Peppe Fonte – Le Canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone (SquiLibri, 2020)

Blogfoolk ha incontrato qualche mese fa Pino Pavone e Peppe Fonte, per parlare dell’album di quest’ultimo: “Le canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone”, edito da Squilibri e in cinquina per le Targhe Tenco 2020. Lo ha fatto durante un lunghissimo pranzo, dove quella che voleva essere un’intervista si è trasformata poi in una chiacchierata indimenticabile alla ricerca di un mondo, di un’epoca, di una possibilità, di un coacervo di anime, di un modo di interpretare il mondo e la vita. Si è parlato di canzoni e di poesia, ma dietro a questo c’era forte in ogni angolo del locale amore, fratellanza, visione comune di valori, di idee, di quello che qualcuno potrebbe chiamare “idem sentire”. Pino Pavone la chiama “la famiglia Ciampi” e in una canzone, così come in un libro, li chiama “Maledetti amici”: persone che hanno pensato e vissuto le cose insieme e intorno a Piero Ciampi. Così come Piero è stato punto di riferimento di Pino Pavone e Pino Pavone l’abbraccio che lo ha tenuto in piedi, così Pino è stato punto di riferimento di Peppe Fonte e Peppe è stato il più grande sostenitore di Pino e della sua arte, anche suo malgrado. Sentirli parlare l’uno dell’altro, sentirli citare versi di canzoni a memoria con ancora lo stupore della bellezza della prima volta è stata un’esperienza unica che Blogfoolk conserverà per sempre. Mancavano al pranzo gli altri maledetti amici: Robertino, il fratello scomparso di Piero, e Marcello Micci, sempre amato, sempre citato, lui e il suo ristorante in via Andrea Doria, dove chi va trova esposto ancora il passaporto di Piero. Chi non mancava al pranzo naturalmente era lui, Piero Ciampi. Il poeta. Uno dei più grandi del Novecento. E uno dei cantautori meno conosciuti ma più straordinari della nostra storia. Uno che o lo senti davvero dentro o non lo capirai mai. Perché non ti vorrà davanti, perché non si farà capire. Piero accompagna sempre Pino: lo vedi attraverso i suoi occhi bellissimi e decisi. E lo vedi mentre parla di lui: 

Pino Pavone -
Piero precorreva i tempi, non solo aveva una visione artistica ma anche di prospettiva; l’esempio lo hai In un palazzo di giustizia: sono fatti che noi abbiamo vissuto quelli della separazione, ma Piero non ci aveva mai messo piede dentro. Piero è rimasto sempre sposato con la prima moglie che se ne è andata in Irlanda. 

Qui è molto bella la frase: “Ho chiamato una carrozza che si porti via il passato...” 
Pino Pavone - È una frase di Piero; la canzone è nata da un’idea mia, da una mia impressione vissuta e poi Piero ci ha ficcato le sue frasi: “ho chiamato una carrozza che si porti via il passato”, “io ti sparo tu mi spari...” 
Peppe Fonte - … Che descrive quel momento tra marito e moglie in tribunale... come dipingerlo meglio? “io ti sparo tu mi spari”! Quello è il poeta!
Pino Pavone - C’è una discussione con Peppe particolare su me e Piero. Quando non riesco a dormire e mi sveglio presto allora, porca miseria, mi vengono in mente tante cose e una di queste è che in fondo Piero era un mio fratello, perché poi ha vissuto anche suo fratello con me, stavamo sempre insieme.

I “Maledetti” amici?
Pino Pavone - I maledetti amici sì. Allora mi sono chiesto: non è che forse ho contaminato un po' la purezza di Piero? nel senso che lui era un poeta puro e io dico: forse era meglio lasciarlo andare per i fatti suoi; però poi sono arrivato alla conclusione che ci siamo influenzati a vicenda e quindi è giusto che sia andata così.
Peppe Fonte -
Quando mi raccontava di questo dubbio mi diceva anche “nelle telefonate tra me e Piero sono nate le cose più belle” ed in fondo è quello che avviene anche tra me e Pino, il motivo per cui poi mi sono messo a scrivere da bambino; la prima volta che l’ho visto al pianoforte... beh, lui non sa suonare, non sa cantare. Non sa fare niente però ti imbalsama (il che vuol dire tradotto dal calabrese: ti pietrifica) perché ti arriva addosso un'emozione così forte a sentirlo che fu proprio quella a folgorarmi all’epoca; è nato tutto quasi per gioco, al telefono, in macchina, in queste situazioni che mi hanno cambiato la vita, insieme con le storie di e su Piero Ciampi. Io l’ho conosciuto, ma l’ho sempre vissuto perché me lo raccontava Pino, o Robertino. Marcello Micci dice una cosa che ripetiamo tutti noi che abbiamo respirato questo tipo di atmosfera: se non avessimo conosciuto Piero e il suo mondo, saremmo tutti stati uomini diversi, meno interessanti.

Siete sicuri di questa cosa? 
Pino Pavone - Sì, sicuri.
Peppe Fonte - Ci saremmo gustati la vita molto di meno.

Ma chi era Piero Ciampi?
Pino Pavone - Un poeta; c'è un libro, l'unico libro che la RCA abbia editato come libro di poesie; ebbene se tu apri la copia che conservo capisci dove ci troviamo. Infatti c’è scritto: “Al mio babbo, Piero”. Comprendi? Era andato a Livorno, aveva regalato la copia al padre, che era un uomo concreto e non vedeva di buon occhio questa attività del figlio. Lo considerava un inconcludente. 
Quindi il padre avrà aperto il libro, non ci avrà capito niente e glielo deve aver restituito. E lui lo ha portato a casa mia (ride). 

Beh, pure il padre non era stato carino a non tenerselo. 
Peppe Fonte - I Ciampi erano un po’ pazzi tutti quanti. “Livorno”, che è tra le canzoni più belle di Piero, con la strofa inedita, che nel disco non c'è e che noi abbiamo ritrovato a casa sua, dimostra che è dedicata alla madre malata; Piero ebbe questo trauma della madre che a un certo punto lasciò i figli e se ne andò. 
Pino Pavone - Loro, i ragazzi, hanno subito dei grossi traumi; la madre era una nobile montenegrina che il padre conobbe in Inghiliterra. Si sposarono ma avevano una grandissima differenza di sensibilità; il padre era molto concreto, uno che vende pelli si può interessare alla poesia? Piero prese molto dalla mamma. Io l’ho conosciuta la sua mamma, quando lui mi portò a Livorno; la vidi in un letto che stava male e Piero gli prese la mano perché era molto attaccato a lei. Lui in fondo non ebbe né padre né madre e cercava la famiglia altrove; la trovò da Marcello Micci dove ogni sera andava a mangiare e la trovò da me... ecco la mancanza assoluta di una famiglia!
Peppe Fonte - … E poi le cene e le ricorrenze in casa Ciampi finivano sempre a rissa: questo me lo raccontava lui e me lo raccontava pure Robertino: si trovavano insieme, si sedevano a tavola, mangiavano e poi finivano tutti a litigare, si menavano anche.  

Piero era rissoso?
Pino Pavone - Rissoso no, non era violento Piero; ero più violento io, anzi qualche volta mi rammarico di avergli dato qualche botta in testa perché rompeva i coglioni, era assillante, aveva bisogno di bere ogni due minuti, aveva bisogno sempre di vino. 
Sai come lavoravamo noi? A casa mia io gli facevo trovare tutto a posto e poi due tre bottiglioni di vino, sennò non si poteva lavorare... però con questo vino lui entrava in una specie di... 

Di trance?
Pino Pavone - Sì, in una specie di trance e uscivano lì le cose più belle di Piero; per esempio abbiamo fatto “Raptus”; avevamo letto Camus, la storia di uno che ammazza un'altra persona probabilmente o per gelosia o perché colpito dal sole che dà alla testa. E così mentre scrivevamo la canzone io gli dicevo: “come cade Piero?”… E lui:“sembrava una statua”; questo lui era.

Aveva proprio bisogno di bere per creare?
Peppe Fonte - Beh no: lui aveva una lucidità nella stesura di alcuni testi che non sono di persona alterata; c'è una capacità di analisi molto chiara. 

Magari per quest’uomo c’era una possibilità di salvezza anche a costo di perdere in creatività. Oppure invece era una persona “di passaggio” in questo mondo? 
Pino Pavone - Lo dice in una canzone: “la mia vita è corta c'è scritto sulla pelle”.
Peppe Fonte - L’alcol è stata una malattia vera, lui si faceva male con l'alcol, si beveva qualsiasi cosa a qualunque orario; per cui c'era autolesionismo, un lento suicidio, però questo avveniva secondo me anche perché sapeva di non essere capito; uno così grande va davanti alla gente e ogni volta sa che dall'altra parte non capiranno quello che sta facendo e la grandezza di quello che sta cantando e allora va sempre
ubriaco. 

Qualcuno lo capiva. Luigi Tenco per esempio lo amava molto, lo cita anche in una delle rare interviste radiofoniche. Loro si conoscevano.
Pino Pavone - Luigi lo conoscevo pure io. Considerava Piero come un fratello maggiore e spesso avevano dei contrasti più spirituali che concreti, nel senso che Piero riteneva che Luigi si dovesse mantenere puro mentre invece lui tentava altre strade; ma a Piero del successo non gliene fotteva niente, a Luigi invece del successo importava tanto. Loro due si incontravano e secondo me si influenzavano, perché anche dal punto di vista letterario ci sono strane assonanze e coincidenze. 
Peppe Fonte - … Anche musicalmente erano simili: per esempio Piero amava il jazz come Luigi e erano in quel momento gli unici due cantautori con questo spessore musicale diverso. 
Pino Pavone - E allora una volta Tenco invita a pranzo Piero e lui mi dice: “dai vieni anche tu, ora lo dico a Luigi”. Così siamo andati e ti giuro su mia madre che è la verità. Mangiammo in un ristorante vicino Piazza Fiume. A un certo punto Piero gli fa: “ma tu a Sanremo ci devi andare per forza?” E allora Luigi gli risponde: “ma cazzo Piero, sempre così dici tu le cose? A te non frega niente, non ne hai bisogno”. Allora Piero si incazza: “ma tu a Sanremo non ci devi andare, hai capito? Ma che cazzo c’entri tu con Sanremo?” E a quel punto Luigi prende, lascia tutto, se ne scappa, va a Sanremo... e si spara. 

Anche Gianfranco Reverberi che era l’amico più caro di Tenco dice sempre che lui non doveva andare. Peraltro Reverberi ha fatto il militare con Piero. Lo amava moltissimo.
Pino Pavone - Con lui ha fatto un disco col nome Piero l'Italiano ma non ebbe successo.
Peppe Fonte -
Poi è arrivato Marchetti; il loro era un binomio perfetto perché gli ha messo addosso un vestito adatto.

Anche nel recitar cantando in alcune canzoni.
Peppe Fonte - E per esempio il pianoforte e voce che gli fa Marchetti ne “L'Incontro”? 
Pino Pavone - Quella canzone nacque in questo modo: io avevo scritto “A passeggio con mia figlia”, che poi l'RCA cambiò e intitolò “Bambino mio” e la fece cantare a Carmen Villani; era la passeggiata di un padre con una figlia: se la fai cantare a Carmen Villani cosa c’entra? Così è deturpata, perché cosa c’entra la madre? 
Peppe Fonte - Piero sente questa canzone e si incazza...
Pino Pavone - ...E però gli viene l’idea de “L’Incontro” e dopo qualche giorno se ne esce con questa che è una delle sue canzoni più belle. 
Peppe Fonte - Ma chi scrive un testo del genere? Nessuno l’ha mai scritto e nessuno lo scriverà più. Io quando l'ho sentita la prima volta non so per quanto tempo sono rimasto lì senza parole.  

Visto le esperienze personali forse guardava dalla prospettiva del figlio?
Peppe Fonte - No. Quello è proprio il suo prepararsi all'incontro con tutta la sua vita sbagliata di padre: “Stanotte allenerò le mie labbra/A sorridere/E dovrò quindi pensare/A lavarmi fino alla morte i denti./Vorrei piacerti come un tempo/Ma la mia pelle è stanca/E non posso nascondere il mio volto./Dovresti essere forte e dirmi,/Lasciandomi alla mia vita di sempre,/Che ormai per te sono un estraneo/E che ha ragione la gente/Quando dice che merito la solitudine./Ma guarda tu che cosa ti dico;/Sarebbe molto meglio per te/ Che te ne andassi/Prima di incontrarmi”.
Pino Pavone - Un testo terribile, terribile!
Peppe Fonte - Ma chi ti può scrivere una cosa del genere? Chi l'ha mai scritta una cosa del genere? Poi sentila cantare e senti che musicalità che ha e che pianoforte gli mette Marchetti!
Pino Pavone - Ora vi racconto di quella volta che siamo andati a Napoli, per la Tv, per Senza Rete: io Marchetti e Piero. Piero assolutamente perfetto in tutto: non aveva bevuto, lo avevamo tenuto sotto controllo, la giacca mia meravigliosa che poi lui ha perso (ride). Mi scrisse una lettera di impegno: “Ricevo dall'Avvocato Giuseppe Pavone una giacca di Testa e mi impegno a restituirla nelle stesse condizioni in cui l'ho presa; in caso contrario mi impegno a comprare una giacca presso Testa a Roma
oppure di dargli 500 mila lire, firmato Piero Ciampi”; ovviamente non ho mai più visto né la giacca nuova, né la giacca vecchia, né i soldi (grandi risate); la lettera l'avevo messa in un quadro, poi dopo tanti anni si è scolorita la scrittura. Insomma, per tornare a Senza Rete, andiamo a Napoli e Piero canta Tu no, la canta in un modo incredibile; doveva cantarne due, ma io e Gianni abbiamo detto: basta, non lo mettiamo a rischio che questa canzone l'ha fatta perfetta. La sente Aznavour, parola mia d'onore, e dice: “Piero bella, buona (fa l’imitazione con voce francese), voglio cantarla pure io questa canzone, ci vediamo dopo e ne parliamo. Allora uno che avrebbe fatto? lo avrebbe aspettato fino a dopodomani e invece Piero dopo un po' fa: “beh abbiamo finito, mi sono rotto i coglioni, andiamocene”, “ma c'è Aznavour!”, “no mi fotto di lui andiamo, andiamo”. Ecco, questo era lui, non gliene fotteva niente neanche dei soldi perché se gliela avesse fatta Aznavour sai quanta Siae!

Torniamo al disco. Partiamo dalla copertina: come è nata l'idea?
Peppe Fonte - Quella è la porta di casa di Pino Pavone, dove io da ragazzino bussavo e dove bussai pure la notte in cui lasciando il calcio decisi di andare... dove? A casa di Pino! Mi sono coricato lì e lui ha aperto la porta, mi ha detto “sei proprio spampinato” e quindi io ero a casa mia; quella targa la vedo da quando sono bambino e ho preferito quella foto a qualsiasi disegno di qualunque pittore illustrissimo, perché accostavo la targa “Ciampi Pavone” alla parentesi che sotto ogni canzone dei vinili che lasciò Piero Ciampi a casa mia io leggevo: le canzoni scritte da loro due.  

Chi era Piero Ciampi per te?
Peppe Fonte -
Per me era un amico di Pino e così è arrivato a casa mia e Pino era amico di mio padre e di mia madre e io divenni inseparabile da lui da ragazzino perché ero innamorato di tutto questo mondo; lo inseguivo perché mi divertivo da morire.
Pino Pavone - Io ricevo da lui la stessa sollecitazione che Piero riceveva da me. E io mi fido di lui come Piero si fidava di me. C’è questo parallelismo, questo ciampanismo... che poi c’era con Marcello Micci e con Robertino, e anche con Aldo che non abbiamo nominato... Mangiavamo ogni sera da Marcello. 
Peppe Fonte – “Maledetti amici” è una canzone che nasce nel disco che Pino ha fatto nel 1990, quando vinse la Targa Tenco. Si trova in questo disco perché questa canzone è la descrizione di questo mondo ciampiano, di questo modo di vivere le situazioni. Mi ricordo che ero un ragazzino ma il riff musicale di quella canzone l’ho fatto io.  

Maledetti amici sembra proprio una canzone di Piero Ciampi, quando parla poi della Roma e del Livorno!
Pino Pavone - Era così a casa mia: ci incontravamo la domenica e facevamo la famiglia. La famiglia Ciampi!
Peppe Fonte - E c'è una poesia di Piero che dice: “Sabato sera la casa di Pino sembra un porto di vedovi (risate). Erano tutti soli: si erano lasciati tutti”

Con le donne i rapporti di Piero non erano semplici, vero?
Pino Pavone - Beh cominciamo a dire che Piero era insopportabile e lui lo dice pure: “anche se ti ho esasperata tu no, tu mi devi star vicino, perché io sono fuori” e praticamente dopo un po' non lo sopportavano più.
Peppe Fonte - Il massimo di tutto quello che ci stiamo raccontando è in Questi poeti, altro momento magico perché è un pezzo che risale sempre agli anni Novanta: Pino arriva sulla spiaggia con questi appunti perché stava pensando a Piero e voleva scrivere un testo; viene fuori questo ritratto che è Piero ma non è solo Piero, perché descrive i poeti maledetti, tutti questi soggetti strani e poetici...
Pino Pavone - “Non portano segni visibili/né sorrisi facili/ ma lo capisci subito/che sono cazzi acidi/la vita è una coperta/un premio di stagione/figli di madre nobile/ ma debole di cuore”: eccola la mamma di Piero!

Posto che la canzone d'autore è uno stile, una forma d'arte che si completa in musica e parole nei minuti in cui dura il brano, Piero Ciampi è uno dei rarissimi casi in cui ci troviamo di fronte a un poeta puro: puoi anche togliere la musica, ma resta la poesia.
Pino Pavone e Peppe Fonte - E’ vero!

Lui si è incontrato con la musica pure un po' per caso? 
Peppe Fonte - Questo lo dice pure Pino, però io dico anche che lui aveva una grande melodia.

Il poeta ha una intrinseca melodia altrimenti non potrebbe essere un poeta: Leopardi è musicalissimo. 
Peppe Fonte - Tu ti riferisci alla musicalità del verso, ma lui era musicale anche nelle note che usava; se tu ascolti per esempio “L'incontro”, lì ci sono degli accordi liberi che fa Marchetti; è Piero che si inventa la melodia ed è bellissima; per cui lui è così poeta da sembrare prestato alla canzone, ma non è così.

Ma lui sapeva suonare? In Francia lui suonava.
Peppe Fonte - Lui suonava male la chitarra.
Pino Pavone - Il nostro incontro avvenne in Sila, in questo posto di villeggiatura. C’è una foto in cui io suono la batteria e Piero è al contrabbasso, ma secondo me neanche lo sapeva suonare. Faceva finta. Poi la sera quando era finito tutto e avevano finito di ballare, lui ci allietava con le sue canzoni alla chitarra. La cosa che mi ha colpito di Piero quando si avvicinò la prima volta fu quello che mi disse: “senti questa ragazza piace pure a me, allora facciamo una cosa: dato che la notte suono, io ci sto la mattina e tu ci stai la sera. (Ride) Io venivo da una famiglia piuttosto dignitosa, borghese, e mi sono detto: “Questo come si è permesso?”  ... poi da lì ci siamo ritrovati quando lui da Milano si trasferì a Roma; a Piazza del Popolo mi fece conoscere tutti i suoi amici pittori: Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano, tutta la seconda scuola romana, dove c'era pure Mimmo Rotella; Piazza del Popolo in quel periodo era un punto di incontro. C’era grande confusione, perché c’era di tutto: falsi artisti, veri artisti, falsi produttori, produttori che non esistevano... e difatti com'è che mi introdusse? i pittori erano gelosissimi, ma lui mi presentò a Franco dicendo: “questo è un grande regista, tenetevelo caro!”

Era la Roma di Fellini, di Pasolini. Li conoscevate?
Pino Pavone - Li vedevamo ma non ci parlavamo. Piero parlava con Alberto Moravia, con Carmelo Bene. Era amico di Marcello Mastroianni; ogni tanto bevevano insieme.
Peppe Fonte - Però questo disco qui non ha solo Piero Ciampi come riferimento; Pino si sottovaluta, ma questo disco nasce soprattutto perché io ho voluto mettere in evidenza il fatto che Pino Pavone è un grandissimo autore di canzoni, ha scritto delle cose di una bellezza unica. Certamente Piero era il top e averlo incontrato non è una cosa facile, ma c’è un materiale infinito di cose belle di Pino. Dei veri capolavori che non se li ricorda più nemmeno lui. Ma io sì. 
Insomma di Ciampi si è parlato sempre, di Pino Pavone si è parlato troppo poco. E comunque solo Pino ci può davvero raccontare Piero, perché nessuno lo ha sopportato come lui. 
Pino Pavone - L'ultima canzone che ho scritto e che ha cantato Peppe nasce da un fatto che mi ha fatto molto male: riguarda la separazione di mia figlia. Il pezzo si chiama “Figlia di mare”.
Peppe Fonte - E nasce da questo manoscritto nella valigia di Piero, un foglio dove troviamo scritto: “nella torre non rimane nessuno... 
Pino Pavone - “...Cristo consegna il passaporto al primo venuto”. 
Peppe Fonte - E quindi Pino scrive questo testo, me lo manda per messaggio a mezzanotte ed è tutto intorno al dolore causato da questa figlia. Ho fatto la musica in dieci minuti.

Potremmo dire Pino, che questa fratellanza, questa famiglia, tu te lo sei portata dentro, come se una parte di Piero si fosse trasferita, in maniera del tutto immanente, in te. Peraltro accade sovente quando ci si separa per sempre da chi si ama. 
Pino Pavone - Sì. È proprio così. È vero: è proprio questo. 

Però è anche vero che questa cosa Pino ce l’hai da subito. La tua scrittura è particolare, distante dalla scrittura di canzone lineare; il modello è quello di Piero, quello delle immagini che rimanda. È come la statua che cade di Raptus; una capacità di rendere l’immagine estremamente poetica e non narrativa. “Se ti invita a colazione un intellettuale mai muoversi” de “La vita è dispari” è un esempio perfetto. Qua non c’è alcuna descrizione lineare. Qui c’è l’immagine di un mondo. La sintesi di una società. 
Pino Pavone -
Sì è così.
Peppe Fonte - Hai dipinto la situazione.

Questa cosa ce l'aveva Ciampi, ce l'aveva Ciampi nelle canzoni scritte con Pino Pavone, ce l'ha Pino Pavone. volevo capire se tu questa cosa ce l'hai e la porti avanti con più convinzione da solo dal momento in cui Piero se ne è andato, se ti sei sentito più libero di tirare fuori le tue cose. 
Pino Pavone - No. Piero è sempre con me; io ci parlo. Ci parlo pure dei fatti miei: “tu che ne pensi?” quando il legame è troppo forte... 
Peppe Fonte - Guarda che Piero è presente. Guarda che se noi dobbiamo fare una serata e a lui non piace fa succedere una cosa… (ridono)

Peppe, andando verso la conclusione, come hai lavorato sugli arrangiamenti dei brani e quanto resta dell’esperienza di Marchetti?
Peppe Fonte - C’è il lavoro di Riccardo Biseo, che è un grande musicista: non parliamo di uno qualunque, ma di uno che ha suonato con musicisti di livello internazionale e siamo riusciti a farlo calare nella realtà cantautorale - che è una cosa completamente diversa dal jazz o altro tipo di musica - e devo dire che qui Biseo ha avuto grande rispetto per il lavoro di Marchetti su Ciampi; abbiamo voluto che venisse modernizzato e rifatto alla nostra maniera l’arrangiamento delle canzoni di Piero e di Pino, ma senza mai stravolgerle; l’assurdo è che io queste canzoni le faccio da sempre e le sapevo meglio di loro, quindi non dovevo fare niente: andavano rifatte ma in modo rispettosissimo e la responsabilità era grande.

Il fatto che siete entrambi avvocati vi ha facilitato?
Peppe Fonte - No, non c’entra niente; io lo frequento da quando sono ragazzino, le famiglie nostre sono legate da rapporti antichi. Sì, siamo avvocati, ma per caso, ecco. Essendo artista e avvocato in certi momenti lui mi ha aiutato a non perdere la testa, perché l’arte rischia di ubriacarti soprattutto in alcuni momenti giovanili; io comunque l’avvocato lo faccio con la stessa serietà con cui faccio l’artista ma tengo le due cose parallele con rispetto altissimo dell’una e dell’altra. 
Pino Pavone - Piero diceva che lui era un artista puro e io ero un bastardo: quando ci dovevamo incazzare mi chiamava così. Ma io ero forte e se volevo, te l’ho detto, lo menavo pure...
...le chiacchiere sono continuate: un lungo pranzo che è proseguito, tra aneddoti, ricordi, momenti di amore e di intimità che nessuna storia riportata in termini giornalistici potrà mai rendere davvero. E rendere giustizia è compito degli “avvocati” Pavone, Ciampi e Fonte. Noi, qui, siamo solo dei cronisti. 


Elisabetta Malantrucco e Salvatore Esposito


Peppe Fonte – Le Canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone (SquiLibri, 2020)
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Ci sono dischi che hanno il pregio di catturare nei loro solchi, un immaginario e con esso un intero universo, un’epoca. E’ il caso de “La canzoni di Piero Ciampi e Pino Pavone” di Peppe Fonte, un album che non è un semplice omaggio, ma piuttosto il racconto in musica di un momento irripetibile, nato sull’asse Livorno-Catanzaro, Toscana-Calabria, impastato tra amicizia, canzoni e poesia. Piero Ciampi, infatti, era un poeta più che un semplice cantautore. Un poeta che, come pochi, era in grado di catturare con i suoi versi la vita vera con il suo dolore e le sue sofferenze, i suoi eccessi e i suoi problemi. Quella stessa vita con cui si misurava, nelle aule di tribunale, uno dei suoi “maledetti amici”, Pino Pavone, avvocato e collega del fratello Roberto con cui condivideva lo studio a Roma. La professione forense, forse più di altre, mette a contatto con le esperienze più complesse della vita e rappresenta una fonte ispirativa importante, forse inconsapevole, ma che in modo inevitabile finisce per caratterizzare la canzone d’autore. Laddove i Fratelli Reverberi e Gianni Marchetti furono complici di Ciampi dal punto di vista musicale, da quello dei testi a dare un contributo importante furono proprio gli avvocati Ciampi-Pavone, quelli della targa che campeggia sulla copertina del disco, ovvero il fratello Roberto (autore di alcune canzoni) e Pino Pavone, catanzarese di origini ma trapiantato a Roma. Fu quest’ultimo che contribuì, negli anni Novanta, a ridestare l’attenzione sull’opera del cantautore livornese e che, a cinquantacinque anni, debuttò con uno splendido disco come solista riannodando i fili del tempo. In questa storia, però, c’è ancora un protagonista ed è un altro avvocato, ma penalista: Peppe Fonte che, all’età di dodici anni, conobbe Piero Ciampi e dalle sue mani ricevette in dono due suoi album. Abbandonata la passione per il calcio che lo aveva portato a giocare nel Catanzaro ai tempi di Palanca, Fonte si è dedicato alla canzone d’autore sulla spinta di quell’incontro che ne aveva segnato la giovinezza, ma anche del forte legame nato con Pino Pavone che lo accompagnò per la prima volta negli studi della RCA per sostenere un provino. La pluriennale amicizia tra i due avvocati e cantautori, strettamente connessa alla figura di Piero Ciampi e ai giorni indimenticabili dei “maledetti amici” è stata la base di partenza per questo album che raccoglie dieci brani, registrati agli studi Yara Records di Catanzaro, con la partecipazione di Riccardo Biseo (pianoforte e tastiere) che ha curato la direzione artisitca e gli arrangiamenti, Silvio Ariotta (contrabbasso e bassi elettrici), Ismaele Rocca (batteria), Vito Procopio (sax alto e tenore), Franco Catricalà (basso elettrico). Il repertorio presenta cinque brani scritti a quattro mani da Campi e Pavone, due dal solo Ciampi con musiche di Gianni Marchetti, due da Fonte e Pavone e una firmata solo da quest’ultimo. Il risultato è un viaggio, nel tempo, sulle ali della poesia che si apre nei corridoi di un Tribunale con la poesia  de “In un palazzo di giustizia” cantata in duetto con Pino Pavone. Il sax guida la linea melodica dialogando con il pianoforte, mentre le liriche descrivono gli attimi prima di un’udienza di divorzio con lo scambio di sguardi tra i due ex coniugi, il tentativo estremo di riconciliarsi (“Ho chiamato una carrozza/che si porti via il passato/sei salita con rancore/uno sguardo e tu sei scesa/uno sguardo e tu sei scesa/dopo un attimo sei scesa”) e poi la fine di tutto (Siamo seduti in una stanza/di un palazzo di giustizia/tu sei pazza/vuoi spiegare una vita/con due frasi”). Si prosegue con la magnifica versione di “Tu No” nella cui struttura jazz si inserisce la perfetta interpretazione di Fonte che rende in modo intenso il senso profondo del testo che suona come l’estremo tentativo di recuperare un rapporto nonostante il protagonista sia cosciente di non poter cambiare e di aver deluso la sua compagna (“lo so, è colpa mia/io non ho mai fatto niente”). “Raptus” sposta la scena nella sala colloqui di un carcere con il protagonista che chiede all’avvocato di trarlo fuori dai guai (“Avvocato, ti aspettavo, mi affido a te, tirami fuori./Capisco che è molto grave,/cercherò di essere preciso,/cercherò di ricordare...”), ma, poi arriva uno dei vertici del disco arriva con “Maledetti amici” di Pino Pavone nella quale è racchiuso il senso profondo dell’amicizia che lo legava a Piero Ciampi con le immagini che arrivano dal passato e si susseguono pervase da nostalgia e affetto. Se la struggente “A passeggio con mia figlia” ci svela il lato più intimo del rapporto tra padre e figlio, “Figlia di mare” è un inedito firmato da Fonte e Pavone ed ispirato da alcuni scritti ritrovati all’interno di una valigia che Piero Ciampi lasciò a casa di Pino Pavone e il cui testo colpisce per l’intensità dei versi (“ Se la vita che cerchi è la mano del vento, quando ai fiori dell’anno mancheranno gli assenti, se il castello di paglia brucerà sulla pelle, gli occhi saranno sangue di stelle “). Quel gioiello che è “Il Natale è il 24” ci introduce all’altro inedito firmato da Fonte e Pavone “Questi Poeti”, un omaggio al Ciampi uomo e poeta (“Poeti in paranoia che vanno in processione, sulle promesse fragili del Dio delle canzoni, sputano la pazienza nei luridi portoni e se ci parli troppo si rompono i coglioni, questi poeti non hanno sorelle malinconici e bastardi, incrocio delle stelle con la rabbia, questi poeti dai sentimenti forti sono più vivi quando sono morti”). “Quaranta soldati quaranta sorelle” e “L’amore è tutto qui” chiudono un disco prezioso, suonato e cantato in modo eccellente ed impreziosito da un corposo booklet con gli interventi di Sergio Secondiano Sacchi e dello stesso Peppe Fonte, ma soprattutto con tutti i testi e alcuni stralci dei manoscritti di Piero Ciampi. Un gioiello da ascoltare dalla prima all’ultima nota.


Salvatore Esposito

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