La pelle troppo sottile di Nick Drake

Era questo il destino di quelle canzoni che in quel modo erano anche nate, in mezzo ai riferimenti delle piccole cose quotidiane, in una stanza della casa dei genitori a Tanworth-in-Arden. Un destino che curiosamente sarà condiviso dalla letteratura dell’assurdo contenuta nel libro di Tom Robbins “Natura morta con Picchio” (1980), in cui le medesime tematiche (significato della luna, conflitto tra socialità e individualismo, durata dell’amore) sono filtrate dentro lo spazio ristretto di un pacchetto di sigarette. Sigmund Freud affermava che “Gli uomini non possono restare bambini per sempre, devono andare ad affrontare la vita ostile”. Qualcuno ha scritto che Nick non volesse uscire dall’adolescenza, che vivesse una contrapposizione aporetica tra passato e presente, un solipsismo quasi autistico. Improvvisamente e inaspettatamente accadde che il fiume entrò in piena e tutti iniziarono a parlarne come di una fonte d’ispirazione. Erano diventati tutti eredi di Nick Drake, da Michael Stipe a Kate Bush, da Paul Weller a Tom Verlaine, da Demon Albarn a Robert Smith e ancora David Sylvian, Belle And Sebastian, Kings of Convenience, Mogwai, Kurt Cobain….Ma sono pochi davvero quelli che capirono all’istante la statura artistica di Nick, con umiltà, come fece Alexis Korner. Il suo nome e le sue canzoni dunque iniziarono a comparire ovunque, dalle radio alle colonne sonore di film, dai documentari agli speciali radiofonici della BBC (con la voce narrante del divo Brad Pitt). Perfino nelle pubblicità di colossi industriali dell’abbigliamento come la Nike o automobilistici come BMW e Wolkswagen. Mise i brividi alla televisione prima del telegiornale, veder apparire improvvisamente il videoclip della Cabrio decappottabile con l’accompagnamento originale di “Pink Moon”. Ma forse è ancora più amaro pensare che in un libro americano di 160 pagine del 2007, dedicato interamente all’ultimo disco di Nick, ben 40 siano riservate proprio a questa pubblicità e ai vantaggi economici di una azzeccata strategia di marketing. 
Nel 2015 fu la volta anche di Poste Italiane utilizzare “Northern Sky”. L’oscurità durante la vita su questa terra è diventata inversamente proporzionale alla sua fama negli ultimi decenni. “L’Espresso” una volta propose nelle edicole come omaggio alla rivista settimanale, un CD intitolato “Le canzoni del secolo” che conteneva al suo interno anche “Time Has Told Me” di Nick Drake. Sembra di ripercorrere il destino dell’Hallelujah di Leonard Cohen: dopo la grande amnesia collettiva, tutti si accorsero di qualcosa che stava li da quindici anni e da allora sembra che nessuna celebrazione o concorso canoro possa più farne a meno. E’ così ci si accorse anche di colui che cantava “Dai un’occhiata, puoi vedermi per terra, perché io sono il parassita di questa città”. Il primo tributo live ufficiale a Nick si tenne il giorno di quello che sarebbe stato il suo cinquantesimo compleanno, il 19 giugno del 1998, al “12 Bar Club” di Londra con il prezioso contributo di Robert Kirby. E’ stato anche filmato dalla BBC per un documentario dal titolo “Picture This – Searching for Nick Drake” e poi ripetuto altre tre volte sempre nella capitale e per due a Bristol. Tra i protagonisti di quell’evento, Malcom Darwen e Caroline Kendall vennero anche in Italia nel dicembre del 2001 per un mini-tour acustico a Roma, Cavriago, Bolzano e Ferrara. Nella gremita serata dell’8 al Circolo Culturale/Kulturverein ARCI Walter Masetti di Bolzano, ricordo che oltre al concerto e alla proiezione, artisti locali salirono sul palco a sorpresa, dimostrando con le loro appassionate interpretazioni quanto l’opera di Drake fosse ovunque conosciuta ed amata. Joe Boyd è stato senz’altro il più accreditato a realizzare questa idea di omaggiarlo. Ha organizzato fin dagli inizi del nuovo secolo, in Inghilterra, in Australia e in Italia, una quindicina di repliche di “Way to Blue”, con una band in cui è presente anche il bassista dei Pentangle, sodale di John Martyn e di Richard Thompson, il sommo Danny Thompson. 
Molte le voci coinvolte tra cui Vashti Bunyan, Robyn Hitchcock, Teddy Thompson. In Italia la prima fu il 10 ottobre 2010 al Teatro Kursaal Santalucia di Bari e poi due sere dopo al celebrato Auditorium Parco della Musica di Roma. Non avrebbe mai potuto credere il povero Nick Drake che un giorno la sua musica sarebbe risuonata nelle sale piene della Symphony Hall di Birmingham, della Sydney Opera House, del Barbican di Londra o della Filarmonica di Liverpool. Nel 2013 è stato prodotto anche un disco ufficiale da questi concerti che trova posto a fianco di altri CD collettivi come “Brittle Days” (1992) “In Search of a Master-In Search of a Slave” (2000), “Sculpting from Drake” (2000), “Poor Boy” (2004), “Jeremy Flies...” (2005), “Green Leaves” (2018) e ai tributi di Scott Appel, Nick Smart, Keith James, Misja Fitzgerald Michel, Grazyna Auguscik, Keith James, Danny Cavanagh, Joel Frederiksen, Gareth Dickson, Rabbit’s Hat, Pigs On Corn, Mike Bethel/Paul Witcomb, The Sheiling e altri. Tutti dischi memorabili pieni di ammirazione incondizionata da parte di artisti perlopiù marginali o misconosciuti ma di un sincero e assoluto valore interpretativo. Le sue composizioni sono state riprese anche da diversi musicisti jazz. Le troviamo nei dischi del duo di chitarre febbrili di Henry Kaiser e Roberto Zorzi, come in quelli di Gilbert Isbin, Steve Evans Quartet, Christopher O’Riley, Elisa Duni Quartet, Jason Parker Quartet. Senza dimenticare che l’astro del pianismo mondiale Brad Mehldau non tralascia mai un brano di Drake nei suoi concerti e ne ha inciso svariate e raffinate versioni dilatate. Anche qui in Italia libri di traduzioni, biografie e romanzi appassionati ad opera di ottimi autori hanno tratto ispirazione dalla sua figura. Molti hanno inciso una sua canzone: Carnival Of Fools, Lo-Fi Sucks!, Cesare Basile, Br’e’ad, Barbara Eramo, Roberto Cherillo/Luca Acquino, Petrina, perfino Giusy Ferreri in un adattamento di Tiziano Ferro (!). 
Nel corso degli anni, CD collettivi di pregevole fattura gli sono stati interamente consacrati, come “Five Leaves Theft” e “Tow The Line”. O ancora da parte di gruppi quali Blend, Drejholt Orchestra o The Electric Pink Moon Project di Luciano Margorani, fino al duo Roberto Angelini/Rodrigo D’Erasmo, autori nel 2005 di un curatissimo tributo all’ombra di una poetica “Luna di Pongo”. Il mensile EXTRA gli consacrò il quinto album-tributo, il primo dedicato ad un artista non italiano, riportando in CD la serata del luglio 2006 sul palco antistante la Casa dei Teatri, nello scenario di Villa Pamphili, che immediatamente mi evoca le mitiche, lontane serate dell’Estate Romana. “Sognando Nick Drake” è il titolo, con numerosi artisti italiani tra cui Roberto Angelini, Rodrigo D’Erasmo, Cesare Basile, Simone Cristicchi, Marco Parente, Pino Marino, Alessio Bonomo, Bugo. L’Estate Fiesolana ha poi proposto al Teatro Romano il 19 giugno del 2008, per la Rassegna “Sotto Luna Nuova” alcuni brani di Nick Drake con Robert Kirby direttore dell’Orchestra da Camera “I Nostri Tempi”, Marco Parente alla voce e Roberto Angelini alle chitarre. L’acquarello impalpabile, autunnale dei suoi testi, la struttura spontanea ma sofisticata delle sue composizioni, la purezza, l’ingenuità, la fragilità delle trame lo fanno sembrare un po’ Gozzano, un po’ Verlaine. Disarmate e infantili, a leggerle le sue parole, la conclusione è sempre quella: sembra che li vedesse tutti grigi i colori del mondo, sempre l’assenza ritorna come timida traccia, dallo stile impressionista. Le liriche però non accusano mai, nella voce languida e melodiosa l’amaro è ben mascherato, non c’è desolazione, il tono non si alza, anche la musica non risulta mai sardonica. Risultano più inquietanti alcuni lampi di silenzio improvviso dei barocchi archi astrali di Robert Kirby, antico compagno di scuola a Cambridge, anche grazie al quale le sue liriche si elevano all’orizzonte, “Day is Done” su tutte. Quelle di Nick Drake sono canzoni che descrivono il proprio senso continuo di inadeguatezza, estraneità, ricerca di serenità panteistica, desiderio di essere nulla od ogni cosa, constatazione di mancata appartenenza. Canzoni dall’emotività trattenuta, dalla pensosa dolcezza, dalla bellezza crepuscolare e trasparente, capaci di volare sul mondo come tragedie in un panorama bucolico e onirico. Canzoni di pioggia. Canzoni che cantano il blu, forse, chissà, una sottole linea genetica arrivata dalla madre, delicata cantautrice amatoriale (“Un pensiero porta universi in sé. Un seme in sé, un campo di grano. L’amore giace in braccio al cambiamento come una gioia in sé porta un dolore. E nessuno sa...”). 
Sulle copertine dei dischi lui appare con metà viso alla luce e metà nell’oscurità, altre volte è immobile con intorno auto o genti che sfrecciano. Non conosco fotografie che lo ritraggano assieme a qualcuno se non in ambito familiare o scolastico. Niente filmati mentre interpretava una di queste perle, lasciate scivolare così, in mezzo alla polvere dei pavimenti. Solo sulla nostra immaginazione possiamo far conto. Nessuna intervista. A testimonianza del suo passaggio solamente le voci e le memorie di chi era lì. Non ricordo casi analoghi paragonati ad un talento del genere. Il filosofo austriaco Ludwig Josef Johann Wittgenstein scriveva che “Colui che comprende deve gettar via la scala dopo che v'è salito”. Le visionarie, lucide, rassegnate liriche del Cane dagli Occhi Neri che lo chiama con il suo nome, sono una premonizione macabra, un agghiacciante inno funebre in canzone. Studi e saggi hanno citato Blake, Sartre, Keats, Baudelaire, Shelly, Byron, Rimbaud ma non hanno svelato enigmi o misteri. Su tutto si staglia la strabiliante e bizzarra copertina di “Pink Moon” (ad opera di Michael Trevithick) a base di elementi botanici, scarpe e oggetti a caso con quella sfera in primo piano a rappresentare la luna rosa, nel suo volto vero o surreale. Il fuoco di un razzo americano che esce da una specie di francobollo con la vampa in basso a indicare la direzione del viaggio. Questa luna rosa con qualche buco, un rosa che in verità è arancio, con uno spicchio aperto e con una coda in corda che va ad immergersi nel mare. Sormontata da una tazzina in porcellana ricamata e da una foglia verde scuro che sta per rinchiudersi su se stessa. Con a fianco una conchiglia marina che sghignazza con le sue naturali dentature. Montagne nere sullo sfondo e all’orizzonte, sotto un cielo di varie tonalità di verde e l’acqua scura di un mare denso e plumbeo, che questa luna attraversa con un’unica scarpa femminile appoggiata ad una tavola cosparsa di colori spenti. Più in là una scarpa maschile con i lacci ma senza nodo e ad un fiore giallo che pare di legno, sotto l’apocalittica profezia “La luna vi prenderà tutti”. Radiografia impietosa e crudele, senza scampo, senza urla, senza rabbia, con il quale Nick Drake si congederà da tutto. “Il mito di Sisifo” di Albert Camus si perpetua e il cerchio chiude il cerchio del suo psicodramma: “Se fossi albero tra gli alberi o gatto tra gli animali, questa vita avrebbe un senso o meglio non sussisterebbe questo problema perché farei parte del mondo. Sarei quel mondo al quale mi oppongo ora con tutta la mia coscienza e con tutta la mia esigenza di familiarità. Questa ragione tanto inconsistente è quella che mi pone contro tutta la creazione”. Il retro copertina di “Five Leaves Left” con Nick appoggiato al muro di mattoni della Morgan Crucible Factory, nel quartiere Battersea a sud del Tamigi, sembra un’icona della propria immobilità di fronte all’altrui frenesia. 
Oggi potrebbe essere frettolosamente letta come un proposito di saggezza per chi si tiene distante dalle ansietà della società. Sarebbe bello che fosse stato così, ma il seguito della storia ha dimostrato altro. Anche il marmo si è plasmato docilmente sotto le mani di qualcosa di ancora più tenace. Lui apparirà per sempre sorridente in quelle immagini sul prato della collinetta, con coperte di lana e foglie morte a proteggerlo dalla città in lontananza. Durante quel periodo vellutato e sommesso che è la quinta stagione, quella che se ne sta con i suoi incanti e le sue gelate bellezze impalpabili, tra l’autunno e l’inverno. Verrà ricordata la sua auto-condanna a “scomparire fluttuando su una canzone lunga tutta una vita”. La sua poesia racconterà ancora di un uomo che chiese di dimenticarsi per poter così “illuminare il cielo del nord” in attesa della luna rosa. Ma la luna rosa nella tradizione cinese è sinonimo di sciagura imminente. Assume quel colore prima dell’eclissi. Nick Drake aveva ventisei anni o forse, sarebbe meglio dire, una quarantina di canzoni. Le uniche in grado di dire delle verità su di lui. Il resto è una puntina di giradischi che gira a vuoto fin che c’è elettricità, dopo la fine dei solchi, come qualcosa di tramontato ancor prima di sorgere sotto un albero silenzioso di Saint Mary Magdalene. “Come punizione per la sagacia dell'uomo che aveva osato sfidare gli dèi, Zeus decise che Sisifo avrebbe dovuto spingere un masso dalla base alla cima di un monte. Tuttavia, ogni volta che Sisifo raggiungeva la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte ed ogni volta, e per l'eternità, Sisifo avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci.” Albert Camus scriveva che questa è la parabola dell’esistenza ma non è il raggiungere la cima ciò che conta, è la spinta. Una volta Nick disse: “Non mi piace stare a casa ma non sopporterei di essere altrove”. E su questa terra non ci sono altri posti a parte casa propria e l’altrove. 


Flavio Poltronieri

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