Etnomusicologia dialogica e bi-musicalità. I video dei Seminari di Diego Carpitella (1979-81) negli archivi dell’ Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati, Fondazione Giorgio Cini, Venezia

Lo scorso due dicembre si è svolto il seminario online dal titolo “Etnomusicologia dialogica e bi-musicalità”, incentrato sul recupero delle registrazioni video di tre seminari che Diego Carpitella tenne a San Giorgio tra il 1979 e il 1981. Al webinar - organizzato dall’IISMC (Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati) in occasione del trentennale della scomparsa del fondatore dell’etnomusicologia scientifica italiana - hanno partecipato numerosi studiosi del settore, che si sono confrontati su temi di carattere metodologico e teorico, riconnettendo i contenuti degli incontri registrati sia alla temperie storico-culturale del periodo, sia alle traiettorie contemporanee della disciplina. Gli incontri furono organizzati nell’ambito della neonata “Scuola Interculturale di musica” dell’IISMC, allora diretta da Ivan Vandor (compositore, musicista e studioso di origini ungheresi recentemente scomparso), e testimoniano alcuni aspetti del lavoro di Carpitella, che qui appare nella doppia veste di didatta e ricercatore. Il fulcro tematico del materiale selezionato – che è stato sottoposto ad alcuni interventi di restauro e che rientra nel lavoro di ricerca di Claudio Rizzoni presso la Fondazione Giorgio Cini – è stato ricondotto, in primo luogo, alle categorie della bi-musicalità (la “competenza esecutiva diretta” di “una musica diversa dalla propria per poterne meglio comprendere i concetti e le pratiche”) e della dialogicità (“Carpitella fu tra i primi in Italia a sperimentare proprio in questi seminari un metodo di ricerca che prevedeva il dialogo e lo scambio di conoscenze tra ricercatore e musicista”). 
Si tratta di due aspetti legati all’etnomusicologia e, in particolare, ai suoi risvolti empirici e di ricerca sul campo. Un ambito teorico e metodologico allo stesso tempo, di cui Carpitella ha dimostrato l’importanza nel corso del suo lavoro e che nei filmati emerge in modo forte (con una carica di novità legata soprattutto agli anni in cui si sono svolti), in ragione dei modi in cui si articolano gli interventi e, in generale, della struttura stessa di quegli incontri. Difatti, i temi trattati assumono significati fondamentali per la teoria etnomusicologica proprio perché sono compresi entro un cerchio di confronti che pone al centro la musica: confronti tra lo studioso, gli studenti, i ricercatori, i musicisti tradizionali (Dionigi Burranca è stato ospite del seminario sulle launeddas, Francesco Splendori, Luigi D’Agostino e Romano D’Annunzio sulle zampogne del Lazio, Antonio Turco sulla chitarra battente). La musica è qui intesa come insieme (un “comportamento” definito socialmente), affrontata come esito multiforme di processi tecnici, culturali e storici, osservata e ascoltata attraverso le modalità in cui viene prodotta. Da qui deriva un ulteriore elemento critico, che ha riflessi diretti sia nella pratica etnografica sia nello sviluppo della teoria interpretativa etnomusicologica. Entrambi gli aspetti confluiscono nelle categorie suindicate, ma ne emerge altresì – sia dal video che dagli interventi che ne sono seguiti – l’idea che la negoziazione dei saperi sia un dato irrinunciabile e che, come sottolinea Giovanni Giuriati, il sapere si “costruisce nell’interazione tra lo studioso e il musicista”. Da un lato perché, come dimostra la dinamica del confronto tra Carpitella e i suonatori ospiti, è l’incontro stesso a determinare lo sviluppo della reciprocità e l’affiorare di alcuni temi piuttosto che altri. Dall’altro perché, nel contesto “delocalizzato” dell’aula, la presenza di uno o più suonatori tradizionali richiama chiaramente la centralità che questi hanno nel processo di acquisizione delle informazioni: 
non si tratta più di semplici informatori, ma di interlocutori attraverso i quali filtra – nella dinamica anche politica di interlocuzione – un sapere ovviamente non oggettivo e non oggettivabile. Allo stesso modo, il nodo teorico-metodologico legato alla comprensione musicale, è affrontato attraverso l’apprendimento diretto, per tramite di laboratori pratici dedicati allo studio delle tecniche esecutive legate agli strumenti e dei repertori con questi tradizionalmente eseguiti. Insomma, ciò che oggi è ormai largamente condiviso in etnomusicologia – compreso quel processo di riduzione della “distanza” musicale – compare sperimentalmente nel seminario e ci aiuta a comprendere il percorso degli studi e l’evoluzione della disciplina, maturata di pari passo con la comprensione della complessità del suo oggetto di studio. Per questo, se da un lato i seminari si prestano a interpretazioni storiche, dimostrando nel loro complesso l’innegabile valore documentario delle registrazioni di quegli incontri, dall’altro, ricontestualizzati nel quadro del dibattito contemporaneo, stimolano nuove considerazioni e, in particolare, raccordano le riflessioni del “maestro” con quelle dei suoi allievi diretti (tra i presenti vi erano, fra gli altri, Serena Facci, Antonello Ricci, Giovanni Giuriati, Giorgio Adamo) e della nuova generazione di etnomusicologi. In conclusione vorrei riportare una considerazione particolarmente attuale, emersa in seno al dibattito seguito al seminario dedicato alle launeddas. La riflessione è maturata in un percorso seminariale nel quale si è evidentemente ridotta la polarità e la “posizione” culturale (e politica) dei soggetti coinvolti (nel caso specifico, lo ricordo, vi era Dionigi Burranca). E ha toccato due temi che nell’intervallo di questi quarant’anni hanno assunto un ruolo importante nel dibattito interno ed esterno all’etnomusicologia: da un lato ciò che Carpitella ha riassunto, in quell’occasione, con “ethnos”, riferendosi alla categoria complessa dell’appartenenza culturale e, in qualche modo, etnica. 
Dall’altro, la necessità di insegnare gli strumenti popolari nei conservatori. Quest’ultimo punto è proposto nel quadro di un dialogo tra culture musicali storicamente e formalmente distanti, e alla rifunzionalizzazione delle launeddas. Nello stesso modo in cui entrambi sono considerati necessari, è impossibile (così si sostiene in quella specifica situazione) prevedere quali evoluzioni produrrebbero: oggi sappiamo che i processi sono stati avviati e che gli esiti sono senza dubbio positivi. Per quanto riguarda l’interpretazione etnicista delle launeddas e l’esclusività che deriverebbe da questa appartenenza (può un musicista non sardo imparare a suonare le launeddas ed eseguirne i repertori?), la risposta non è proprio netta. Più precisamente, Burranca non ha dubbi: “se a uno gli piace può riuscire migliore anche di un sardo”. Carpitella ci lascia sospesi: “come se io le chiedessi se è valido un jazz italiano, perché la radice storica del jazz non è italiana”. In ogni caso: “io non me la sentirei di fare un’affermazione”. 


Daniele Cestellini

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