi”. Il bandeonista parla così dell’ispirazione che l’ha portato a mettere in musica le sue memorie sonore: “Questa musica riflette la mia tradizione musicale. Chiudo gli occhi, torno a Campo Santo e mi rammento tutto quel che ho vissuto nell’infanzia e da ragazzo. Ricordo quando mio padre mi insegnava il bandoneón, per me era come giocare”. Il rapporto con il padre è una costante nell’opera musicale di Dino Saluzzi, evidente anche nell’altro album registrato in solitaria nei Rainbow Studio di Oslo a Maggio 1988, “Andina” dove gli dedica il primo movimento (“Toccata”) del brano che dà il titolo al disco e che sembra preludere ad “Albores” anche nel movimento successivo, “Huaino – la mia cittadina”. Da allora non aveva più registrato un album tutto da solo, ma aveva continuato a coltivare i sentieri della memoria: per esempio in “Cité de la musique” con “El rio y el abuelo”, “Coral para mi pequeño y lejano pueblo” e “Introducción y milonga del ausente”, pure dedicata al padre, o in “Ojos negros” - condiviso con Anja Lechner - con “Tango A Mi Padre”. Dino Saluzzi ha già chiarito come lo zuccherificio che scandiva i ritmi della comunità in cui è cresciuto nella provincia di Salta non fosse il luogo più fortunato del mondo e di come lì la vita fosse dura ed ingiusta. 
Questo non toglie che lui sia stata fonte di felicità, di musiche condivise, di danze, evocate, per esempio, dalla milonga “Segun me cuenta la vida”: “Risuonano in me i primi balli, i primi concerti dal vivo. Questa è la mia tradizione e lì torno. La ritrovo e riesco a trasmetterla solo con la musica. Musica strumentale”. L’album comincia con due brani quasi senza tempo che rimandano a chi è scomparso: “Ausencias” e, proprio in apertura, “Adiós Maestro Kancheli”, dedicata a Giya Kancheli, deceduto ad ottobre 2019 – sulle cui musiche per il teatro e per il cinema Saluzzi aveva lavorato dieci anni fa in “Themes from the Songbook” in compagnia di Gidon Kremer e del vibrafonista Andrei Pushkarev. Nel ricordare Kancheli, Saluzzi sottolinea come il compositore georgiano “mostri che, per far sì che un’opera artistica sia compiuta, un musicista deve essere consapevole che la sta offrendo ad un’altra persona. Quel che ammiro in lui è la semplicità con cui sa comunicare le sue idee musicali”. Una cadenza, “La Cruz del Sur”, segna la metà del cammino, e sembra di vederlo, gli occhi in sintonia con le dita sui tasti del bandoneon, percorrere la piccola costellazione, dialogare col Centauro e quindi con l’incerto trotto suggerito da ”Écuyère”, per arrivare infine alle melodie più distese e descrittive di “Ficción” e “Ofrenda”,
introspettivi precipitati di paesaggi terrestri che diventano narrazioni umane e si trasformano in paesaggi sonori quando compositore ed esecutore imparano come prendersi per mano: “Uno compone a partire da certi gesti, da certe idee. Dal momento in cui la musica è sul leggio, comincia il lavoro che riguarda come suonarla. Il compositore ha cercato di essere originale e quindi lo strumentista non ha riferimenti, deve trovare, a sua volta, una propria originalità. È stato un lavoro appassionante e molto arduo, che mi ha portato a registrare alcuni brani diverse volte, fino a riuscire a trovare la sonorità cercata, il momento in cui il bandoneón suoni come se lo era immaginato il compositore. La musica è venuta dalla mia memoria, l’interpretazione ho dovuto trovarla nel mio cuore”. Come recita il quarto brano, Saluzzi ci offre un disco talmente “Intimo”, da suonare universale. 


Alessio Surian

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